Noi e Gaetano, il sogno di un’altra Avellino

a cura di GENEROSO PICONE.

Il sogno di un’altra Avellino. Ovvero, di una città che riuscisse a liberarsi dalla cappa di piombo di anni benpensanti e bacchettoni, molto piccoli e poco borghesi, e aprirsi al mondo, alle idee, ai suoni, alle immagini, alle parole e ai segni che lo attraversavano. Questa fu la sfida di “Musica Incontro”, del gruppo di giovani che nel circolo Arci di Avellino si erano messi in testa di attuare la rivoluzione della cultura. Così chiamarono Maurizio Pollini, Claudio Abbado, Luciano Berio, Michele Campanella, Bruno Canino, Rocco Filippini, Giorgio Gaslini, Severino Gazzelloni, il Quartetto italiano, i Solisti di Roma, Giovanna Marini, Luigi Nono, Gigi Proietti, Mario Schiano, Lou Reed e tanti altri ancora: tutto sembrava possibile, in un periodo bello e perduto dalla metà degli anni ’70 agli inoltrati ’80.

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Roma, 1981 Gaetano Vardaro, Bruno Canino, Giuliana Freda, Mario Cesa.

Il gruppo era animato dalla presenza trascinante di Gaetano Vardaro, intellettuale di rara sensibilità umana e culturale, che poi avrebbe deciso di levare la mano su di sé, come direbbe Jean Amery. Nel promuovere la musica, l’arte, il cinema, il teatro, accanto a lui c’erano soprattutto Giovanni De Luca e Giuliana Freda. Sono a loro oggi, a 30 anni dalla morte di Gaetano, a ricordare il loro amico e la straordinaria esperienza vissuta insieme. Lo fanno assieme a Franco Festa, oggi narratore, testimone del tempo avellinese e allora dirigente del Pci cittadino.

Giovanni De Luca, quando iniziò il rapporto di frequentazione e poi di amicizia con Gaetano Vardaro?

De Luca: “Tra il 1971 e il 1972, quando ci ritrovammo nella federazione giovanile del Psiup che allora era molto forte, con tantissimi iscritti. Prima avevamo collaborato all’occupazione del liceo classico “Colletta” e dopo decidemmo di confluire nel Pci”.

L’idea di impegnarvi in un settore particolare come quello della promozione culturale venne in quell’atmosfera, dunque. Ma a chi venne in particolare?

De Luca: “Credo che sia venuta prima a Gaetano. Ma forse a questo punto può essere utile Giuliana”.

Giuliana Freda: “L’inizio è nel 1975, per quel che ricordo io”.

Come circolo Arci?

De Luca: “No. Sorse un gruppo che cominciò a organizzare cineforum…”.

Freda: “Le attività, anche cronologicamente, furono contemporanee con l’intento di muoversi su vari versanti. La prima iniziativa fu quella del concerto degli Aria al cinema di Atripalda. Era il 1975. Ma da tempo discutevamo e riflettevamo sul disagio di vivere in un luogo spento e volevamo reagire proponendo qualcosa”.

De Luca: “Ci fu anche l’apertura della Libreria “Rinascita”…”

Freda: “Sì. Da parte nostra noi ci organizzammo e cercammo subito di aderire a una struttura nazionale. C’era già un circolo dell’Arci che però era praticamente l’Arci Caccia. Poi c’erano Felice De Cristofaro e Valerio Ciarcia che cominciavano ad allestire cineforum. Quindi ci legammo a loro. Io ricordo di un incontro a una Festa de “l’Unità” ad Atripalda, l’entusiamo per lo spettacolo di Edmonda Aldini a cui assistemmo: io avevo 21 anni e ne parlammo con Gaetano. Venne fuori forte la decisione di fare delle cose. Lui si entusiasmò molto perché lei era un attrice e pure una donna impegnata culturalmente. Ci stimolò a organizzarci per realizzare delle attività culturali”.

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De Luca: “In quel periodo Gaetano era già andato a Berlino?”

Freda: “No, non ancora perché stava frequentando il corso di specializzazione nel Diritto del lavoro della Cgil a Roma. Abbiamo viaggiato parecchie volte insieme quando andava a fare gli esami e anche per contattare persone dell’Arci. Gaetano con quella 127 rossa”.

De Luca: “Sempre senza benzina, rimanevate spesso a piedi”.

Freda: “A Roma sosteneva gli esami al corso. Poi andò a Berlino per altri studi e in Austria…”

De Luca: “Questo volevo sottolineare. Mentre noi stavamo ad Avellino, Gaetano aveva già contatti con questa Europa, riusciva sentiva l’aria dell’Europa, stabiliva contatti, alimentava relazioni. Quindi quando rientrava qui da noi era carico che a un primo impatto ci sembravano molto lontane dalla nostra realtà. Ma io ero un ignorantone.

Freda: “Il fatto è che erano anni di grande fermento. Bisogna avere consapevolezza di questo elemento altrimenti non si riesce a cogliere la dimensione di quanto realizzato. Gaetano riusciva nella grande impresa di coinvolgere, lui poté cogliere ancora meglio di noi l’atmosfera di quel tempo avendo maturato rapporti con l’esterno: era il periodo delle prime edizioni dell’Estate romana, si parlava di politica culturale in termini nuovi e noi, anche noi nel nostro piccolo c’inserimmo in questo processo clima”.

Era un fenomeno che avveniva all’interno del Pci.

Freda: “Certo. Si parlava di politica culturale dentro l’Arci e fuori l’Arci, insomma”.

Con qualche problema nel Pci avellinese e irpino?

Freda: “Quando avemmo Luigi Nono in una nostra rassegna – Nono il primo con cui noi siamo entrati in contatto di questi grandi intellettuali e per lo meno io lo ricordo come un contributo importante e decisivo -, lui da componente del comitato centrale del Pci chiese un colloquio ai dirigenti della Federazione di Avellino. Loro non se ne importarono proprio”.

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Sezione PCI a San Tommaso, 1978: Con Rosalba Delli Gatti e Pupetta Di Sapio.

De Luca: “Io ero responsabile del settore stampa e propaganda, nei programmi delle feste de “l’Unità” cercammo di inserimmo delle novità. Ricordo il concerto di Jo Squillo nella Villa comunale di Avellino e allora, questa Jo Squillo, nessuno la conosceva, nessuno la voleva”.

Beh, a quel tempo lei era una specie di punk. Nel settembre 1976 ci fu la Festa nazionale de “l’Unità” a Napoli: una grande occasione per nuovi incontri con personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo. La coglieste?

Freda: “Sì, andavamo tutti i giorni alla Mostra d’Oltremare. Ricordo che proprio Gaetano fissò un appuntamento con Gino Castaldo per chiedere consigli, raccontare le cose che facevamo, contattare pure persone. Dal 1975 ci eramo costituiti come gruppo, come circolo Arci…”.

De Luca: “Cominciammo a raccogliere iscrizioni. Intitolammo il circolo a Violeta Parra, la cantante cilena protagonista della Nueva Cancion Cilena che poi avrebbe alimentato la stagione di Salvador Allende e sarebbe stata la voce della libertà affogata dal golpe di Salvador Allende l’11 settembre 1973. Il primo presidente fu Antonio Laudati, l’attuale magistrato”.

Freda: “Allora era un ragazzo, me lo ricordo addirittura più giovane di me, abitava vicino a casa mia”.

Franco Festa: “Giovanni, tu insisti nel dire che Gaetano era l’intellettuale e tu no. Ma che cosa ti ha spinto a stare insieme a lui nel progetto?”

De Luca: “Beh, c’erano alcune questioni – come dire? – dal profilo socio-culturale. Io ero stato alle feste de “l’Unità” organizzate in Emilia Romagna e a Milano, avevo assistito ai concerto degli Intillimani e avevo avvertito che ad Avellino il panorama, anche nel Pci, era chiuso a queste permeazioni sociali. Vedevo che altrove il contatto con l’Arci, con i circoli sportivi, con le Case del popolo – che a me è sempre piaciuto – creava un’associazione comunitaria che qui mancava. Dico la socializzazione: così cominciai a pensare che fosse necessario aprirsi, fare qualcosa per allargare l’ambito del partito. Quante nottate a discutere e a elaborare documenti. E poiché sono stato uno che ha vissuto il quartiere, sempre a contatto con la gente, sentivo che questa gente rimaneva lontana lontana: bisognava cercare di avvicinarla anche attraverso operazioni che non erano quelle del partito, che per altro stavano già scadendo, ma nemmeno quelle che proponeva Gaetano. Mi sembravano cose irrealizzabili: lui veniva a proporre delle idee e io rispondevo: mah”.

Freda: “Giovanni era il richiamo alla realtà, comunque”

Festa: “Bellissima definizione”.

Freda: “Per questo è stato molto utile”.

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1979, A Bagnoli con Luigi Nono. A sinistra Giovanni De Luca, la penultima a destra è Giuliana Freda. Sullo sfondo Tonino La Sala, a destra Mario Cesa.

Giovanni, realista e pragmatico, si nutriva dei programmi impossibili di Gaetano: era uno scambio reciproco.

Freda: “Uno scambio reciproco sicuramente”.

Erano due aspetti che si completavano.

Giovanni: “Quando Gaetano portava le idee bisogna poi misurarle sul piano organizzativo e io, che venivo dall’organizzazione nel Pci, vedevo subito la possibilità”.

Anche economiche: il circolo era completamente autofinanziato.

De Luca: “Oh, per l’amor di Dio, noi non abbiamo avuto mai soldi. I primi sostegni economici li abbiamo avuti dal Comune di Avellino, con Armida Tino l’assessore alla Cultura, e dalla Regione, grazie all’impegno dell’allora consigliere Lucio Fierro. Questo, per verità storica, dobbiamo dirlo. A parte i contributi che ci davano gli associati con le tessere, venendo alle nostre manifestazioni, aiutandoci a portare a pranzo e a cena gli ospiti”.

Freda: “Per alcuni anni a Salerno si teneva una rassegna musicale, si chiamava “Musica Tempo” e la promuoveva Michele Tedesco, un professore di Filosofia molto bravo purtroppo morto. Stabilimmo una sorta di intesa e si rivelò un’ottima idea perché, in pratica, quelli che andavano a Salerno poi venivano anche ad Avellino. A Salerno i concerti si svolgevano al Teatro Verdi e lì andavamo insieme, io e Gaetano. Lui, all’inizio, non è che fosse molto esperto, si sarebbe appassionato dopo”

Musica, ma non solo. C’era il cineforum.

Freda: “Musica Incontro” e “Cinema Incontro”…79-80_3a

Che, tra l’altro, aveva un grandissimo sostegno da parte delle parrocchie perché si svolgeva nella teatrino della chiesa di San Francesco a via degli Imbimbo.

Freda: “Anche alla libreria “Rinascita”. Era Giovanni che seguiva soprattutto il cineforum”.

“Musica Incontro” si svolgeva alla Biblioteca provinciale…

Freda:. “E al Corservatorio musicale, nell’ex sede della Camera di commercio. Ma ci furono iniziative sui libri e sul teatro. Negli ultimi anni assieme al titolare del CineTeatro Partenio realizzammo una vera e propria stagione. Poi, però, dopo il primo anno, il secondo, non ci piacque…”

De Luca: “Poi cominciammo con il teatro sperimentale. Si girava con la Regione, cercammo di unire i gruppi locali ai quali proponemmo il coordinamento per l’utilizzo delle strutture”.

Allora come oggi.

De Luca: “Non ti dico che problemi avemmo. Perché per realizzare le iniziative ognuno voleva lo spazio, ognuno voleva i soldi …”.

Freda: “Come adesso…”

Da allora non è cambiato niente. In quel periodo ci fu la prima occupazione dell’ex Gil?

De Luca: “Esatto. Noi proponemmo questo coordinamento ai gruppi locali, su suggerimento anche di gruppi nazionali tra i quali io mi ricordo sempre quello di Leo De Bernardinis”.

Un grande, un maestro.

De Luca: “De Bernardinis veniva dai successo di Parigi a teatro e Gaetano ce lo propo. Noi avemmo l’idea di portarlo nei quartieri popolari, nel centro sociale di San Tommaso dove c’era l’arena…”

Freda: “Per poco non ci linciarono. Questa fu un’ingenuità da parte nostra…”

De Luca: “Fummo presi a pietrate…”

La risposta alla vostra attività. da chi veniva? Il pubblico dei cineforum, del Teatro e anche di “Musica Incontro” era comunque consolidato”.

Freda: “Diciamo medio borghese”.

Quelli che ad Avellino erano maggiormente sensibili e interessati alla cultura.

De Luca: “Si trattava di gente comunque già orientata a sinistra diciamo”.

Ma anche di una certa borghesia.

Freda: “Sì, interessata alla cultura”.

E il resto della città?

De Luca: “No, il resto della città non partecipava. La maggior parte del pubblica era composto da…”.

Freda: “Giovani”.

De Luca: “E insegnanti. Quando organizzavamo appuntamenti facevamo per i giovani, attirati soprattutto dalla musica, loro si iscrivevano anche perché per i cineforum cinema…”.

Freda: “Offrivamo qualche sconto, cercammo di venire incontro alle loro esigenze con tariffe agevolate”.

De Luca: “Con la tessera Arci allora si potevano avere sconti nei negozi, per esempio”.

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Mario Cesa e Luigi Nono

C’era, però, questa difficoltà di rapporto con il resto della città. Le pietre di San Tommaso costituirono la risposta più estrema in negativo, ma quella più gratificante in positivo? Quando vi accorgeste, cioè, che questo tipo di attività avrebbe potuto produrre anche degli esiti positivi in una città che in quegli anni non era esattamente effervescente?

De Luca: “Questo è avvenuto dopo il terremoto, dopo il 23 novembre 1980. In quella fase abbiamo avuto un’adesione totale, anche perché le manifestazioni si sono elevate di livello, abbiamo avuto i grandi nomi…”

I quali manifestarono una sensibilità eccezionale verso Avellino e l’Irpinia.

De Luca: “Abbiamo avuto dei nomi internazionali che prendevano anche il grande pubblico. Vittorio Gassman, Gigi Proietti…”

E nel Pci? Perché nel Partito comunista in provincia c’era un’altra esperienza molto simile alla vostra.

De Luca: “A Sant’Andrea di Conza con Gabriele Giorgio. Il circolo Arci lo fondammo noi con lui, perché c’era questa storia dell’Episcopio che il Comune aveva acquisito. Si organizzò il progetto con il Bruno Cirino”.

Freda: “All’inizio insieme, poi loro proseguirono da soli.”

Il ceppo era questo nucleo di creatività che l’Arci, a livello nazionale, aveva allestito. Con il Pci, dove voi militavate, il rapporto continuò in che modo?

De Luca: “Eravamo come un braccio distaccato. Loro osservavano, non dicevano niente…”

Freda: “All’inizio soprattutto la nostra attività era vissuta un po’ come un tradimento. Mi ricordo qualche riunione e una volta addirittura fummo portati ad esempio ma in negativo, per bacchettarci. Fu detto: gli altri hanno messo manifesti dappertutto e voi non siete stati in grado di farlo…”

Il lavoro di militanza.

Freda: “In quegli anni era così. Chi lavorava anche al sindacato era visto come un militante di serie B…”.

De Luca: “Si verificarono anche dei momenti di rottura, dopo il terremoto, con la storia di Lioni e del Teatro Tenda. Arrivarono in Irpini quelli dell’Arci nazionale che avevano realizzato la sottoscrizione per consegnare i fondi all’Arci irpina e noi proponemmo di utilizzarli per creare una struttura ad Avellino. Avevamo già contattato il Comune che stava per scegliere anche il terreno dove mettere questo Teatro Tenda. All’improvviso la scelta cadde su Lioni”.

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Dopo il terremoto, le attività nella roulotte.

Una beffa.

De Luca: “Con Gaetano da tempo si parlava di nuovi spazi per la cultura ad Avellino. Discutevamo sempre di Conservatorio, di Teatro comunale e noi proponemmo che l’Eliseo lo diventasse, dopo un adeguato intervento. Eravamo quasi ossessionati da questi temi, incoraggiati da quanto realizzato subito dopo il 23 novembre con la bella iniziativa della Tenda davanti allo stadio Partenio. Vedevamo che il nostro progetto cresceva e quindi quando ci fu questa raccolta di fondi di solidarietà per i territori colpiti dal terremoto, noi ritenemmo che fosse l’occasione giusta. Quando il Comune, con il sostegno di Armida Tino e del capogruppo del Pci, Federico Biondi, ci dissero che era stato trovato lo spazio, sapemmo che questi fondi erano stati dirottati su Lioni”.

Lo scontro era già iniziato.

De Luca: “Beh, sì”.

Franco Festa: “Lo scontro era cominciato prima, nel ‘77 e non soltanto in città. Spersonalizzando le questioni, bisogna entrare nel fuoco di quegli anni dopo il ’77, quando il Pci entra in una fase di difesa totale, in una situazione di tensione straordinaria. Si pensi al diffondersi di Autonomia operaia, alla scoperta dell’adesione al terrorismo di giovani avellinesi come Rosaria Biondi, Roberto Capone, Maria Teresa Romeo e Nicola Valentino”.

De Luca: “Molti militanti di Autonomia venivano alle nostre manifestazioni”.

Festa. “Allora il problema era il Pci di quegli anni”.

Freda: “Ma le azioni sono prodotte da uomini in carne e ossa”.

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Alcuni dei membri dell’Arci e di Musica Incontro

Festa: “Non avvertimmo, rispetto all’urgenza di questioni che si ritenevano più grandi, l’importanza di questo strumento, di un elemento di politica culturale generale che avrebbe potuto svolgere un ruolo di relazione tra il Pci e il movimento del ’77. Si verificò, invece, una rottura e non si capì che proprio dalle energie e dalle intelligenze che si muovevano in quel settore sarebbe potuta nascere un’altra storia. Il Pci fu cieco e da questo punto di vista la dirigenza della Federazione di Avellino si comportò secondo i canoni leninisti puri. L’esperienza di Gaetano e del gruppo dell’Arci sarebbe stata poi anche la mia, quando andai a fare radio e televisione negli anni immediatamente successivi, dal 1980 al 1982. E dal partito mi fu detto: “Ma tu che hai fatto? Fino adesso dove sei stato? Noi che buttiamo il sangue a faticare e tu?””.

De Luca: “No, il gruppo dirigente del Pci irpino non credeva in questi strumenti, come dire?, moderni”.

Freda: “Però occorre inserire in questo quadro anche una scelta politica che riguardava la città e la provincia”.

Festa: “Brava, brava…”

Freda: “Perché ciò è fondamentale, secondo me”.

Festa: “Cioè, impedire la saldatura in città delle energie e delle intelligenze che potevano rappresentare per la federazione un pericolo. Questo è stato chiarissimo poi, io l’ho capito molto tardi.”

Freda: “Quindi mortificare tutto quanto avveniva in città rispetto alla provincia…”

Festa: “Anche dopo il terremoto. Quello che ha detto Giovanni rappresenta stato un esempio concreto di come la città non contava nulla rispetto alla battaglia politica che si faceva in provincia. Occorreva impedire che in città le intelligenze acquisissero un peso politico. Perché ad Avellino le energie c’erano ed erano tante, ma il gruppo dirigente della federazione avvertiva la città non come un’opportunità bensì come un pericolo. Quasi come l’avvento della modernità”.

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Gaetrano Vardaro e Bruno Ucci.

Freda: “E’ stato un grande limite che ha prodotto conseguenze negative anche nei decenni successivi”.

Festa: “Sì, pur con orientamenti diversi le storie in fondo sono uguali. Alla fine si è capito che il nodo fondamentale era di impedire che all’interno della città si sviluppassero autonomie e intelligenze. In questo modo, il confronto con la modernità è stato terrificante…”.

Freda: “Questo, secondo me, è il dato importante”.

Ed è il terreno che delinea l’esperienza del gruppo avellinese dell’Arci, che con la sua attività individua la questione vera e non soltanto per la sinistra. Per Avellino.

Festa: “Sì, però va anche ricordato, come giustamente stanno facendo Giovanni e Giuliana, che dentro quell’esperienza c’erano anche dei limiti: nel senso di una esperienza che non riusciva ancora ad arrivare ad alcuni strati della società avellinese”.

Ma almeno poneva il problema di utilizzare alcuni strumenti per spalancare porte e finestre della città e aprirla al mondo, a quanto altrove accadeva e che poteva essere realizzato anche ad Avellino. Valga come esempio l’organizzazione del concerto di Lou Reed allo Stadio Partenio il 16 giugno 1980, impensabile per la complessità della preparazione, la statura internazionale dell’artista e l’affluenza che si ebbe. E’ il terreno su cui la storia di quel gruppo dell’Arci conserva ancora una verità per questo presente.

Festa: “Pagò un prezzo che poi altri hanno continuato a pagare negli anni successivi, fino al periodi di Antonio Di Nunno…”

Freda: “Vorrei portare anche la mia storia. Io forse ero la più giovane in mezzo a loro, all’epoca 19-20 anni. Loro provenivano da una esperienza diversa dalla mia, dal Psiup, tutti ci siamo ritrovati insieme…”

Tu venivi dalla sezione “Gramsci”.

Freda: “Io venivo dalla sezione “Gramsci”, giovane in un partito un po’ vecchiotto, assolutamente composta da persone splendide e io sono felice di aver fatto quell’esperienza…”.

Non c’è dubbio alcuno. Il tentativo era proprio di inserire elementi di modernità in quello scenario…

Freda: “Certo. Noi avevano stabilito un rapporto di amicizia con Antonio Bassolino…”.

Allora il segretario della Federazione irpina del Pci.

Festa: “Bassolino fu molto più aperto degli altri…”.

Giuliana “Furono anni importanti. Lui fu capace di rivitalizzare il Pci irpino e ridare passione anche ai vecchi militanti. Ricordo Luisa Giordano che tornò a nuova vita, partecipava a tutte le riunioni e a tutte le iniziative assieme a noi giovani. Frequentavamo ogni giorno la Federazione, fino a tarda era per parlare e confrontarci e c’era un’atmosfera bella, perché considerare anche il lato umano e noi mica eravamo funzionari di partito, eravamo giovani, chi studente e chi appena alla prime armi nelle professioni. Insomma: c’era anche il piacere di stare insieme, di discutere sempre di politica e non soltanto, di vivere una vita di passione ed entusiamo. Dopo si è passati a un’atmosfera pesante, all’improvviso anche la nostra presenza questo creò un disagio. L’aria si fece greve”.

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Firme prestigiose per un appello culturale di Musica Incontro

Festa: “Freddezza, mancanza di attenzione, poca sensibilità.

Freda: “Tremendo. Così fu avvilito un desiderio di fare politica in un modo diverso”.

De Luca: “A incidere fu anche quel che accadde dopo il terremoto. Ricordo quello che ci capitò a Bagnoli Irpino. Andammo a proporre, con l’Arci nazionale, un progetto di albergo diffuso – come si dice oggi – per il Laceno. L’Arci nazionale voleva finanziare la realizzazione di un ostello sul lago per i giovani. Bagnoli Irpino era un Comune amministrato dalla sinistra ma al Laceno la situazione era questa: i comunisti gestivano la Taverna Capozzi, i socialisti con Aulisa l’Hotel 4 Camini, il Cervialto era in mano all’Msi. Noi volevamo addirittura proporre l’albergo diffuso, a quei tempi. Al Laceno vedevano quest’ostello come una stranezza, nemmeno per un’opposizione ideologica, ma perché proprio erano chiusi. Io gli dissi: ma scusate, chi viene in ostello non è colui che viene in albergo, all’ostello arrivano i ragazzi i quali poi consumano al bar eccetera. Niente, non ci fu verso. In Irpinia l’unica amministrazione che che ci stette a sentire fu un poco quella di Tufo, dove si concretizzò la prima cooperativa aperta in Irpinia…”

Freda: “Fu bella…”

De Luca: “Con i compagni Berardino Zoina e Sandor Luongo aprimmo una cooperativa di consumo. La prima in Irpinia e poi la prima cooperativa agricola ad Avellino, aiutata da noi ma non con la sigla Arci, con Geppino Sica, a Tufo..”.

Freda: “Di Tufo mi ricordo perché una domenica, dal momento che tu, Giovanni, eri malato, andammo io e Gaetano. Molto controvoglia, perché la questione la seguivi tu e noi non sapevamo niente della cooperativa, dello spaccio delle tessere. Alla fine avemmo invece piacere di essere andati proprio perché trovammo una situazione bella, viva e volevano anche realizzare altri progetti. Ricordo che tornammo ad Avellino proprio contenti di aver visto direttamente questa cosa”.

De Luca: “Proposero la riqualificazione delle miniere”.

Festa: “Il vostro è stato un tentativo. Magari non riuscito, sareste stati dei super uomini, però un progetto a più ampio raggio…”.

Un tentativo che colse significativi risultati proprio dopo il terremoto.

De Luca: “Sì, riscontrammo maggiore coinvolgimento in quel periodo, avviammo altre attività, la prima Lega Ambiente e realizzammo il primo manifesto del Parco dei Picentini con il primo convegno sul tema. Nel frattempo, non è che si smettesse di tirare fino a mezzanotte, con Gaetano e quello che io definivo il club degli intellettuali a fare ragionamenti anche un poco finti. Non mi piacevano”.

Si è capito. Ma perché?

De Luca: “Vedevo che era molto forte la componente del lamento… Gaetano stesso passava da un momento di esaltazione alta a uno di lamentazione profonda. Io con lui parlavo di questioni di organizzazione, lo vedevo parecchio alle prese con problemi di lavoro e familiari”.

Non per questo abbandonò l’impegno.

De Luca: “No, soprattutto nella città di Avellino. Ricordo, come esempio, il progetto di un Centro di cultura contemporanea all’ex Carcere Borbonico. Ma poi, a un certo punto, Gaetano ritenne chiusa l’esperienza”.

Perché? Quali motivi lo portarono a questa convinzione?

De Luca: “Gaetano è stato per me un grande amico e il percorso compiuto accanto a lui ha rappresentato per me l’occasione di una straordinaria crescita personale. Ma il suo carattere era assolutamente complesso e difficile, permaloso e a volte implacabile. Rendeva tutti partecipi e riteneva tutti responsabili. Sì, era implacabile verso gli altri e verso se stesso”.

Freda: “Lui era molto conflittuale. Come se amasse il conflitto e noi gli riconoscevamo che a volte ciò poteva anche essere utile. Forse era un suo modo di stare vicino agli altri, entrando in conflitto con qualcuno gli dimostrava il suo interesse. Il fatto è che non tollerava l’errore, lo sbaglio, la superficialità. Durissimo verso chi se ne macchiava, ancor di più verso se stesso. Era costantemente impegnato in una autoanalisi spietata che lo portava a ingigantire tutto quello che gli accadeva. Si giudicava sempre”.

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Pasquetta , 1980

Come se stesse sempre in scena nel teatro della sua città? Le sue attività professionali e accademiche lo avevano portato spesso altrove, in Italia e all’estero, ma in fondo era rimasto ad Avellino. Forse anche vittima di quella sindrome della provincia che attraversa tutto il suo intervento del 23 ottobre 1987 al convegno su Guido Dorso al Centro a lui intitolato: il Dorso giurista, Kafka in provincia di cui parlò era in realtà lui. Fu intervento permeato da citazioni kafkiane, rimandi a Robert Musil e a “L’uomo senza qualità”, a Walter Benjamin e all’”Angelus Novus”, a Massimo Cacciari e a “Le icone della legge”: oggi possiamo definirlo il suo testamento dove – come lui disse a proposito di Dorso – prevale la sfera lunare sull’altra solare.

Freda: “Sì, quello è il suo testamento intellettuale che lui non poté vedere stampato perché decise di lasciarsi prima. Toccò a me correggerne le bozze e lo feci con estrema sofferenza. Fu terribile, ma alla fine ne rimasi felice. Mi tornò in mente una frase di una conversazione con lui durante uno dei tanti viaggi in auto insieme. Gaetano aveva appena avuto notizia del suo incarico ad Harvard come visiting professor e mi disse: “Ora ho fatto tutto”. Sul momento non ci feci caso più di tanto, mi sembrò una delle sue solite uscite e invece conteneva un lucidissimo annuncio”.

De Luca: “La provincia e il provincialismo avranno avuto il loro peso. In fondo, tutti siamo vittime di stereotipi e tutti conserviamo una nostra inaccessibile complessità”.

Giovanni, ritrovasti tu il suo corpo?

“Sì, a 35 giorni dalla scomparsa e in un posto che gli avevo fatto conoscere proprio io, sul Terminio. Era il 15 dicembre 1988. L’auto era lì parcheggiata da tempo, il corpo giù nel vallone. Lasciò un biglietto, una frase che non dimenticherò mai: “Mi è sempre piaciuto volare””.

 

 

L’ATTIVITA’ DI GAETANO VARDARO E DEL SUO GRUPPO DI AMICI E COMPAGNI GIORNO PER GIORNO.

 

 

 

 

Impaginazione a cura di Franco Festa

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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