Intellettuali e politica in città negli anni ’70: il PCI e Gaetano Vardaro

di FRANCO FESTA.

Mi è stato chiesto, per il convegno nel trentennale della morte,  di approfondire la relazione tra Gaetano Vardaro e il Pci, perché, non va mai dimenticato che Gaetano fu comunista: creativo, autonomo, ma comunista .

Ho pensato di approfittarne per una sia pur breve riflessione, spero serena e certo da approfondire, sul PCI degli anni ’70 e ’80 e sulle questioni relative al partito della città. Per buona parte degli anni ’70, il PCI fu un avamposto originale e  coraggioso per costruire una ipotesi di città e di partito diversi. L’esperienza della giunta Aurigemma, l’impegno di Federico Biondi e Italo Freda sulle questioni urbanistiche e sociali, la creatività sul territorio con l’apertura di nuove sezioni in zone di nuova espansione, come l’Alicata, di cui fui per anni segretario, l’attenzione ai nuovi ceti emergenti, giovani, tecnici, operai, la spinta al rinnovamento culturale di compagni come Gaetano Vardaro, che dell’Alicata fu straordinario dirigente, furono la prova di un laboratorio politico teso a costruire una visione politica e civile moderna, ad affrontare la questione urbana con un’ottica nuova.

piero e gaetano

La prima metà degli anni 70, fino al ‘76, fu il tempo di un meraviglioso laboratorio di aperture e di novità e una straordinaria stagione in cui giovani energie, venute fuori dal ’68, e chiamate dentro il partito da Antonio Bassolino, si misurarono con la politica. Una grande unità di intenti, di amicizie meravigliose, un’assoluta libertà creativa, una spinta a un radicale rinnovamento civile – le battaglie sul divorzio prima, sull’aborto poi, caratterizzarono quegli anni indimenticabili.

sezione pci a san tommaso con Rosalba, Gaetano e Pupetta
Sezione PCI a San Tommaso, 1978: Con Rosalba Delli Gatti e Pupetta Di Sapio.

Dal 1977, dagli anni del compromesso storico prima, dell’ingresso nel governo con l’astensione poi, tutto cambiò. Il partito si chiuse a riccio, in un clima che diventò sempre più cupo, anche per le difficoltà all’esterno, su tutte la rottura con i giovani del 77 e le questioni del terrorismo, che riguardarono direttamente anche la città. La risposta, in città fu un tentativo di controllo dei processi cittadini, con strutture imposte dall’esterno, come la nomina di un segretario cittadino calato dall’alto, io stesso, alla quale Gaetano ed altri si opposero ferocemente. Il corollario drammatico fu che, in quegli anni e in quelli successivi, non si seppero cogliere le novità che si sviluppavano, farle proprie, organizzarle, ma si lavorò a dividerle e frantumarle , a impedire la saldatura tra nuove e antiche esperienze: a non consentire, in sintesi, che un gruppo dirigente  cittadino forte, intelligente, autonomo, si imponesse  a livello provinciale. Ogni iniziativa originale, come le tante messe in piedi da Vardaro e dal gruppo di Musica incontro, furono guardate con diffidenza, o con aperta ostilità. Io stesso divenni protagonista di questo progetto sbagliato e perdente, che incrinò amicizie, idealità, affetti. Solo dopo, e con immenso dolore, ho capito, ma era tardi. Ma il dolore privato fu grande, e coinvolse tanti, schiacciati dal contrasto tra necessità e libertà, tra dovere e volere, anche se quel dolore non fa storia.

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Con il terremoto, infine, prevalse la logica che la città fosse solo ceto burocratico e speculazione edilizia. Prevalse l’idea dissennata che solo la provincia  andasse privilegiata, in una battaglia che fu arretrata sul terreno agricolo e subalterna sul terreno dello sviluppo industriale. Non si seppe coniugare la necessaria opposizione allo strapotere Dc con la coraggiosa apertura mentale. L’elaborazione culturale sulla modernità, la relazione con i nuovi certi urbani, impaurirono quel gruppo dirigente. E va detto che anche i rinnovatori avellinesi non seppero sempre trovare le parole giuste, andare oltre la lamentazione, ingaggiare una battaglia politica che spostasse le questioni in avanti. E la stessa borghesia intellettuale cittadina, all’inizio così attenta e vivace sul terreno culturale, si tenne fuori e lontana da queste questioni, anzi fu spesso ammaliata da un’idea di città manciniana e demitiana, moderna nella forma, feroce nella sostanza, o dalle chimere del PSI craxiano. Ma non è, sia chiaro, una questione di buoni e di cattivi, non è accettabile una lettura in cui i temi della politica sono ridotti a mere questioni personali. Certo, ci furono anche quelle, ma il quadro fu di uno scontro drammatico, di un fuoco di idee e di passioni in un tempo di politica alta, con la Dc che dispiegò tutta la sua potenza sul terreno della spesa pubblica e il PCI, chiuso nelle sue roccaforti delle zone interne, che alla fine abbandonò Avellino al suo destino.

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Lasciati soli,  i comunisti di Avellino oscillarono tra una collaborazione subalterna e una faticosa opposizione  al dominio incondizionato della Dc, alle degenerazioni che il post terremoto portò e di cui ancora oggi si pagano i prezzi. L’isolamento minoritario di tanti, la deflagrazione del partito della città, l’innesto di tante crisi personali, ha anche questa matrice. Personalmente solo nel 1985-86, dopo molti anni, ricostruii con Gaetano l’amicizia fraterna dei primi anni. Trionfò una visione dogmatica sul terreno della politica, e tesa all’obbedienza su quello del potere. Nessun compagno della città fu mai messo in grado di ricoprire incarichi pubblici prestigiosi, cariche di deputato, di senatore, di consigliere regionale. Né si può dire che coloro che ricoprirono queste cariche si distinsero per un pensiero originale e autonomo. Questa è la verità, più complessa e dolorosa di quella ufficiale. Ma va detta, per rispetto anche a tanti compagni: su tutti penso appunto a Gaetano, alfiere coraggioso e inascoltato di un pensiero “alto, coraggioso, del futuro”: il migliore di tutti noi. Forse  è tardi, forse è una storia “vecchia”. Ma andava raccontata.

 

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