Il racconto. Ciuretta e il terzo fiammifero

di  EMILIA BERSABEA CIRILLO. *

 

Avevo cominciato a lavorare nella casa della “milionaria”, così chiamavano ad Atripalda la villa bianca dagli ornamenti floreali, posta alla fine di un viale di tigli, nell’agosto del 1954.

“Cerco una governante, giovane, istruita, paziente con i boys” aveva chiesto una signora al padrone di negozi di tessuti, la mattina del cinque.

La signora aveva una parlata strana, mezza italiana, mezza americana, indossava un vestito di cotonina leggera, a fiori azzurri con molti volants sulle maniche e sul petto, che di così vaporosi non se ne vedevano tanti in giro.

Il padrone del negozio, Tommaso Aquino, figlio di una seconda cugina di mia nonna, m’indicò, con il suo corto dito cicciottello.

“Cara Linda, eccola, l’avete trovata. Giovina, vieni qua”.

Lasciai il mio lavoro di cucito sul bancone, misurai tre passi, li ricordo bene, dritti, poi, dopo aver svoltato a sinistra, altri sette e mi ritrovai al centro del negozio.

Tommaso mi prese per le spalle e mi spinse leggermente in avanti, quasi a toccare i volants della signora: alta, secca, strabionda e molto pallida. Portava occhiali ovali, che si stringevano all’estremità in una nuvola di strass appesi per la catenella, che le dondolava sul petto.

Ho quindici anni, mi presentai a bassa voce, mentre le guardavo le scarpe,   con un tacco a virgola di velluto azzurro e una fibbietta d’oro, vengo da Torre Orsaia, dovetti ripetere due volte il nome del mio paese, “Cilento interno, alla fine del mondo”, spiegò Tommaso; sono andata a scuola, fino alla terza media, so cucire, leggere, scrivere, tenere in ordine la casa.

E poi è fidata, sul mio onore, aggiunse il lontanissimo parente, portando la mano molliccia sul cuore.

Ciovina, Ciovina, ripeté la signora, mentre esaminava il mio aspetto, capelli neri , treccia chiusa da un fiocco sfilacciato, grembiule a righe in cui stavo due volte, magra com’ero. Ciovina, sorridi, please, ti piacciono i bambini?

Certo che mi piacciono, risposi, ho cresciuto i miei fratelli piccoli.

La signora guardò Tommaso, piegando lievemente la testa.

“I miei nipoti, my dear, sono bambini wonderful!”

“ Ma anche Giovina è ok” rispose pronto Tommaso “ Prendetela in prova, un mese. Vedete come va. Poi decidete.”

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Lui aveva accettato di ospitarmi e di aiutarmi a trovare lavoro. Ero con loro da una settimana e la moglie doveva essere già stufa: mi appioppava ogni volta qualcosa da fare. Quel giorno era una sua gonna bianca, a cui dovevo cucire la piega e cambiare la lampo.

E così, dopo un inforcata di occhiali, uno scrutamento del mio viso, non avevo nemmeno un brufolo, la mia pelle era levigata come pomice, delle mie mani, si, mi mangiavo le unghie, ma non era mica un dramma, dopo un parlottare tra Tommaso e la signora, vitto, alloggio, domenica libera, cinquemila, non di più, fu deciso che il giorno dopo, alle nove, sarei andata alla villa.

Mi raccomando, disse la signora prima di uscire. Tommaso si portò la mano al petto, di nuovo. Io ripresi a fare l’orlo alla gonna di picchè della moglie.

 

Ero ufficialmente la bambinaia di Joseph e Terry, rispettivamente di quattro e tre anni: capelli ricci, neri, occhi e pelle scura, come se avessero preso tre mesi di sole al mare e quell’abbronzatura non se ne fosse più andata. Non avevo mai visto bambini con quella pelle nera, lucida come la borsetta di vernice nella vetrina del calzolaio. Dovette sfuggirmi un gesto di sorpresa, perché la signora Linda mi bisbigliò ” Non mordono mica. Sono i figli di mia figlia Alba e di suo marito Serge, che è nero tizzone.” I suoi occhi azzurri erano diventati taglienti, come quelli di Marietta, una vecchia janara del mio paese, devota alla Madonna delle Vipere, a cui portava scalza in processione ceri di venti chili.

Sono proprio carini, mormorai, mentre sentivo lo scalpiccio delle loro scarpette bianche sul pavimento di marmo della casa. Battendo mani e piedi, un due tre via, un due tre via, recitai una filastrocca in dialetto:

“ ‘Ngera na vota nu sorice e na carota

cume ggira e cume vota

u bbuò sente n’ ata vota?”

e feci una riverenza.

Non capirono una parola, ma corsero verso di me, ridendo. Li abbracciai. Sapevano di pulito.

” Si svegliano verso le nove, colazione, poi mangiano a mezzogiorno, cena alle sette, alle otto vanno a dormire. Hanno giochi, tanti, e libri fantasy, favole. Leggine una a sera. Sono abituati così.”

“ Va bene” misi a posto il colletto della camicia.

“Sei tu la responsabile, dovesse capitare qualsiasi cosa. No problem! Mia figlia è a Boston, arriva a Natale. Poi te la vedi con lei!”

E uscì dalla stanza dei giochi. Proprio una strega pensai, mentre si allontanava, dritta e imbalsamata. I bambini neanche la salutarono, mi si attaccarono al grembiule bianco, che avevo indossato appena arrivata e mi chiesero another nursery rhyme.

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Mi chiamarono Giogio. Giovina era il nome di mia nonna, a cui ero grata per aver convinto mia madre a mandarmi via dal paese di pietre e olivi, alto sul mare, dove vivevamo tra miseria e prepotenze.

Quei primi mesi furono di giochi, polpettine, pane e olio, cioccolata, corse nel giardino, nascondino tra i cespugli di rose, tanti girotondi, batti batti le manine.

Ieri a la fera

A ‘ccattai li buttuni

Na ‘accattai cient’e uno

Cient’ e un’ e na patacca

Sabbato abbotta

E domenica schiatta!,

cantavo mentre facevo il solletico a Joseph e carezzavo i capelli della sorellina.

Furono mesi di favole, che leggevo per la prima volta ad alta voce, non cunti di briganti, di alberi fatati, di pastorelle perdute, come si raccontavano a casa, davanti al braciere, ma favole scritte, illustrate, scene di foreste dove passava una bambina con il cappuccio rosso e un cestino in mano, una scarpetta di cristallo lasciata sulla scala di un palazzo, un pisello nascosto sotto trenta materassi, un burattino che diventava bambino. Storie che continuavo a leggere anche quando Joseph e Terry si erano addormentati, tanto mi piacevano.

Superai così agosto, settembre, ottobre, novembre. Con l’autunno mi era venuta nostalgia di casa, soprattutto di sera, quando stavo a letto, stretta al mio libro. Rivedevo i visi dei miei fratelli, chissà come stavano, che facevano. Avevano da mangiare? Stavano caldi? E mio padre mandava soldi dalla Svizzera? Oh, poter essere in una favola, avere accanto una fatina che, al tocco della sua bacchetta, mi riportava da loro! Una fatina che trasformava i miei zoccoletti in pattini veloci, che facesse volare il letto, comodo, caldo, con la trapunta rosa confetto, fino a dentro casa mia, per dormire solo una notte con loro!

Al mattino sembrava tutto passato, e riprendevo a giocare, leggere, correre, con i miei due bamboli.

A dicembre, per l’Immacolata venne mia madre e la mia sorella più piccola, Saveria, a portarmi i fichi secchi ‘mbottonati con le mandorle, due vestiti pesanti e una giacca di lana marrone, fatta ai ferri dalla nonna. Dormirono a casa di Tommaso, anch’esso rifornito a dovere di fichi e mandorle, mangiarono in cucina, con me, nella villa.

Stavano tutti bene, ma io stavo meglio, molto meglio di loro, commentò mia madre. Aveva fili di capelli bianchi, in quella massa riccia scura, macchie di sole sulla fronte. Gli occhi erano vispi, curiosi e guardavano di qua e di là, come elettrizzati. Sfiorò le piastrelle della cucina, bianche e azzurre, decorate a frutti. Quella casa era troppo troppo di lusso, commentò.

La signora Linda la volle conoscere, le regalò una valigina di abiti smessi, diede a Saveria una bambola quasi nuova, dai capelli rossi, e affermò che era soddisfatta di me.

Mia madre partì rincuorata, avvolta nel suo enorme scialle verde muschio, le calze color carne di filanca, le scarpe chiuse con i lacci. Aveva tutti i soldi della mia paga in petto. Mia sorella Saveria mi salutò sventolando la sua bambolina.

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Natale fu di luci e di alberi illuminati da cento candele. Uno splendore che non avevo immaginato potesse scendere sulla terra. Erano arrivati Alba e Serge carichi di doni, di valigie, di felicità. La villa si animò, le stanze si aprirono, i camini furono accesi tutto il giorno, l’aria in casa divenne tiepida, un via vai di amici e parenti ogni sera a giocare a carte e a mangiare. Alba era una bellezza grassoccia, poco curata, con lunghi capelli chiari avvolti in chignon, occhi verdi ridenti. Fu subito affettuosa. Mi regalò un cappotto blu con il cappuccio, foderato di calda flanella scozzese e un maglione rosso, con il collo alto. Mi sentivo una regina, quando uscivo in giardino con i bambini. Serge sembrava una quercia possente, con quelle braccia forti, le spalle larghe, i capelli ricci come quelli dei figli. Produceva coltelli a serramanico, pettegolò la cuoca Smeraldina, per la mala gente americana. Come poteva, con quel suo largo sorriso.

 

La mattina del trentuno dicembre l’aiutante di Smeraldina si ammalò e non venne a lavorare. Ero nella stanza a leggere di una bambina che invano si riscaldava con i suoi fiammiferi, in una fredda notte d’inverno, quando la signora Linda venne a chiamarmi. Dovevo dare una mano in cucina, presto. Lasciai il libro aperto, i bambini stupefatti sulle seggiole di paglia, la bambina dei fiammiferi immersa nel suo sogno di calore; peccato interrompere, era una favola troppo coinvolgente.

 

Era prevista una cena di fine d’anno per quindici persone, tutti amici, alcuni mezzi americani come loro, bella gente davvero! sbottò la cuoca, che aveva messo quattro pentole sul fuoco e non si raccapezzava tra polli, brodi, tagliolini, maionese, peperoni con la mollica di pane e parmigiane di melenzane.

“ Lava tutto quello che trovi di sporco, asciugalo, poi pela le patate, tagliale a pezzi, mettile in teglia. Olio sale, rosmarino. Non fare nulla di testa tua!”

E quando tutto questo fu eseguito, intanto fuori era calato il buio, Alba accendeva già i camini nelle stanze, Smeraldina mi chiese di apparecchiare la tavola, ero capace, certo!, la tovaglia era nella sala, i piatti sulla credenza, attenzione massima ai bicchieri. Entrai in quella stanza delle feste, dai pavimenti bianchi e neri, un camino alto e profondo in cui brillava un gran fuoco, un tavolo ovale di noce, le pareti dipinte con scene di luoghi sconosciuti, case altissime, ponti di ferro attraversati da treni, giardini colorati, e gente, tanta gente per le strade. Questa deve essere l’America, pensai, e restai imbambolata, come se udissi i rumori di quella vita lontana.

Apparecchiai la tavola, la lingua stretta tra i denti. Eppure un rumore lo sentii, ne fui certa, come un ticchettio di dita, seguito da un bagliore minuto, nel giardino. Non feci caso, lucidai le forchette, posai i bicchieri, ritornai in cucina, riportai in sala due vassoi con salumi e olive. Portai ancora due cestini di pane, rubai due fette di capicollo da un piatto rotondo, mangiai in tutta fretta. Fu allora che vidi il secondo bagliore, un po’ più lungo del primo e sentii bussare ai vetri, chiaramente. Mi bloccai vicino alla tavola. Il rumore si ripeté, come una beccata disperata di un uccello. Aprii la porta finestra. La neve scendeva fittissima sul corpicino di una bambina che indossava un cappotto rosso lacero assai e teneva in mano una borsetta di stoffa. “Non è possibile!” esclamai, la presi in braccia e chiusi in fretta il vetro. “ Ti porto su ” avvolsi i piedi rossi dal freddo e le manine gelide nello strofinaccio che avevo con me.

Lei appoggio la testa sulla mia spalla, quasi svenuta.

“ Ho finito. Vado sopra” gridai da fuori la cucina alla cuoca.

“ Sono arrivate le due cameriere. Sali!”

Nella mia stanzetta levai alla piccola sconosciuta i vestiti fradici, com’era magra e sporca, l’asciugai, poggiai sul comodino la sua borsetta di pezza umida di neve, le infilai una mia maglietta di lana, la coprii con la calda trapunta, le massaggiai i polsi e le tempie con l’alcool. Lei aprì gli occhi. Azzurri come un piccolo cielo.

“Devo accendere ancora il fiammifero”   mormorò nel sonno.

“Quale?”

“Il terzo, il più importante. Fallo tu!”

“Ma chi sei?”

“Ciuretta.” E chiuse di nuovo gli occhi.

Lasciai perdere. Nella favola il terzo fiammifero coincide con la morte della bambina. “Accese un altro fiammifero che illuminò tutt’intorno, e in quel chiarore la bambina vide la nonna, lucente e dolce! «Nonna!» gridò «oh, prendimi con te! So che tu scomparirai quando il fiammifero si spegne, scomparirai come è scomparsa la stufa, l’oca arrosto, l’albero di Natale!».

Nascosi la sacchetta blu nel cassetto del comodino. Non avrei acceso quel fiammifero. Andasse come doveva andare!

Scesi di sotto, lasciando la porta socchiusa.

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La cena era appena iniziata. Tutto cantava, voci, cibo, lampade, candele, profumo di arrosto. Mi sembrò che il pollo si muovesse verso di me, mentre qualcuno lo inforcava, la signora Linda era vestita di nero, in lungo, con una specie di diadema di brillanti tra i capelli, Serge era bellissimo in abito scuro e papillon rosso, i bambini splendevano accanto al padre, Alba, in grigio perla, offriva tartine di burro e chissà cosa. In cucina mi preparai un vassoio di pollo, patate e macedonia, assaggiai un peperone, versai il brodo bollente in una scodella. Infine riempii un bicchiere di vino rosso.

Erano così milionari, giù, in basso, che nessuno sentì la mia mancanza.

Feci bere un po’ di brodo a Ciuretta, cucchiaino dopo cucchiaio. Lei si rannicchiò stremata e riprese a dormire. Mangiai il pollo, le patate, bevvi il vino, sorso a sorso, fino a farmi girare la testa.

Ma chi era quella bambina? Da dove veniva? Come era arrivata al giardino, che il cancello stava sempre chiuso? Frugai nelle tasche del cappotto. Nulla. Ma nella fodera, appuntata con una spilla da balia, c’era una bustina contenente due fogli. Uno era un certificato di nascita: Ciuretta Damos, nata a Zara il 12 febbraio 1949 da Ilenia Damos e padre ignoto. L’altro era un biglietto, scritto con un lapis nero, Aiutate questa mia sventurata figlia, la Madonna vi guarda, benedico la vostra bontà Ilenia.

Una bambina senza più nessuno, ecco chi era, Ciuretta! Mi addormentai circondandola in un abbraccio. Mi svegliai poco dopo per uno scoppio, fuochi d’artificio coloravano il cielo nero, le voci dal basso auguravano Buon anno, Happy new year!

Pensai alla mia famiglia, così lontana, al paese sconosciuto di Ciuretta, alla mamma che l’aveva abbandonata e scoppiai a piangere.

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Il primo giorno del nuovo anno, Alba bussò alla mia porta. Mi trovò a letto, aggrappata alla bambina che ancora dormiva, calda, come in preda alla febbre.

“E questa chi è?” chiese Alba, accostandosi al corpicino.

“Ho trovato Ciuretta davanti casa, non sapevo che fare, era mezza morta di freddo” , risposi balbettante.

“Come nella favola della piccola fiammiferaia. Ma guarda!”

Si sedette accanto a me, mi carezzò i capelli.

“Ho pensato che poteva essere una bambina del mio paese, persa e morta di fame, una mia sorella, potevo essere me, in un paese straniero e che dovevo salvarla, a qualunque costo” continuai confusa. “C’era una busta nel cappotto.Eccola!”

Alba mi strinse a sé: com’erano tenere e dolci le sue braccia!

“Quando ieri sera non sei scesa a fare gli auguri, ho capito che ti era successo qualcosa! Hai fatto bene, Giovina, you are giudiziosa. Metteremo tutto a posto, vedrai. “ E uscì, silenziosa.

Pensai che Alba andasse a riferire alla signora Linda, che avrebbero cacciato me e Ciuretta, in quel giorno freddissimo. Perché non avevo acceso il terzo fiammifero, il più importante, stupida ragazza paurosa? Saremmo scomparse insieme e non avrei dovuto affrontare un rimprovero che non mi meritavo!

Invece Alba ritornò, con un vassoio di biscotti, pane burro, marmellata di arance e due tazze di cioccolata fumante.

“Per oggi va così. Poi vedremo che fare!” e mi strizzò l’occhio.

Fu per l’odore della cioccolata che Ciuretta si svegliò?

 

Nell’ estate del 1955 Ciuretta ed io partimmo per Boston, con Alba, Serge e i bambini. Le pratiche per la sua adozione furono lunghe, per me bastò una liberatoria dei miei genitori. “Una vera fortuna, per te, figlia mia”, mormorò mia madre quando andai al paese a salutarla. Anche Tommaso fu contento. Mi carezzò una guancia con le sue dita polpose. “ Giovi’, te lo meriti, sei una brava figlia!”

Da allora abbiamo vissuto tra Boston e Atripalda, dove tornavamo ogni tanto, per rivedere la signora Linda e la mia famiglia. Ciuretta è diventata una pattinatrice artistica, io ho preso un master in letteratura per l’infanzia, ho scritto favole e saggi sul fantasy. Joseph e Terry sono impresari teatrali, Alba e Serge sono stati due genitori meravigliosi. Sono morti entrambi l’anno scorso, a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro. La signora Linda li aveva preceduti di dieci anni.

 

Oggi siamo tornate ad Atripalda, alla villa della “milionaria”. I nipoti l’hanno venduta a un’impresa che ne farà palazzine per abitazioni. Tutta questa bellezza sparirà. Terry mi ha chiesto di accompagnarla, per vederla un’ultima volta, prima di mettere i mobili all’asta. Sono qui che mi aggiro nella mia vecchia stanza, apro gli armadi, guardo dalla finestra il giardino pieno di erbacce, mi siedo sul letto, cerco i rumori che l’hanno attraversata.

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In questi anni non ho pensato al terzo fiammifero. Ma qui il suo ricordo è reale. Riapro il cassetto del comodino, c’è ancora la sacchetta blu, rovescio il contenuto sul letto. Un fazzoletto annodato, una figurina sacra sbiadita, una scatola di fiammiferi mai aperta, un’altra vuota. Guardo attentamente dentro. Un solo fiammifero, la capocchia rossa ancora intera. Lo tengo in mano, come una candela. Dovrei strofinare il terzo fiammifero per sapere quello che sarebbe accaduto una sera di quaranta anni fa, mentre Ciuretta cercava aiuto ed io ero pronta a darglielo. Che sarebbe successo? Scuoto la testa e mormoro nonono.

Non voglio accettare una vita diversa da quello che ho avuto. Ho amato talmente tanto tutti i miei cari che non voglio vedere i loro volti bruciare dentro di me, come in una scatola di fiammiferi. La vita è andata bene come è andata, fino ad ora. Sono stata felice. Sono stata fortunata.

Rimetto tutto nella sacchetta blu e la ripongo nel cassetto.

Giogio, taxi is coming!

I get off right away!

Apro la porta, scendo le scale.

Terry è alla porta di ingresso.

” Finalmente, Giogio, go!”

Raggiungiamo correndo il taxi, che ci aspetta al cancello.

 

*Il brano è tratto dal nono numero di “Achab” – rivista diretta da Nando Vitali, edita da adestdell’equatore, Napoli- , dedicato a “Il racconto del Sud”.

 

Le foto sono di Ugo Santinelli

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