“L’oggettività è un divenire”

di UGO MORELLI.

La frase che fa da titolo al presente contributo è di Antonio Gramsci. È tratta dai “Quaderni dal carcere”, dall’edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di V. Gerratana, edita da Einaudi, Torino 1975; II (XVIII), § 18, p. 1416. Quella frase fu una di quelle poste al centro di una riflessione presentata a Bologna, in occasione dell’incontro per la discussione dell’edizione critica dei Quaderni, da poco pubblicata. Essendo stato indicato dal movimento studentesco come relatore all’incontro, in seguito all’invito del sindaco di Bologna Renato Zangheri a contribuire alla discussione da parte del movimento. Con l’aiuto di un gruppo di studenti, avevamo messo a punto una riflessione che, mentre riteneva importante la sistemazione dei Quaderni, rendendone finalmente disponibile una fruizione organica, tendeva a far notare un limite per noi importante. I Quaderni e il pensiero di Gramsci erano proposti in chiave prettamente strutturale e operaista, con una esclusione di alcune delle componenti più originali e distintive del pensiero gramsciano, che poi si sarebbero rivelate assai importanti. Sarebbe emerso più tardi, purtroppo, come gravemente problematico aver trascurato la ricchezza originale dell’estetica e del pensiero che allora era consegnato alla cosiddetta sovrastruttura, dell’approccio e del contenuto del pensiero di Gramsci. Una considerazione attenta della frase che dà il titolo a questo scritto può essere utile per comprendere meglio la questione e le sue conseguenze. Se è importante sostenere, con Gramsci, che l’oggettività è un divenire, è altrettanto decisivo aggiungere che per l’autore ogni determinismo è messo in discussione insieme alla critica agli automatismi dialettici. Il divenire è imprevedibile e incerto almeno in parte, e a renderlo tale non è il fato, bensì la stessa costituzione della realtà e della socialità umana. Per Gramsci, però, l’incertezza e l’indeterminazione, lungi dall’essere una negatività, sono la matrice del possibile, e proprio la letteratura e l’estetica sono prova e ragione di questa esperienza umana e sociale nel corso della storia. Il fatto è che questa riflessione e alcune altre simili, svolte da me nel corso dei dieci minuti disponibili, suscitarono reazioni sdegnate da parte di Giulio Einaudi che era presente – e che domandò a Zangheri chi avesse invitato a parlare “questo ragazzino”. Indisposta fu anche la reazione del curatore Gerratana, mentre vi fu una significativa attenzione da parte di Zangheri, che anche in quella circostanza mostrò la sua nota apertura e il suo spessore culturale.

Perché un evento così limitato può assumere una qualche rilevanza per capire quel tempo, ma soprattutto alcune conseguenze che da quel confronto sono poi derivate? Cerchiamo di riportarci a quegli anni di svolta: nonostante l’articolazione delle posizioni interne e la ricerca delle condizioni per realizzare il compromesso storico, l’orientamento dominante nella cultura comunista italiana era la fedeltà alla linea e la centralità della struttura sulla cosiddetta sovrastruttura. A parlarne oggi fa impressione, ma la non disposizione a comprendere le trasformazioni profonde che si stavano generando sarebbe stata una costante dell’evoluzione del partito che si dichiarava comunista. Che poi il confronto fosse avvenuto nella città che era ritenuta l’indiscussa capitale morale del comunismo italiano, rendeva ancora più difficile ogni dialogo ed elevato un imbarazzo che non sarebbe mai stato elaborato, producendo un processo senza fine tra degrado del progetto politico ed evoluzione bloccata. Le diverse fasi, anche convulse, di evoluzione di un’ipotesi politica di rilevanza storica, di fatto si stavano mostrando incagliate in almeno tre problematiche inestricabili: la prima riguardava il peso della dimensione internazionale di quel progetto e delle sue derive autoritarie; la seconda aveva a che fare con la negazione della rilevanza del pluralismo e con la pervicace affermazione del centralismo, di cui un pensiero aperto come quello di Gramsci faceva pesantemente le spese; la terza, connessa alla seconda ma anche alla prima, generava una forte difficoltà a interpretare il cambiamento e a dargli voce rappresentandolo. In particolare un aspetto di tutto questo processo rappresenta, tra gli altri, un problema che si rivela oggi di particolare importanza per le società del mezzogiorno d’Italia. DSCN7951La distorsione dell’attenzione e dell’impegno verso i soli aspetti cosiddetti strutturali ha portato a trascurare l’importanza degli aspetti simbolici e delle differenze culturali e antropologiche dei territori meridionali. Le ragioni della persistenza di uno stato di difficoltà dei territori e delle aree interne sono tante, ma tra esse è possibile e necessario annoverare la considerazione del tutto marginale di quegli aspetti che pure le profonde analisi di De Martino avevano evidenziato. La terra del rimorso e del pensiero magico, perennemente pagana e con una religiosità tanto complessa quanto irrisolta, sede di un impasto inestricabile tra culture familistiche e amorali e ritualità derivanti da crogioli di culture, sarebbe approdata a una modernità senza sviluppo, fatta di clientelismo, forme deviate di socialità ed economia, e consumismo pervasivo. L’articolazione differenziata tra aree metropolitane, aree interne, molteplicità culturali e stratificazioni storiche, espressioni diversificate di criminalità organizzata e distruzione del territorio e del paesaggio, trovano un fondo comune nella matrice economicistica che porta, per ragioni legate a scelte di ricostruzione post-bellica e assistenzialismo politicamente interessato, a forme endemiche di sviluppo distorto, in cui l’immaginario colonizza il simbolico per via principalmente consumistica. Quel Gramsci che poi avremmo verificato essere stato mortificato e incompreso, per il suo pensiero in anticipo e per altre ragioni, dai suoi stessi compagni di strada, aveva sottolineato la profondità dell’esigenza di ripensare in una chiave diversa da quella usuale il criterio della praxis. Avevva evidenziato .quello che lega questo criterio al fatto che un gioco linguistico non è totalmente determinato dalle regole, in quanto in esso ha una parte determinante il consenso dato dai giocatori alle regole medesime, e quindi la loro fiducia e/o credenza nella legittimità delle norme che stanno seguendo, per cui l’assenza del dubbio fa parte dell’essenza del gioco linguistico. Essere quasi totalmente immersi in un contesto culturale vuol dire non avere i margini del dubbio. Il consumismo e la modernizzazione senza sviluppo producono un effetto simile: non si dubita sui modelli di consumo; ad esempio nella gara a fare feste di matrimoni eclatanti e vistose la concentrazione è sulla gara a chi la fa più grossa, non a riflettere sul suo significato, e quella gara si innesta sulla importante tradizione contadina della ritualità dei matrimoni, come chiunque abbia mai partecipato alla trilogia del rituale che prevedeva il “darsi la parola”; il “fare i capitoli” e il “portare i panni” dalla casa della sposa a quella dello sposo, con il seguente matrimonio e la relativa organizzazione della festa in campagna con i prodotti del lavoro e della terra. DSCN7958Simbolico e materiale fusi e interdipendenti e non struttura e sovrastruttura. Quale Gramsci allora? Quello che, di conseguenza sottolinea l’importanza dell’indagine gramsciana relativa alle modalità di formazione del senso comune, in cui hanno una parte decisiva le certezze, tenute al riparo dal dubbio, la fiducia e la forma di vita degli attori del gioco linguistico. Quello che nella sua analisi sottolinea che “praxis qui non può avere altro significato che quello di praxis propria di una formazione socio-culturale ossia di una comune forma di vita”, indicando una prospettiva importante di riflessione. Di particolare interesse per questi approfondimenti sono gli studi di Franco Lo Piparo, I due carceri di Gramsci, e Il dottor Gramsci e Wittgenstein, apparsi entrambi per Donzelli Editore.

Ne emerge un «Gramsci, personaggio ancora da scoprire. Che negli anni trenta sia stato un critico del comunismo realizzato, ormai tutti lo riconoscono. I Quaderni sono il documento della sua travagliata riflessione. Si sente prigioniero di due carceri. Probabilmente capisce i doppi ruoli che svolgono la cognata Tania e l’amico Sraffa. Li sente come amici, ma sa che sono condizionati da forze più grandi di loro. Accetta l’ambiguità della situazione in cui tutti si trovano. Prova a sfruttarla. Alla fine riesce ad uscire dal carcere fascista. Rimane l’altro carcere. Umanamente più doloroso. Da esso non ne uscirà nemmeno con la morte».

Perché i Quaderni del carcere sono 33, e non 34, come in origine e più volte annunciato dallo stesso Togliatti? Un quaderno «si è perduto»? Gramsci sapeva che Sraffa trasmetteva le sue lettere a Togliatti? Nonostante la successiva «vulgata» del partito, che avrebbe dipinto un Gramsci «morto nelle carceri fasciste», egli passò i suoi ultimi due anni e mezzo in libertà condizionale. È verosimile che in quegli anni abbia smesso quasi completamente di scrivere? E perché non riprese i contatti con i vertici del partito e dell’Internazionale comunista? Alcune di queste domande sono inedite. Tutte aspettano ancora risposte convincenti. Lo Piparo sceglie di partire da un indizio, che gli appare subito forte, decisivo. Esamina con la lente del linguista la lettera di Gramsci a Tania del 27 febbraio 1933 che la cognata definì, per la sua scrittura allusiva, «un capolavoro di lingua esopica». La lettera è il grimaldello con cui viene forzato lo scrigno che racchiude la complessa personalità, politica e umana, del prigioniero. Entrato in carcere come «segretario del Partito comunista d’Italia», Gramsci ne uscì convinto che tutta la sua vita era stata «un grande errore, un dirizzone».

 

Per quanto vi possa essere ancora molto da approfondire, è evidente che la vicenda gramsciana, oltre che per i drammatici aspetti personali, è rivelatrice di un’intera epoca e molto rilevante per la comprensione del presente, non solo italiano e meridionale; si pensi alla decisiva importanza riconosciuta al pensiero di Gramsci da tutta la corrente dei post-colonial studies, dai contributi di Stuart Hall con i costrutti di “interruzione estetica” e di “codifica e decodifica”, fino a quelli di Gayatri Chakravorty Spivak, corrente che assume una sua particolare importanza anche per comprendere le dinamiche evolutive delle società del mezzogiorno d’Italia.DSCN8022

 

LE FOTO SONO DI UGO SANTINELLI

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