Dentro e fuori. Michele De Lucchi ad Arte Sella, un esempio di valorizzazione del paesaggio e di apertura culturale

di UGO MORELLI.ca1

L’arte e il paesaggio, da sole o insieme, sono una via per fare dei territori non solo ambienti di vivibilità efficace, ma anche attrattori di iniziative economiche e culturali in una prospettiva di sviluppo sostenibile e dialogo tra le differenze culturali: due temi necessari nel tempo in cui viviamo. Tutto questo è possibile e un esempio proveniente dal Trentino può essere di riferimento anche per l’Irpinia.

Dentro e Fuori di Michele De Lucchi è stata inaugurata ad Arte Sella, in Trentino, il 24 giugno 2018. Neanche a farlo apposta l’opera del grande architetto italiano vede la luce nel momento in cui questi due avverbi di luogo assumono una rilevanza che fa tremare nella nostra vita quotidiana. Il nome di un gioco da bambini, “Chi è dentro è dentro e chi è fuori è fuori”, sta diventando il titolo di questo nostro drammatico presente, in cui l’esclusione e la chiusura autoreferenziale sembrano essere la base per un pauroso rinculo nel localismo nazionalistico, fino agli estremi dell’individualismo indifferente. La perdita principale che stiamo sperimentando riguarda la libertà di movimento fisico e mentale e, soprattutto, il fatto che proprio andando dentro e fuori, particolarmente da quel movimento, derivano le condizioni più adatte alla nostra individuazione psichica e collettiva, come ha ben intuito e mostrato Gilbert Simondon, ne L’individuazione psichica e collettiva, Derive e Approdi, Roma 2006.

La singolarità, secondo Simondon, non è un punto di partenza, ma il risultato di un processo complesso, scandito in più fasi e non privo di crisi. Ne deriva che al posto di “individuo”, bisognerebbe parlare di una progressiva “individuazione”. Inoltre, Simondon mette in rilievo come in ogni soggetto vivente gli aspetti singolari coesistano con forze anonime, impersonali, “preindividuali”. Siamo individui, sì, ma solo in modo parziale e incompleto, e quando si partecipa a un collettivo, non si attenua l’individualità; al contrario, la vita di gruppo è l’occasione di una ulteriore, più ampia individuazione. Paradossale è che mentre giungiamo ad una verifica sempre più evidente dell’intersoggettività umana e del fatto che è nel “noi” che si crea l’ “io”, la regressione individuale e collettiva in corso nel nostro tempo ci pone di fronte a un diffuso degrado di civiltà. Non solo i vertici politici di alcuni paesi, ma la sensibilità di componenti ampie della popolazione tendono a legittimare comportamenti escludenti e azioni di negazione nei confronti chi, secondo quelle posizioni, è fuori e lì deve restare.

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Forse la creatività, l’arte e l’architettura ci possono aiutare a capire e, magari, a concepire una via d’uscita. Nel 2018 è iniziato il dialogo tra Arte Sella e il Politecnico di Milano, per la realizzazione di Arte Sella Architettura. Si tratta di una sezione che, accanto alla tradizione trentennale di Arte in Natura e alle attività di Arte Sella Education per l’educazione alla vivibilità, alla biodiversità, alla bellezza e alla cura, si interroga su principi quali la vivibilità, la natura, il risparmio di risorse sempre più risicate a disposizione dell’umanità. L’intera collezione di opere e di attività di Arte Sella pone al centro la condizione umana, oggi, nel rapporto con la natura di cui siamo parte e nella complessa e conflittuale ricerca della convivenza interculturale. La recente installazione dell’opera di Michelangelo Pistoletto, una versione del suo Terzo Paradiso, che qui ha assunto il nome di trincea della pace, va in quella direzione.

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Nella scorsa stagione l’architetto giapponese Atsushi Kitagawara è stato ospite ad Arte Sella, dove ha inaugurato Forest Byoubu. Quest’anno il rapporto si è fatto più intenso, con la decisione di dedicare il giardino di Villa Strobele al rapporto tra Arte Sella e l’architettura: lo scorso maggio è stata presentata al pubblico Kodama, l’opera dell’architetto giapponese Kengo Kuma. De Lucchi presenterà al pubblico la sua installazione Dentro Fuori. L’opera richiama l’immagine del muro che può fungere come divisoria, che implica un ‘al di qua’ e un ‘al di là’. Il muro è però anche simbolo di protezione: all’interno dei muri delle nostre case ci sentiamo accolti e al sicuro, questi muri proteggono i nostri affetti e la nostra intimità: si può dire che senza i muri non esisterebbero i nostri ambienti di vita. Quando il muro si apre diventa cornice: porta che conduce in un altro ambiente, finestra su un paesaggio naturale o antropologico. Citando lo stesso architetto De Lucchi: “Il muro Dentro Fuori nasce all’aperto e definisce lo spazio aperto. Respira, lascia che la natura entri al suo interno, non crea ostacoli. È un’architettura libera e libera la mente di chi la percorre. Si muove intorno agli alberi senza intaccarli con la sua presenza, ma includendoli al suo interno. Ha tante aperture piccole e grandi che inquadrano il bosco e le montagne. È un muro nella natura che esalta la natura stessa, la rende più evidente, più amichevole, più a contatto con le proporzioni dell’uomo.” Per molti aspetti il muro così proposto si configura come il contrario di quello che i muri e i confini tendono a diventare in questo nostro tempo di regressione e di paura. Ognuno di noi ha la possibilità di accorgersi che siamo sempre contemporaneamente dentro e fuori da un luogo e da una situazione e proprio in quel continuo movimento che si gioca fra differenza e inclusione si può creare una civiltà per gli esseri umani di oggi.

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