La città inesistente

di UGO SANTINELLI.

I nodi vengono al pettine, prima o poi. Come nell’appena ricomposizione del Consiglio Provinciale. Le cronache si sono attardate sulle apparenti discordanze tra accordi, previsioni, esiti e piroette. Ma vi è un ulteriore elemento di fondo, purtroppo sfuggito, o peggio, considerato come banale, normale dato di fatto. In sintesi, i consiglieri comunale della città risultano pesare molto in termini elettorali, ma la città non conta per niente nella definizione delle linee politiche.

Per un primo abbozzo di analisi, occorre cominciare a chiedersi da quale momento la città ha cominciato a non contare nulla per la sua provincia, sia dal versante istituzionale, ad esempio per ciò che resta delle Amministrazioni Provinciali, sia nei tempi lunghi della programmazione.

UDINE

Si sconta sempre l’arbitrio nel ficcare un paletto, nel cercare un punto d’inizio, nell’evolversi della storia recente in un giorno piuttosto che in un altro, ma non vi è più plastica evidenza del dibattito preparatorio al piano territoriale regionale, in acronimo PTR, nei primi anni di questo millennio. Nella bozza consegnata ai portatori d’interesse, erano già inseriti e disegnati, quali linee portanti, alcune opzioni strategiche regionali ed interregionali. Innanzitutto l’attraversamento della linea ferroviaria ad alta capacità Napoli-Bari, per quel che riguarda il territorio irpino. I commenti e le possibilità immaginifiche nell’illustrazione dell’ipotesi era alte: acque e terre si dispiegavano a tappeto perché sopra vi scivolassero le merci e le persone che ne avrebbero usufruito, dalla costa atlantica iberica fino alla Crimea, al Mar Morto e più in là. Per Grottaminarda transitava la seta e i mercanti del futuro, gli irpini dovevano pensare a come trarne profitto, ad attrezzarsi perché i treni sostassero. L’atmosfera del dibattito, nell’auditorium della Banca Popolare aiutava a ricordare quel magnifico film di Sergio Leone, “C’era una volta il West”, e il guizzo d’ingegno di Brett McBain, l’immigrato irlandese, che intuisce l’importanza della sua vena d’acqua e progetta la sua stazione ferroviaria e lotta a suo modo, per approntarla prima che i binari passino davanti alla sua fattoria. Un progetto, un sogno personale ostacolato dai cattivi, nel racconto del film, che poteva e doveva tramutarsi in un progetto collettivo, ancora una volta salvifico per queste terre di mezzo.

Un giorno, ne eravamo certi, dalle parti del casello autostradale, avremmo parodiato i cow-boy dell’ultima frontiera, ci saremmo messi in costume, avremmo rivissuto, questa volta dal vero, quella magnifica scena finale in campo lungo dei coolies e degli operai che inchiodano il ferro dei binari al legno delle traversine; con i piani ravvicinati di Jill che fonde il corpo di Claudia Cardinale con quello dei maschi accaldati, e li disseta. Di lì a poco il passaggio ad orari prestabiliti della vaporiera avrebbe scacciato la vita raminga ed incerta dei vaccari. Per ora ci prendeva la commozione nel rivedere l’amicizia virile di Armonica che non abbandona il corpo di Cheyenne, ucciso a tradimento da Gabriele Ferzetti, con la musica di Ennio Morricone che ritma il passo dei cavalli mentre si allontanano.

VERONA

Ma in quel dibattito, tra i legni caldi e i quadri vividi dell’auditorium, mancò la nostra città, l’interrogarsi su un proprio preciso ruolo, ora che gli scenari mutavano e rendevano inadatto e debole il solo ruolo di centro burocratico. Tutte le opzioni strategiche già disegnate sulle mappe vi giravano alla larga. In pochissimi provammo ad illustrare una modesta proposta per intercettare le strategie e riconnettervi la città, indicando per cominciare, a voce bassa, l’elettrificazione ed il riammodernamento della linea ferroviaria già esistente, dal mare di Salerno, dove sarebbe giunta l’alta velocità, all’entroterra di Benevento, con l’alta capacità. Un’operazione pulita, senza spreco di suoli, a bassissimo impatto ambientale; nell’ottica di quella metropolitana delle città, pur intravista nel PTR. Per salvare ciò che restava di una comunità e per prepararla a nuovi ruoli. Il tono di voce restò basso perché nessun altro vi si aggiunse. Né la giunta, né il consiglio comunale, né i partiti politici.

Con l’amministrazione Galasso e poi con quella Foti prende corpo la poco magnifica teoria della città che può vivere da sola, autosufficiente, senza legami con il territorio, se non con la redistribuzione dei fondi pubblici, nazionali ed europei. Da capoluogo di provincia a comune capofila di un pezzo di territorio. Allora prende corpo la teoria, nel senso che emerge dal non detto, dal poco percepito negli anni precedenti, quando eravamo alla ricerca di un’anima per la città, di un nuovo paesaggio urbano. Galasso e Foti sintetizzano un elenco assai lungo di ascendenti e discendenti politici, ancor oggi attivi. La prova del nove furono gli accordi di reciprocità, negli anni successivi, che disegnarono un arretramento, un ritorno alle baronie preunitarie: gli arianesi contro gli avellinesi. Un ritorno al passato, in lotta con un futuro appena intravisto.

MANTOVA

In questo mese di ottobre, appena trascorso, quel poco che resta della politica ha evitato con cura di incrociare due argomenti. Fine a se stessa la polemica sullo scenario nazionale del governo gialloverde sul tracciato della Napoli-Bari, da ripensare proprio nell’attraversamento dell’Irpinia, con conseguente, ipotetica cancellazione della stazione Hirpinia ( Ah, i latinismi!). Certo Ariano e Grotta si sono mobilitate ed anche le associazioni di categoria, a partire dalla Confindustria, ma l’argomento è rimasto nei limiti della mobilitazione di un pezzo della provincia. La nostra città non si è unita alla mobilitazione che alla fine ha privilegiato l’essere contro il governo piuttosto che il richiamo o la ricerca dell’unità del territorio irpino.

Né si annotano dichiarazioni di Biancardi e Vignola, o delle loro parti, al riguardo della stazione Hirpinia, come se la conta degli amministratori-elettori fosse sufficiente e non necessitasse dei destini di tutti gli amministrati nel territorio provinciale. In politica le residue competenze delle Amministrazioni Provinciali non possono costituire l’alibi per non pronunciarsi sui destini di aree e cittadini. Biancardi e Vignola hanno consegnato un tema in bianco.

TRENTO

La sera delle votazioni, piazza Libertà sembrava il set di un altro film. Le luci di palazzo Caracciolo non scendevano fino a terra e da lontano, nella penombra, sembravano rivivere i crocchi del secolo scorso, se non di quello ancor precedente; quando davanti ai due leoni sostavano avvocati, questuanti, giudici, i borghesi, i professionisti frammisti ai piccoli notabili di paese scesi in città a giganteggiare nei consessi e nei conciliaboli. Quella sera il brusio, i movimenti, gli abiti scuri dei politicanti, gli scarti nello spezzare e nel ricomporre le cerchie, imponevano la verità di un tempo mai passato.

reabrunzo bn

I consiglieri della città dunque pesano, ma la città è leggera. Nessuno pensiero colto al riguardo tra quei personaggi e per paradosso è stato eletto a palazzo Caracciolo il fresco rappresentante di Salvini in consiglio comunale. Hanno votato per lui dodici consiglieri, due suoi compagni di banco ed altri dieci sparsi in provincia. Hanno portato idee, cuore e coraggio a chi proclamava “Prima gli irpini!”. In teoria a lui sono affidate le istanze della città. Chissà se gli avellinesi vengono prima degli irpini. E’ il nuovo che avanza.

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Intanto S. Modestino, vescovo e martire, si sforza di proteggere i nostri cittadini dalle catastrofi naturali ed indotte, là in alto, sul soffitto della cantoria nella chiesa del Carmine, dove muti nei secoli rimasero i Caracciolo.

 

Le foto sono di Ugo Santinelli

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