Una lettera d’amore alla mia città e alcune risposte

di EMILIA CIRILLO.

Curiosando su internet, qualche tempo fa, mi sono imbattuta in un’ iniziativa del comune di Toronto: the Love Lettering Project, nata con lo scopo di diffondere l’amore per il posto in cui si abita.

E’ stato chiesto ai cittadini di scrivere lettere d’amore anonime sui luoghi in cui vivono, spiegare perché si preferisca un determinato bar, una certa via, uno specifico quartiere. Queste lettere sono state poi nascoste per le strade della città di Toronto, facendole ritrovare in giro ai passanti. Lo scopo è stato quello di invogliarli a non lamentarsi più di ciò che non funziona in città e di invitarli ad elencare i motivi per cui, invece, la si ama.

Ho pensato, se questo gioco, che gioco non è, lo facessimo ad Avellino, cosa verrebbe fuori? Quante lettere d’amore la inonderebbero, invogliandoci a elencare i motivi per amarla e non a disprezzarla? Quali luoghi sarebbero indicati come i più amati, chi risponderebbe più volentieri a questa dolce provocazione: giovani, adulti, o anziani? E quali sarebbero i motivi per amare Avellino? Quali i rimedi per migliorarla, visto lo stato in cui versa?

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Non so cosa scrivereste voi, io direi più o meno questo:

“Cara Avellino, non va proprio come ti sei ridotta. Sei una città sporca e trascurata, con marciapiedi invasi da erbe e mangiucchiati da fossi, con alberi che chiedono di essere potati, con cespugli così folti che coprono i cartelli stradali. Per non parlare delle strisce pedonali, di cui restano labili tracce sulle vie, per cui attraversare in sicurezza è un atto più legato alla memoria, che ad una segnaletica, e fare una passeggiata una specie di corsa campestre a passo lento, con tanto d’occhi bene aperti per non inciampare di continuo. In questi anni hai lasciato che quintalate di cemento infierissero su di te, derubandoti forma e sostanza, come una donna che non sa difendersi da uno stupro. A una selvaggia ingordigia costruttiva, è subentrata una stasi svogliata, come se Gargantua avesse abbandonato la sua tavola, lasciando nei piatti cosciotti non rosicchiati, pasticci appena assaggiati, alzate di frutta spizzicate. Tutto questo ben di Dio è stato scempiato dal tempo, dagli insetti, dai rapaci, diventando putridume inservibile.

Vogliamo fare l’elenco delle opere pubbliche mai finite? O se finite, abbandonate? Mercatone, Eliseo, Casina del Principe, Autostazione, Tunnel, tanto per tener sulle punte delle dita le più visibili. Ma questa è una lettera d’amore, che deve descrivere i luoghi del mio cuore e per un momento metto da parte le lamentazioni.

Facciamola breve, se dovessi dire le cose che amo di te, cara Avellino, sarebbero:

la luce del mattino su Montevergine, le colline non ancora intaccate da costruzioni verso Faliesi, le processioni con le bande e le devote, che mi ricordano di vivere in un paese del Sud, il profumo del pane cotto a legna del forno di Picarelli, il mercatino della domenica a rione Mazzini, i concerti al Conservatorio Cimarosa, le cene del sabato sera da Martella, la libreria di Consiglia al Fosso Santa Lucia, la vista della campagna e delle ville ottocentesche dalla terrazza della Biblioteca Giulio Capone, il giardino della canonica di Valle, il muro e la cancellata del convitto Colletta al corso, la chiesa e il convento dei Cappuccini, la collina dei Liguorini, il cortile della Camera di Commercio, la bottega di Giovanni Spiniello al Duomo. Sono questi i luoghi che amo, molti di meno, purtroppo, di quelli che avrei descritto, se fossero rimasti illesi o se almeno fossero stati recuperati dopo il terremoto.

Ecco, almeno questi posti e questi sapori vorrei che non cambiassero, per poterli vedere così come sono, fino alla fine dei miei giorni. Perché noi siamo anche i luoghi che viviamo e che abbiamo attraversato, e mi rifiuto di pensare che sono ridotta davvero così malconcia, vecchia trascurata e puzzolente, come se fossi diventata di colpo una barbona e voglio pensare che una parte di me sia ancora radiosa, fresca, futura, pur nella sua età.

DSCN8313Perché tu, cara Avellino, hai bisogno prima di tutto, di cura. “Interessamento solerte e premuroso per un oggetto, che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività: dedicare ogni c. alla famiglia, all’educazione dei figli, ai proprî interessi; avere c., prendersi c. di qualcuno o di qualche cosa, occuparsene attivamente, provvedere alle sue necessità, alla sua conservazione” , copio testuale dal dizionario Treccani.

Penso che bisogna subito prendersi cura di te, se davvero ti abbiamo a cuore. Cura, cuore, hanno qualcosa di comune, perché ho cura di te, se ti tengo a cuore.

Devi partire dalle piccole cose, se vuoi avere degli obiettivi, se vuoi rinnovarti davvero. Intanto devi presentarti bene, a noi cittadini, e dare l’idea di essere pulita, decorosa, pur nella tua modestia.

Non si può tornare indietro, perché non ha senso, e a quelli che sospirano sul passato e su come si stava meglio, allora, mi vien da rispondere che ogni passato è diventato futuro e non c’è mai tempo fermo. Il nostro futuro ha una parola d’ordine, cura, rimettere in piedi il malato, aiutarlo a guardare lontano. Ma questo va fatto tutti insieme: la cura dipende anche da noi cittadini, da chi dice di amarti, di amare il suo passato e non fa nulla per cambiare il presente, per costruire il futuro. Non può esserci città della cura, senza una civiltà della cura, senza che uomini e donne di questa città se ne facciano carico. Mi raccomando, tirati su!“

Questo sarebbe il contenuto della mia lettera.

A questa parte sentimentale, però, seguirebbe un post scriptum:

Servirebbe un auspicabile patto di collaborazione tra Comune e cittadini perché i giardini abbandonati, le piazze degradate, le strutture finite e non aperte, possano essere usati, goduti, fruiti dalla città, vista la inadempienza dell’istituzione Comune. Non è utopia, in altre città è successo.

A Genova, la scrittrice Emilia Marasco si è fatta promotrice di una serie di incontri itineranti,   in vari luoghi della città per riflettere sulla città stessa, per scambiarsi opinioni, per conoscersi, invitando una volta al mese uno studioso, un esperto che racconti un’esperienza o aiuti ad approfondire un tema.

Anche ad Avellino sono da registrare piccoli eventi di partecipazione attiva: il vescovo Aiello si è preso in carico la cura del giardino della piazza della Libertà, che è ora ben verde e fiorito, per la gioia di tutti. Altre piccole ma significative testimonianze vengono dal quartiere Valle, dove un gruppo di volontari ha ripulito un giardino e ha chiesto e ottenuto l’apertura di un mercatino settimanale, altre dall’Associazione Soma, che sta aprendo un consultorio a rione Mazzini.

Avellino potrebbe iniziare da qui la sua svolta civile. E’ dalla pratica della “cura come bene comune” che può ritrovare anche un suo ruolo in una provincia che cerca, molto più della città capoluogo, di non darsi per vinta nella sfida del futuro.

 

Post post scriptum:

Sarebbe interessante leggere altre lettere d’amore per Avellino. Coraggio, fatevi avanti.

Qui la risposta  di ANTONELLA CAPPUCCIO

Il punto di vista di GIANNI FIORENTINO

Un contributo di Carlo Crescitelli

 

LE FOTO SONO DI UGO SANTINELLI

 

 

 

http://loveletteringproject.com/

5 Comments

  1. La scrittrice Cirillo ha messo cuore e cura nello scrivere la sua lettera d’amore per la città. Ci ricorda , con la sua efficace scrittura e la potente sensibilità , che i luoghi della propria città non sono solo spazi fisici ma patrimonio dell’anima di ciascuno. Grazie Emilia Cirillo. Una lettera bellissima.

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  2. Ad Avellino per spostarsi non si prende “o’ pullmann” come direbbero a Napoli, o il bus, autobus o altro nome per indicare il mezzo di trasporto pubblico metropolitano, ad Avellino si prende “a’ filovia”. E la filovia non la prendono solo gli anziani ma la filovia la prende il ragazzino nato nel 21esimo secolo anche se il servizio filoviario in città è stato soppresso nel 1973. Perché Avellino è tradizione, ed il ragazzino non se lo chiede nemmeno perché quel veicolo che lo porta a scuola la mattina (gratis perchè pagare il biglietto è da sfigati) si chiama così anche se i fili non ce li ha.
    Una città è i i cortili in cui abbiamo calciato un pallone, le strade in cui siamo cresciuti ed una città non è mai la stessa perché cambiano gli occhi che la guardano. Dovremmo provare a guardare la città che viviamo con gli occhi dei nostri figli e ci accorgeremmo che quella non è la stessa città che pensiamo noi. E’ l’Eliseo non è più un cinema ma è il posto dove si trova un pezzo di fumo buono, il Fenestrelle è il gioco spensierato dei bambini, la corsa silenziosa nella nebbia la mattina, l’ultima birra al Tilt. E la Ferriera è un ponte dove lasciare un lucchetto con la fidanzata come stessimo a Ponte Milvio e non può essere più il ricordo di quella bomba che cadde dal cielo a seminar morte in un mercato cittadino, non può essere quello che abbiamo rimosso e non vogliamo far sapere ai nostri figli. E se dalla montagna che ci sovrasta ci protegge sempre Mamma Schiavona, ora il suo esser “schiavona”, cioè straniera, assume un nuovo significato visto che sotto “I Platani” il nostro nuovo amico è senegalese.

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  3. Giusto mettere da parte le lamentazioni, cara Emilia, perchè non possiamo stare sempre e solo a lamentarci, ma è così difficile provare amore per questa città, in cui avverto forte un imbarbarimento che trovo controtendenza. Nonostante tutto – anche se, mi fosse possibile, scapperei via da Avellino a gambe levate – continuo ad essere positiva e a progettare iniziative capaci di darmi boccate di ossigeno, nella speranza un pò presuntuosa di lasciare un piccolo contributo alla crescita culturale di questo territorio. E ci sono, comunque, due luoghi di cui sono innamorata, uno pubblico, uno privato: il cortile dei glicini, così mi piace chiamarlo, del Carcere Borbonico e il ristorante Triglia, trattoria di mare, in entrambi i luoghi mi sento bene, perchè ritrovo momenti della città come vorrei che fosse, delicata, curata, amante del bello e del buono.

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