L’Irpinia e la scuola, è ancora la lingua che fa uguali

di FRANCO FESTA.

Italo ora ha più di 50 anni e lavora nella ditta che smaltisce i rifiuti. Vittorio ha più o meno la stessa età e fa l’usciere al Comune. Giuseppe, appena più grande, gestisce un negozio di autoricambi. Di molti altri si sono perse le tracce, ed è difficile riconoscere negli uomini ingrigiti di oggi i bambini di allora. Fu nel biennio 1971-72 che tenemmo, in un locale malmesso di Rione Aversa, il doposcuola di quartiere. Avevamo scoperto, grazie alla avida lettura di “Lettere a una professoressa” di Don Milani, quanto fosse terribile la selezione di classe in quel quartiere popolare. Quasi tutti i bambini con i quali trascorrevamo i nostri pomeriggi, accalcati in quel garage intorno a due lunghe tavole di cantiere accostate e rette da cavalletti, erano reduci da bocciature solenni, in prima, in seconda, per tutto il ciclo delle elementari. Qualche esempio: Franco, 11 anni, padre venditore ambulante, aveva ripetuto 3 volte la seconda elementare e aveva abbandonato in terza; Rita, il papà inserviente all’ospedale, aveva ripetuto tre volte la prima elementare; Giuseppe, il papà disoccupato, aveva ripetuto due volte la prima e due volte la seconda elementare. E così per tantissimi casi, in una simmetrica e disarmante relazione tra bocciature e stato di indigenza familiare. Furono anni di appassionato e sconclusionato impegno, con scarsi strumenti pedagogici, con una sterminata passione per ciò in cui eravamo impegnati. Qualche risultato ottenemmo, specie in un aspro confronto con gli insegnanti, per i quali i ragazzi erano solo dei “ritardati” e in continui incontri con i genitori, per vincere i loro profondi sensi di colpa, la convinzione che i loro figli non erano fatti per la scuola, ma buoni solo a lavorare, come avevano fatto loro, i loro padri, i loro nonni. Erano queste le architravi su cui la feroce selezione si reggeva. E che noi provammo a smontare, con alterni risultati.

Poi tutto finì, e passammo ad altro.

Ha senso parlare di queste cose quasi 50 anni dopo, o è solo archeologia pedagogica e civile?

In apparenza molte cose sono cambiate, specie sul terreno della feroce selezione nella scuola primaria-elementari e medie- che ha cambiato pelle. Molte cose, invece, sono rimaste uguali, o peggiorate. La vulgata è che oggi non si boccia più, nella scuola dell’obbligo, se non per gravissimi e circostanziati motivi. La realtà è un’altra. Se consideriamo elementari, medie e i primi due anni di scuole superiori, la percentuale di studenti bocciati, nel 2014, era pari al 17%, cinque punti in più rispetto alla media europea, in crescita di due punti percentuali rispetto a dieci anni prima. La percentuale, peraltro, sale al 26% se ci riferiamo agli alunni provenienti da contesti socio-economici e culturali deprivati. In Campania sale fino al 30%. In altre parole, le bocciature crescono al crescere del disagio sociale. E naturalmente il corollario più frequente è l’abbandono, la dispersione scolastica, la vera gravissima malattia del nostro sistema educativo. Dovremmo tornarci, a Quattrograne, alla Ferrovia, nella zona dei prefabbricati di Valle, a Bellizzi, Picarelli, per sapere come stanno le cose. Dovremmo riavvicinarci, ai bambini di oggi, per sapere che succede nelle loro scuole di periferia. Ma la questione scuola, prima centrale, ora è divenuta marginale, e marginale il destino di quei ragazzi. Il primo passaggio, allora, è rimettere al centro quelle questioni, ripartire dalla scuola per capire cosa è accaduto, per trovare le soluzioni, indispensabili specie nel Mezzogiorno, in cui quella crisi è il punto di partenza di una crisi più grave, che riguarda il destino stesso del Sud.

Per ora possiamo solo accontentarci dei dati di alcune ricerche importanti, pubblicate negli ultimi mesi. Due in particolare: una della rivista Tuttoscuola, il cui titolo già dice tutto: La scuola colabrodo, l’altra dell’associazione Save the children, sul tema della povertà educativa.

La ricerca di Tuttoscuola punta la sua attenzione sulla dispersione alle superiori, e per la Campania questa è la tabella di riferimento:Schermata 2018-09-22 alle 20.16.41

Come si vede, la provincia di Avellino, in un mare di dati negativi, è comunque quella che ha la più bassa dispersione, ma siamo sempre intorno al 20%, un ragazzo su cinque. E quando si va ad indagare sulla provenienza sociale di quelli che abbandonano, non vi è scampo. Sono sempre e solo i più poveri. Sono specie i ragazzi degli istituti tecnici, dei professionali, che vanno via, spariscono nell’ombra, senza che nessuno li cerchi, senza che nessuno si interessi a loro.

La verità, come afferma il rapporto Save the Children, è che l’Italia è “un Paese vietato ai minori, dove quasi un milione e 300mila bambini e ragazzi, il 12,5% del totale, vive in povertà assoluta, oltre la metà non legge un libro, quasi uno su tre non usa internet e più del 40 per cento non fa sport”. Per la Campania, che è al primo posto in Italia nella classifica degli indici di povertà educativa, ecco i dati aggiornati.

Mancata copertura nidi 97,4

Classi senza Tempo Pieno Primaria 84,9

Classi senza Tempo pieno Secondaria 87,6

Alunni senza Mensa 66,6

Minori che non sono andati a teatro 77,9

Minori che non sono andati a musei/mostre  69,3

Minori che non sono andati a concerti  84,5

Minori che non hanno visitato siti archeologici  75,9

Minori che non hanno fatto sport  66,2

Minori che non hanno letto libri  69,4

Minori che non hanno navigato su internet  33,4.

DSCN8313

Una catastrofe, insomma. Ancora più grave per ciò che ad essa si accompagna: la perdita di fiducia dei ragazzi, l’idea che la scuola sia inutile, un fastidio, e che siano essi a non essere all’altezza delle questioni che vi si affrontano. Dilaganti sensi di colpa, di frustrazione e di rifiuto, prima di sé, poi del mondo. Qualcosa più della povertà, qualcosa di definitivo, che li segna a vita.

Qualcosa di molto simile a quello che accadeva, 50 anni fa, ai ragazzi di Rione Aversa.

Certo i ragazzi di oggi sono diversi , diversa la loro composizione, diversi i caratteri che la povertà assume, con una quota di immigrati consistente, con un apparente accesso più facile e diretto ai mezzi per apprendere.

Ma è davvero così? Torniamo al rapporto di Save the Children.

“Oggi, in Italia, il 23% degli alunni di 15 anni non raggiunge i livelli minimi di competenze in matematica, ovvero non è in grado di utilizzare dati e formule per comprendere la realtà esterna, mentre il 21% non riesce a interpretare correttamente il significato di un testo appena letto, non raggiungendo pertanto le competenze minime in lettura. Nella maggior parte dei casi si tratta di ragazzi che vivono in contesti svantaggiati e i minori che vivono in famiglie con un più basso livello socio-economico e culturale sono il 25% del totale degli alunni di quindici anni iscritti a scuola”.

Sembra di rileggere alcune pagine di “Lettera a una professoressa”. La lingua, ancora la lingua. La verità allora è semplice. In questo mondo di luci fosforescenti, in cui la scuola sembra faccia tutto, insegue progetti su progetti, inventa percorsi che spesso non portano da nessuna parte, bisogna ripartire dalle fondamenta, come provammo a fare 50 anni fa, con quel doposcuola di quartiere. Imparare ad ascoltare i silenzi di chi non parla e si estranea, far cogliere ai ragazzi che tutto ciò che si fa si fa per loro, ricostruire comunità dialoganti. E’ difficile, in un momento in cui la scuola vive insieme una condizione di emarginazione e di trincea, con i genitori all’assalto- ma quali genitori-? Ma il punto è che o si costruisce un nuovo patto, i cui attori sono insieme i docenti, i genitori, i ragazzi, che tenda a ridare centralità alla scuola pubblica e a recuperare l’enorme emorragia di studenti che abbandonano, oppure non se ne esce. E se a questo si accompagna l’enorme fuga al Nord e all’estero dei laureati meridionali, di quelli che ce la fanno ad arrivare fino in fondo ma vanno via, il destino nostro, della Campania, del Mezzogiorno, è solo il deserto culturale e civile, il medioevo.

Ricominciamo dalla lingua, allora.

Leggere ad alta voce, raccontare, navigare entro i libri, far sentire ai ragazzi la forza e il senso di ogni parola di un racconto, di una poesia. Non una lingua estranea e lontana, nemica, ma una compagna, che diventi qualcosa di vivo, di proprio, qualcosa che li aiuti a capire meglio se stessi e i propri problemi.

Alla fine è esattamente come 50 anni fa. Oggi come ieri è padrone chi sa mille parole e sa esprimerle per far tacere chi ne sa solo cento e non sa esprimerle. Con la differenza che il mondo virtuale, i social, hanno creato un falso universo di uguaglianza, in cui anche chi ha poche parole si illude di valere, di contare, nel vomitatoio collettivo che è diventata la comunicazione. Ma non è così. Il possesso della lingua consente il passaggio dal ruolo di passiva comparsa a quello attivo di comunicare a tutti le proprie esigenze, i propri bisogni, i propri sentimenti repressi, i propri ideali, di diventare insomma protagonista del proprio cambiamento e di quello collettivo.

Questo provammo a fare allora, questo è indispensabile fare oggi, anche per sfuggire al processo inverso oggi di moda: tutti ignoranti, tutti protagonisti, che sembra una facile soluzione, ma invece condanna a morte il Mezzogiorno e il Paese intero.

 

Le foto, tranne l’ultima che è di Ugo Santinelli, sono di Franco Festa e sono tratte dal sito Avellinesi.it

 

 

 

 

6 Comments

  1. Analisi perfetta e tristemente amara della realta’ scolastica delle nostre Terre….e a migliorarla non e’ stata certo la presuntuosa ambizione della cosiddetta “buona scuola” Che non ha fatto altro che svilire la dignita’ dei docenti e della scuola pubblica pateticamente ridotta ad inseguire la dinamica delle aziende schiacciando la peculiare individualita’ del singolo allievo .E’ proprio questo il pericolo piu’ grande che noi docenti dobbiamo combattere in barba agli schemi e agli standard in cui si pretende di ingabbiare la personalita e unicita di ogni singolo allievo, che ha bisogno di attenzione e rispetto

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  2. È proprio così…da una parte ci sono i ragazzi ‘per bene’, i figli di…, che frequentano i licei importanti della città perché devono continuare le attività dei genitori, dall’altra parte ci sono i ragazzi dei professionali che provengono da famiglie disagiate economicamente ma soprattutto culturalmente. E se ci spostiamo in provincia è ancora più netto questo divario, proprio quest’anno in un professionale della provincia di Avellino ho conosciuto un gruppo di ragazzi, una nuova prima, che non sa rispondere a domande tipo: quale è il tuo hobby, risponde che aiuta la mamma nei lavori domestici. Non sono mai andati in un ristorante o in un albergo…
    Dobbiamo riflettere su ciò che ha scritto il prof Franco Festa e soprattutto noi insegnanti dobbiamo operare un cambiamento.

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  3. Il rapporto di “Save the children” è sui minorenni, ma se fosse stato fatto considerando i miei coetanei laureati al sud o del sud (campani), avrebbe ottenuto gli stessi risultati. Quindi mi chiedo, perché dovrei ancora restare in tutto questo? Per non avere nessuno con cui potermi confrontare, per non trovare mai un compagno al pari, per sentirmi fuoriluogo, per mettere al mondo dei figli che non avranno un futuro e che se proveranno a cambiare le cose saranno sempre e solo delle pecore nere?
    Sto vivendo una bella esperienza a Malta, mi sto confrontando con ragazzi e ragazze che provengono da tutto il mondo e, pur non sapendo parlare l’inglese né io e spesso nemmeno loro, abbiamo delle interessanti conversazioni. Cosa farò quando tornerò nella mia amata odiata terra? È difficile persino andare a prendere un caffè con qualcuno e trovare del feeling. Oggi guardavo un film ed è venuta fuori questa canzone che mi rispecchia pienamente: “I think too much when I think about the future”. Non vorrei nemmeno più che le istituzioni facessero qualcosa, perché qualsiasi cosa fanno riescono solo a peggiorare le cose. Vorrei solo che si togliessero dalle scatole e che lasciassero fare a quei pochi che hanno delle valide idee.

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