Politica, competenza e la piattaforma Stuart Mill

di GENEROSO PICONE.

È stato Gino Paoli a definire, magari con eccesso scatologico, la proposta del ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, sul nuovo ponte Morandi a Genova disegnato come una costruzione con spazi sottostanti dove poter mangiare e divertirsi, “una stronzata”. Capita, di questi tempi. Poi ha aggiunto, rincarando la dose, che “quando uno si mette in competizione con il più grande architetto del mondo vuol dire che è cretino”. Si riferiva a Renzo Piano, autore di un progetto secondo lui “fatto con lo spirito di un genovese, con tanti piloni piccoli, […] un ponte che avrà leggerezza perché Renzo cerca di dare all’opera lo spirito del luogo”. Ma probabilmente nel suo giudizio tanto radicale e appassionato non immaginava di consegnare il paradigma di una questione che sta alimentando l’attuale dibattito politico e culturale tanto da dare linfa a quello che appare il sentimento dominante di questi anni accidentati e confusi: perché Gino Paoli affronta con toni bruschi e sinceri il tema della competenza, cioè della legittimazione a esprimere una valutazione e a compiere una scelta sulla scorta di un sapere, di una facoltà, di una abilità che siano riconosciuti in base a categorie di cui la società abbia ampia consapevolezza. Certo, i disegni di Renzo Piano non sono il Vangelo e possono e magari devono essere messi in discussione: però con una sintassi scientifica che faccia parte del patrimonio civile di una comunità e, soprattutto, con una credibilità tecnica che consenta un confronto nel merito. Insomma, quando si dibatte di certi argomenti e si affrontano problemi complessi, non c’è Jean-Jacques Rousseau che tenga e uno non può valere uno.

Si tratta di un argomento di straordinaria importanza. Non nuovo, perché di tecnici ed esperti è ben piena la storia politica italiana in una sequenza di rapporti mai lineari, ma stabilmente dialettici se non conflittuali. Sabino Cassese, nella prefazione a “Contro la democrazia” di Jason Brennan (Luiss University Press, 2018), dai cui contenuti prende comunque le distanze, rammenta il ruolo basilare svolto dai partiti nel rimuovere i problemi dell’“incompetenza politica dei cittadini e dei loro rappresentanti”: “Hanno supplito gli Stati in un compito essenziale, quello di portare persone capaci e con esperienza alla guida di quella macchina complessa che sono oggi i poteri pubblici”. Insomma, hanno ricoperto la funzione di snodi di selezione e promozione della classe dirigente che, quando non è stata depressa nei circuiti dell’occupazione indebita e del clientelismo, ha risposto alle domande della struttura burocratico-amministrativa statale. Quando le forze politiche organizzate sono venute meno al principio e larga parte dei prescelti come rappresentanti dei cittadini ha manifestato un livello di mediocrità nei propri comportamenti tale da provocare e giustificare reazioni da parte dell’opinione pubblica anche con toni duri e venati da sovversivismo anti-democratico, il meccanismo è andato in frantumi.

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Oggi, dagli scenari nazionali – il caso del Ponte Morandi e quindi la festa tra balconi e piazza di Palazzo Chigi la notte del varo del Documento economico finanziario messo a punto dall’esecutivo M5S-Lega che ha sancito la vittoria del cosiddetto partito del popolo sull’ancor più cosiddetto partito dei tecnici del Ministero – a quelli locali – la rivoluzione della competenza che Ugo Santinelli si augura per la città di Avellino –, richiama l’antica disputa sul mito platonico del governo dei filosofi, unici autorizzati a prendere decisioni politiche nella polis, rimanda a una consistente e fertile letteratura che ha attraversato i secoli e va a collocarsi al centro dello schema ideologico del populismo italiano che non è neo, semmai post, in versione liquida alla Zygmunt Bauman.

Soprattutto si pone da elemento fondante nella dinamica della popolocrazia individuata da Marc Lazar e Ilvo Diamanti con il presago saggio pubblicato da Laterza alla vigilia del voto del marzo scorso: dove “la democrazia immediata incrocia i nuovi media. Fa riferimento diretto, o meglio im-mediato, alla Rete. Dove tutti possono esprimersi su tutte le questioni principali. In prima persona”. Ciò con una foga che arriva a superare il modello classico, evocato da Lazar e Diamanti, dell’Atene di Pericle nel V secolo avanti Cristo – non caso il suo modello di democrazia aristotelica viene considerato antesignano dei populismi –, dal momento che la dissacrazione in nome dell’anacronismo dei principali esempi di sistemi democratici rappresentativi conosciuti avviene spesso e volentieri con il rancore cieco di chi non si limita a puntare al livellamento delle figure bensì al loro azzeramento, se non all’annullamento in un cambio di stagione che si trasforma in resa dei conti complessiva. Allora, seguendo ancora Lazar e Diamanti, “tutti i centri delle istituzioni intermedie divengono, o comunque vengono percepiti come kratos. Cioè: capi, gruppi di potere, élite. E i cittadini, per posizione e opposizione, diventano popolo in-distinto. Non Demos, cittadini che presentano ed esprimono interessi, idee, valori differenti”.

Si tratta, quindi, di uno degli effetti scaturiti dalla rottura del patto su cui si regge ogni apparato sociale e che ha generato l’intenso dibattito sul populismo, sulla sua natura e soprattutto sul segno con il quale va a collocarsi nella vicenda della democrazia, della sua tenuta e del suo destino. Valgano qui le acute riflessioni sul tema svolte da Ernesto Laclau ne “La ragione populista” (Laterza, 2008) e Marco Tarchi in “Italia populista. Dal qualunquismo a Beppe Grillo” (Il Mulino, 2018), consigliabili mappe per districarsi nella confusa ribalta quotidiana disseminata di ambiguità e paradossi. Fatto è che la declinazione popolacratica del fenomeno sta provocando nell’Occidente una nuova ribellione che appare la versione digitale di quella – decisamente analogica – prefigurata nel 1929 da José Ortega y Gasset. Allora l’avvento al potere dell’uomo-massa definiva l’avvio di una fase di modernizzazione politica, prima inquieta e dopo tragica considerando gli esiti che avrebbe prodotto con il nazismo e il fascismo. Proprio da Benito Mussolini verrà il contributo italiano a questo processo, inedito e originale, ma non estraneo alla trama lungo la quale si è declinata la manifestazione del carattere nazionale che Giacomo Leopardi aveva fissato nell’insuperato “Discorso sui costumi degli italiani” scritto nel 1824 e pubblicato purtroppo soltanto nel 1906, una metafisica dei comportamenti in cui ci si dovrebbe continuare a specchiare per ritrovare i tratti della propria identità. “Tessera preziosa di un mosaico essenzialmente incompiuto”, secondo Salvatore Veca, che si sarebbe completato con altre figure nel cui profilo avrebbe campeggiato il “de te fabula narratur” di Orazio utilizzato da Karl Marx.

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Per esempio “L’ombra incompetente dell’Uomo qualunque”, come “Avvenire” del 14 settembre scorso titolava l’editoriale di Paolo Borgna, dove si ripercorreva la sprezzante polemica che il movimento del commediografo puteolano Guglielmo Giannini condusse contro l’Italia degli intellettuali, dei professori, di coloro che chiamava antifascisti di professione e ancor più politici senza popolo: contro quell’Italia che egli vedeva impersonata nel Partito d’Azione e che a ragione rappresentava – e rappresenta – l’altra faccia del populismo degenerato. Basterebbe leggere il recente “Le due Italie. Azionismo e qualunquismo” di Angelo Guasco – che Borgna citava – per comprenderlo bene.

L’ombra incompetente dell’Uomo qualunque faceva urlare a Giannini – tra le altre e tante affermazioni – che all’Italia “basta un buon ragioniere che entri in carica il primo gennaio e se ne vada il 31 dicembre. E non sia rieleggibile per nessuna ragione”. Ora, ai post-populisti di M5S e Lega il ragioniere non basterebbe, anzi sarebbe da licenziare su due piedi, vista la guerra ingaggiata in nome degli 11 milioni di elettori contro quelli dello 0 virgola – per sintetizzare le varie e colorite espressioni di Luigi Di Maio e Matteo Salvini nella campagna condotta nei confronti dei tecnici del Ministero di via XX Settembre: individuati non come i servitori dello Stato, i civil servant che costituiscono l’asse portante della sua struttura anche al di là dei vari spoil system, considerati non patrimonio di conoscenze, saperi e abilità tecniche a garanzia della stabilità del Paese, ma additati come i guardiani del Palazzo da conquistare – poi, magari, ci si accorgerà di averne dimenticato le chiavi –, i tutori degli interessi da cancellare, i custodi di formule cifrate in grado di condurre all’accesso di misteriosi tesori, i competenti di una competenza che non soltanto non è riconosciuta ma che addirittura viene percepita ostile e d’intralcio al proprio percorso di cambiamento.

Si è così incrudito il rapporto tra politica e competenza e il giudizio tranchant di Gino Paoli sul ministro Toninelli diventa la cifra di una contrapposizione mai risolta nella storia nazionale, i cui contorni periodicamente riemergono alla maniera di un fiume carsico, spesso in dimensioni che suscitano grande preoccupazione. Come in questo periodo. Perché, hanno spiegato Luigi Curini e Beatrice Magni in un articolo sul supplemento “La lettura” del “Corriere della sera” del 16 settembre, in discussione a questo punto è semplicemente il rapporto tra competenza e democrazia.

Per Curini e Magni sono principalmente due i tipi di competenze che emergono. La prima è propriamente politica e deliberativa: viene acquisita sul campo della rappresentanza e sviluppa una conoscenza che fa perno sulla capacità di aggregare una pluralità di interessi e bisogni, anche riconducendo individui che hanno all’inizio scopi e valori contrastanti ad accordi pur parziali e comunque rivedibili. La seconda è tecnica: trova la sua natura nel sapere scientifico accreditato da un titolo di studio e da una importante produzione di atti e documenti e “produce asserzioni sulla realtà che devono poter essere accettate da ciascuno, piaccia o meno”: contiene, in tal modo, sempre un elemento di coercizione. Luigi Curini e Beatrice Magni deducono che “se allora la competenza politica è essenziale per un buon funzionamento di una democrazia, essendo auspicabilmente connaturata alla stessa, la competenza scientifica, per quanto necessaria, deve sempre e comunque essere giustificata”. “Insomma, – sottolineano – una politica ricca di competenze scientifiche produce (o dovrebbe produrre) una politica (tecnicamente) più efficiente, ma non necessariamente più democratica”. Ricordando quanto sostiene Cas Mudde, “è fondamentalmente questo il rischio per la democrazia di una certa retorica antipopulista che, in modo altrettanto manicheo, omogeneizzante e moralista di coloro che avversa, forza anch’essa la realtà in due campi ben distinti: non casta versus comune cittadino, come fanno i populisti, ma chi sa (il buono) versus chi non sa (il cattivo). In altre parole la parola del primo porta con sé inevitabilmente tracce indelebili di potere e dominio a possibile detrimento della libertà del secondo”.

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La conseguenza è il delinearsi di un diverso spazio d’azione tra politica e competenza al cui centro si trova la indifferibile questione del potere, dei modi in cui si determina e delle funzioni di controllo che impiega. Appunto. Chi lo esercita? In quale maniera viene abilitato a farlo? Da chi? Quali meccanismi di difesa sono possibili nei suoi confronti? Il tema è quello portante del governo in una democrazia di massa.

Lo affronta Jason Brennan in “Contro la democrazia”, giungendo a conclusioni che si prestano – forse anche più che prestarsi – a destabilizzare il già traballante tessuto. Brennan contesta frontalmente ciò che definisce il “trionfalismo democratico” fondato sulle tre finalità che la democrazia raggiungerebbe: l’istruzione, l’illuminazione e la nobilitazione dei cittadini. Per lui, la partecipazione politica non produrrebbe alcun beneficio perché trasformerebbe i cittadini in competitori-nemici armati d’odio belligerante nell’arena; il diritto al voto non assicurerebbe le altre libertà civili, di parola, culto o associazione; la democrazia non sarebbe l’unica forma di governo giusta dal momento che il suffragio universale incentiverebbe “la maggior parte degli elettori a prendere decisioni politiche in condizioni di ignoranza e irrazionalità” mentre “un suffragio illimitato, uguale e universale sarebbe giustificato soltanto se non potessimo concepire un sistema che funzioni meglio”. La democrazia liberale, al sodo, farebbe emergere il quesito per cui alcuni individui “hanno il diritto di imporre cattive decisioni agli altri”, obbligando il resto a osservare “decisioni prese in modo incompetente”.

Su questa traccia, Brennan ribalta il valore procedurale della democrazia – ogni decisione presa in una democrazia è razione e perciò in sé giusta – a favore del suo valore strumentale per cui “la sola ragione per preferire la democrazia a qualsiasi altro sistema politico è che è più efficiente nel produrre risultati giusti, secondo standard di giustizia che sono indipendenti dalle procedure”. E se in democrazia a ciascuno è assegnato uguale potere politico, occorre dunque stabilire chi deve “detenere il potere”. L’opzione strumentale afferma con Jason Brennan che “esiste un modo (o dei modi) intrinsecamente buono, giusto o legittimo di distribuire il potere” e “non esistono standard morali indipendenti con cui valutare i risultati delle istituzioni decisionali”: resterebbe in piedi soltanto la maggiore affidabilità nel perseguire i risultati decisi indipendentemente dal regime politico. È la formula del governo “epistocratico”, cioè di chi è dotato di maggiore conoscenza e capacità, espressione di un regime nel quale il potere politico sia distribuito secondo le competenze e le capacità degli individui che compongono la comunità.

“Ha ragione Brennan?”, s’interroga Gianfranco Sabattini sull’“Avanti!” del 6 aprile scorso in un articolo dal significativo titolo “Jason Brennan, governo dei tecnici alternativa alla democrazia”. “Non proprio; – la risposta – meglio, avrebbe ragione se la democrazia fosse priva, come egli suppone, di elementi intrinseci idonei a garantire che le decisioni siano assunte con competenza e capacità”. Cassese, nella prefazione a “Contro la democrazia”, aveva ritenuto inaccettabili le proposte di Brennan, ribadendo come le Costituzioni moderne non a caso stabiliscono che è compito dello Stato “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono l’effettiva partecipazione all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

La democrazia va completata per potersi salvare, insomma. Raffaele Di Mucci nell’introduzione al testo avverte che l’incompletezza dei suoi presupposti non rende l’“epistocrazia” una valida alternativa perché finirebbe “per privilegiare di più i già privilegiati”. Meglio sarebbe attuare – indica Sabattini – la lezione del Karl Popper di “Una lezione di questo secolo” di diffondere la cultura del discorso critico che, per esempio, condurrebbe a rifiutare qualsiasi decisione collettiva senza pubblico confronto, a mettere in discussione l’autorità costituita quando la sua azione mancasse di rispondere alle aspettative dei cittadini e a radicare il popolo della fede nella necessità che sia sempre rispettato il diritto a partecipare ai processi decisionali politici. Conclude: “Nel loro insieme queste conseguenze avrebbero l’effetto di rendere politicamente inappropriata, perché conservativa, per non dire reazionaria, qualsiasi proposta di natura epistocratica, in quanto la democrazia, già di per sé, è autosufficiente; basta realizzarla compiutamente, o impedire che alcune sue parti già portate a compimento siano ingiustificatamente soppresse”.

DSCN6303Ma ad allungare un’ombra spessa di perplessità, se non di acuto pessimismo, è Biagio De Giovanni. “Alle origini della democrazia di massa. I filosofi e i giuristi” è il titolo del suo saggio del 2013 che offre un’analisi di estremo interesse. De Giovanni è da tempo assillato dall’incombere oggi di un quadro parecchio simile a quello che si delineò tra il 1914 e il 1939 in Europa: l’evento di una guerra gli appare poco probabile – illustra ad Antonio Gnoli nell’intervista su “la Repubblica” di domenica 30 settembre – “ma le altre condizioni ci sono tutte. L’effetto più drammatico è il divorzio tra sovranità e democrazia. Da quando si è indebolito il recinto della statualità – le norme costitutive che lo compongono – la democrazia della rappresentanza è entrata in profonda crisi”. Tramontato lo Stato-nazione, a esso si è sostituito lo Stato-popolo “la cui sovranità si incarna nella sua esistenza immediata. Ma se saltano i corpi intermedi, le spinte che provengono dal basso sono recepite o manipolate dall’alto senza mediazione”. È la rete a produrre questa ebrezza politica? – gli chiede Gnoli. “È una componente fondamentale che dà una sensazione di potenza sconosciuta in passato. Individuo e massa si saldano fino a diventare la stessa cosa. Siamo a questo punto: nel momento in cui cade l’idea stessa di rappresentanza, crolla il nucleo fondante della democrazia moderna. Il passaggio, per come lo vedo io, è avvenuto”.

Per cogliere i passaggi attraverso i quali si è giunti a questo stadio dalle prospettive più incerte conviene andare al testo del 2013. “La massa torna come tale; l’individuo torna come tale. Scomparse le classi in senso politico, sostituite al più da corporazioni variabili e precarie. La società è fatta da quelle due entità, massa e individuo, separate, lontane, e insieme vicinissime, omologate. In mezzo, si va creando il vuoto-pieno di provvisorie aggregazioni di interessi”: è la descrizione che De Giovanni compie della crisi della democrazia che mette in discussione il nesso liberalismo-democrazia, “conquista consistente ma inquieta del secondo Novecento continentale”. Succede così, prosegue De Giovanni, che “ogni volta che la massa si presenta sul proscenio povera di mediazioni politico-istituzionali, la democrazia esalta la propria radicalità e mette in discussione le articolazioni possibili, e da cui sgorga la nuova razionalità populistica”. La democrazia nella libertà immagina di ridurre lo spazio del liberalismo e l’individuo trova rifugio nella sua singolarità anonima e metropolitana. La conseguenza è che la rappresentanza tende a complicarsi sovraccaricandosi di implicazioni tecniche e finisce per separarsi dai rappresentati. “Nella sua separazione populistica, all’inverso, essa sperimenta un’apparente unificazione che si risolve nel nulla”: la forbice tra governanti e governati si allarga e niente può quella che De Giovanni chiama “teologia dei diritti”: spesso impossibili e dunque frustranti.

“La democrazia, come l’abbiamo conosciuta, sembra sparire dalla scena. Ma come può tornare, magari rinnovata, in questo deserto di ghiaccio, in questa atomizzazione della forma?” è l’interrogativo che lo conduce ad auspicare l’evoluzione di un processo, “una chiave per organizzare e dar forma ad un mondo convulso in accelerata trasformazione”.

È stato Aniello Montano, recensendo il saggio di De Giovanni (il 9 dicembre 2013, SaperinCampania.it), a istruire il confronto parallelo sul terreno del recupero dell’idea di libertà dell’uomo tra Jean-Jacques Rousseau e John Stuart Mill. Da un lato, quella di Rousseau realizzata in un sistema in cui prevale la volontà generale “che incorpora in sé, assolve e nega la volontà individuale”. Dall’altro l’ipotesi di Mill il quale “la vede realizzata soltanto in un sistema di vite in cui la libertà di ciascuno è limite alla libertà dell’altro”. Da qui – per Montano – la doppia valutazione operata da Carl Schmitt e Hans Kelsen sulla dottrina rousseauiana: per il primo, Rousseau è il teorico di una democrazia fondata soprattutto sull’omogeneità e sull’identità democratica di governanti e governati, incarnante il potere totale della moderna democrazia di massa. “Per Schmitt – precisa Montano – il concetto centrale dell’uguaglianza democratica è l’omogeneità, e precisamente l’omogeneità del popolo. Solo nel qualificarsi come omogenea l’uguaglianza può diventare principio politico”. Per Kelsen, invece, Rousseau è il teorico della volontà generale che prevarica sulla libertà dell’individuo, non riuscendo a trovare un punto mediano di unione.

L’approdo sarebbe la “libertà organica” prefigurata da Antonio Gramsci, confutando nei “Quaderni del carcere” la religione della libertà di Benedetto Croce de “La storia d’Europa”. Una stazione di transito nell’itinerario può essere data – scrive Montano – proprio dal tentativo di De Giovanni di “delineare una mediazione tra liberalismo e democrazia”. Acquisendo dal liberalismo di John Stuart Mill l’attenzione e la cura all’individuo e alle differenze che la massificazione progressivamente e implacabilmente annienta. Chissà se una piattaforma Stuart Mill invece di quella Rousseau potrebbe tornare utile.

 

Le foto sono di Ugo Santinelli

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