A Giovanni Iannaccone

giov

di EMILIA BERSABEA CIRILLO.

Siamo stati la generazione che doveva riscattare ii nostri genitori dalle sofferenze della guerra e dalle occasioni che non avevano avuto. Soprattutto noi, ragazzi del Sud, interno. Abbiamo studiato con profitto, sempre promossi, diligenti, pronti ad ogni sacrificio. Abbiamo intrapreso facoltà difficili, pur di saperli orgogliosi di noi. Perché quelle bombe che erano riusciti a scansare miracolosamente, quegli inverni di fame, di freddo, quelle cupe disperazioni dell’alba sono stati i racconti della nostra infanzia, una specie di beato tormento quotidiano, a cui venivamo sottoposti senza cattiveria, semplicemente perché tutto quello che avevano attraversato era ancora nelle loro menti e nei loro occhi. E non erano bastate le nuove case, modeste, ma integre, i balconi di fiori, la seicento nel cortile, gli abiti nuovi negli armadi, i mobili lucidi e pieni di piatti e bicchieri, la televisione, il frigorifero, la lavatrice, la piccole vacanze, per rasserenare gli animi e per convincerli che si, era proprio tutto passato e che si poteva finalmente tirare un respiro di sollievo, cominciava un lungo tempo di benessere e di pace. Ci voleva altro: un cambiamento sociale.

gruppo architetti di rocco 7 ottobre 2018 011

Sono stata una ragazzina sempre molto studiosa, sempre appassionata ai libri, alle storie, alla scrittura. Eppure tutto questo non era visto dai miei genitori, presi com’erano nel loro bisogno di medicare ferite per me ignote. Lutti e sogni sono stati il companatico di una vita trascorsa al riparo, come in trincea. “Fai il tuo Dovere” era il comandamento, e se qualcosa  era permessa, era soprattutto ciò che volevano loro.

Se avessi scelto lettere, non sarei dovuta andare all’Università.

Ma se avessi scelto architettura, allora, avrei potuto studiare fuori.

Il fuori era una bolla sconosciuta, invitante, infinita. Cosa avrei trovato? Qualunque cosa, ma non la grigia solitaria esistenza di una piccola città di provincia, in cui non c’era neanche un treno per partire. E assetata com’ero di vita, ho accettato tutto pur di vedere, di conoscere.

E così che ci siamo incontrati, Giovanni caro, al terzo anno di architettura, in quell’aula di Composizione Architettonica, con il professore De Franciscis e il progetto di una’area da recuperare accanto a piazza Mercato. Eravamo entrambi di Avellino,  scoprimmo, e ti presentai agli altri studenti. Un gruppetto che avrebbe fatto furore, negli anni a venire.

gruppo architetti di rocco 7 ottobre 2018 007

Sono stata la prima laureata in famiglia, riscattando una generazione di commercio, di impiegati, di artigiane. Riscatto, poi, e da  cosa? Non era meglio la piccola imprenditoria, che avrebbe fatto forte il Sud, che una classe impiegatizia, che poco ha prodotto in idee e progetti?

Mi sono ritrovata architetto, ma non era la mia vocazione. E per molto tempo non ho saputo più chi ero. Non ho avuto nessuna malizia, non ho saputo approfittare come molti colleghi giustamente hanno fatto, della valanga di lavoro arrivata dopo il terremoto del 1980. Non avevo la forza di guardare, solo un gran desiderio di diventare invisibile, di rincantucciarmi, quanto più possibile, tra i miei libri, le mie piccole innocenti passioni.

A mio modo , ho combattuto una lunghissima estenuante guerra, in cui non c’erano bombe, né stomaci vuoti, ma corpi che desideravano essere nutriti, di parole, di storie, di immagini, corpi che desideravano occasioni per crescere, per imparare a stare al mondo, e che dovevano  fare a patti con altri corpi, piccoli corpi bambini, che a loro volta volevano attenzione.

Siamo cresciuti percorrendo un binario di   realtà e desiderio,  un piede sulla realtà, un altro sul desiderio,  mentre il tempo, come un treno, ci tallonava. Non so davvero se siamo stati felici. Siamo restati in questa città come vestali, come sacerdoti del tempio, a tener vive abitudini e memorie. E intanto intorno a noi, nel mondo, cadevano confini, governi, statue, bandiere, i territori si cancellavano, si ampliavano, si dividevano, nascevano conflitti di ferocia inaudita, sul corpo e la pelle di innocenti civili, e i popoli si  mettevano in marcia, cercando nuovi approdi, nuovi sentieri di pace. E noi sempre qui, fedeli ad un destino che forse aveva del comodo, del protettivo, dell’infruttuoso: il nostro.

Abbiamo seppellito il padre, quel padre che voleva attraverso noi, diventare ciò che non era stato.   Un poco alla volta, una parola alla volta, il nostro corpo si è nutrito, finalmente, ha preso forza, e nuove storie hanno cominciato a formarsi, nella mente, e nuova energia ha circolato nelle nostre mani e nel nostro cuore. Decisi, ma ancora tremanti, abbiamo cominciato a vivere di parole.

Tutti questi ricordi, me li hai scatenati tu, Giovanni, ora che non ci sei più. Eri nato nel mio stesso paese, Atripalda, le nostre nonne, Bersabea e Petronilla erano amiche, i nostri genitori si conoscevano bene. E noi eravamo destinati a diventare colleghi e amici. Abbiamo studiato insieme molti difficili esami, tu avevi una mente prodigiosa, matematica, forse anche per te l’architettura non era il tuo divenire. Sei stato il primo tra noi a sperimentare l’informatica applicata alla pianificazione urbanistica, il primo a lavorare a un progetto innovativo di Urbanistica nel L.U.P.T. con il professore Piemontese, di cui andavi a ben ragione fierissimo. Eri metodico, curioso, di ogni formula, di ogni scelta progettuale  dovevi farti una ragione , dovevi essere sempre convinto. E mettevi a dura prova la nostra scarsa impetuosa pazienza . I tuoi ragionamenti pacati, con la matita in mano, sulla necessità di uno slargo o di un percorso, su un progetto, ore a convincerci che avevi ragione, sono restati memorabili. Portavi avanti i tuoi argomenti sempre con la tua ostinazione, con la tua fede nella razionalità, che era incrollabile. A volte vincevi tu. Perché avevi colto, con il tuo sentire sensibilissimo,  il vero.

gruppo architetti di rocco 7 ottobre 2018 010

Sei stato il primo di noi, noi del gruppo di composizione architettonica, quello con Rocco, Eligio, Gianni, Maurizio, Luigi ad andartene. Non credevo che mi potesse fare così male. Perché ci siamo divisi un affetto leale, un’amicizia serena, qualche segreto, qualche litigio. Se ne va una parte del nostro paese, Atripalda, a cui tu hai dato tanta cura e impegno, non ultimo il tuo ruolo di Priore della Confraternita di Santa Monica,  a cui io sono rimasta così profondamente legata. Se ne va anche una parte di me, quella della studentessa studiosa, “secchiona”, come dicono i miei figli, che con sacrificio, tanto, ha riscattato la generazione dei padri, se ne vanno gli anni, non quelli passati che sono già andati, ma tutti quelli a venire, ancora, insieme. La tua amica  Emilia Bersabea.

le foto sono dell’architetto Rocco Fasolino.

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