Gaetano Vardaro: il futuro che non c’è stato

di EMILIA CIRILLO.

Non è facile nominare un futuro che non c’è stato, nel quale abbiamo creduto come possibilità concreta di cambiamento. Aveva un nome, quel futuro “Sprovincializzare Avellino” ed era una strada senza più montagne a venirci incontro, erano volti e voci antichi e nuove che accoglievamo.

Sprovincializzare Avellino e farla uscire dal suo isolamento culturale fu la parola d’ordine coniata negli anni settanta da Gaetano Vardaro, docente di diritto del lavoro, una parola che passò tra di noi come un uovo di Colombo, fragile e potente. Se un merito , tra tanti, ha avuto Gaetano c’è anche quello di rendere “concreta l’utopia”, di misurarsi con la realizzazione di un sogno, fondando con un gruppo di giovani di sinistra, che volevano “fare qualcosa per la nostra città” l’associazione Arci-Musica Incontro nel 1974.

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GAETANO VARDARO CON UN ALTRO GRANDE INTELLETTUALE IRPINO: BRUNO UCCI, ANIMA DEL CENTRO DORSO NEGLI ANNI ’80

Sempre malata, povera Avellino, sempre bisognosa di cure, impedita in una stasi ospedaliera che non le permetteva di vedere al di là delle sponde del suo bordo di salvezza. Malata, allora come ora, di un provincialismo marginale, in cui il passato “il pio, dolce passato” era conforto e rassicurazione, il presente un tirare a campare e il futuro uno scrutare nubi perniciose. Quale sol dell’avvenire! Eppure, ce lo siamo detti tante volte, non riuscivamo ad andar via da Avellino. Riparati in una valle di cui non conoscevamo le insidie sismiche, passavamo insofferenti la nostra gioventù tra il lungo e largo passeggio del Corso cittadino, le scuole di illustre tradizioni, le librerie rifornite di ogni novità, le quattro sale cinematografiche, la biblioteca Provinciale, e la splendida campagna, curiosi di tutto quello che accadeva fuori: politica, cultura, cinema, moda, mondo.

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Gaetano capì che questo nostro stare in città, con tutte le contraddizioni di provincialismo che comportava, – lui stesso doveva definire in un convegno Guido Dorso un “Kafka di provincia”, ma parlava della sua condizione esistenziale, come osserva Generoso Picone nel suo articolo sul mattino del 25 ottobre 2018- , doveva assumere una scelta di senso: da condizione di scacco a punto privilegiato di azione. Dovevamo smettere di piangerci addosso e fare: non noi a rincorrere gli eventi culturali fuori Avellino, ma portare quello che accadeva in Italia in questa nostra assopita città. Un’ idea che oggi, a trent’anni dalla morte di Gaetano Vardaro, definisco di “provinciale contemporaneo”, un concetto che molto assomiglia a quello della “restanza” usato in questi anni da Vito Teti.

Cominciammo con la musica, sua e nostra passione, nel dicembre del 1975, con il concerto degli Area, sperimentatori di nuove sonorità, dal rock alla musica elettronica e popolare insieme. Questo incontro con la musica sperimentale ebbe il suo apice nel concerto di Lou Reed, allo stadio Partenio, del giugno del 1980.

Avellino era allora una città di sessantamila abitanti, quasi priva di capacità alberghiera, di campeggi e aree attrezzate, eppure fu accettata la sfida dall’Arci-Musica Incontro.

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“La scommessa è far convivere, per un giorno, due filosofie di vita, differenti, ma non nemiche, quella sonnacchiosa della piccola città e quella del mondo giovanile, che ha bisogno di nuova cultura, miti e occasioni “ come ebbe a dire Gaetano in un’intervista.

Già prima vi erano state le rassegne di musica classica e contemporanea, ospitate nella piccola sala del Conservatorio a piazza del Duomo, con Severino Gazzelloni e Bruno Canino, Luigi Nono, Salvatore Accardo, Luciano Berio, La nuova Consonanza, Giacomo Manzoni, il Quartetto Italiano, tanto per ricordarne qualcuno, le due giornate per il Cile con il concerto degli Intillimani, il concerto di Maurizio Pollini e di Luigi Nono al cinema Giordano. Il meglio della cultura musicale italiana aderì all’invito di Musica Incontro, dando vita ad una stagione culturale indimenticabile e irripetibile per Avellino.

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Eppure, di fronte a questo fiume di novità, a questa inesauribile attività culturale, che muoveva gente da Napoli e dalla regione, che metteva una volta tanto Avellino al centro di un processo innovativo, quello di portare la cultura nelle periferie, le istituzioni e i partiti di sinistra di questa città restarono indifferenti e continuarono ad ignorare il fenomeno MusicaIncontro.

Ma non fu facile far morire l’utopia di Gaetano Vardaro. Dopo il terremoto del 23 novembre del 1980, ci furono nuove appassionanti sfide: il grande concerto di Claudio Abbado e della orchestra, dei giovani della Comunità Europea, a conclusione dei tre giorni di incontri tra compositori ed esecutori anche del Sud.

 

Nacque l’idea allora di istituire un “Centro di Cultura Contemporanea” nel carcere borbonico, fondando un museo di arte contemporanea, che sarebbe stato il primo in Campania, con donazioni di Emilio Vedova e altri artisti contattati , con la collocazione, all’interno del cortile, della scena dell’arca del Prometeo, opera lirica di Luigi Nono e Massimo Cacciari con la regia di Luca Ronconi e ancora di organizzare una serie di incontri con filosofi, operatori culturali, artisti, musicisti, compositori, per avviare anche una ricostruzione culturale della città. Tutto questo si programmava, in opposizione al piano regolatore Petrignani, che prevedeva l’abbattimento del carcere borbonico e la costruzione di una piazza, mentre nuove possibili speculazioni occupavano il tempo e la mente di politici e tecnici avellinesi.

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Se un’amministrazione di quelle succedutasi nel tempo, anziché rispolverare solo vecchie memorie cittadine e basarsi su un improbabile passato remoto, avesse avuto la capacità di guardare al futuro, si sarebbe resa conto dell’importanza dell’eredità di Gaetano Vardaro e avrebbe realizzato qualcosa di quel cantiere di cultura contemporanea. Se il progetto culturale di Gaetano fosse diventato in parte realtà, il teatro Carlo Gesualdo, per esempio, poteva essere, oltre tutte le funzioni proprie di un teatro comunale, un centro di produzione teatrale all’avanguardia, sia per contenuti che per sperimentazione, una vera scuola di teatro moderna, come sta accadendo a Cairano con Franco Dragone.

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Un’amministrazione intelligente, dotata di questo nuovo sguardo, avrebbe dovuto cogliere l’importanza di non improvvisare rassicuranti feste di piazza, con cartelloni rabberciati, ma di programmare eventi culturali tutto l’anno, partendo dalle potenzialità del territorio, in un dialogo e scambio continuo con quanto avveniva al di fuori della provincia e della regione.

In una parola, il futuro urbanistico di Avellino avrebbe dovuto camminare di pari passo con un progetto culturale di modernizzazione, di cui nessun amministratore ha voluto tenere conto, e che è risultato vincente in alcune province del Sud molto più interne, come Benevento e Matera.

Ricordare tutto questo, a trent’anni della morte di Gaetano Vardaro, ci fa riflettere su questa grande occasione mancata per la città e sugli “infiniti possibili”, sui quali si affacciarono per un periodo le nostre vite.

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Le foto sono tratte dal sito avellinesi.it, nel quale si trova una intera pagina dedicata a Gaetano Vardaro

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