Seven/Thirteen

di UGO MORELLI.

Per Giancarlo Blasi

 

 

giancarlo

 

In più di un’occasione, è risaputo, ci accade di sentirci sicuri di intenderci con un altro. Ne ricaviamo un senso di conforto che elimina i dubbi. E procediamo guidati da quella certezza. Fino a quando, come a volte succede, non andiamo a sbattere contro una scoperta che ci svela che non ci eravamo intesi affatto. Non per questo impariamo la lezione. Anzi spesso ripetiamo l’esperienza. Perché la volta dopo la situazione si presenta in modi del tutto diversi dalla precedente.

Anche quella volta Rocky aveva deciso di lasciarla lì quella lettera, sul tavolo dell’ingresso del suo attico di Boston, dove si era trasferito da qualche anno, dimenticandosi della casa di Newark dove era nato. Quella casa ereditata dal padre, dove era vissuto col nonno, sembrava divenuta piccola e sconveniente per la sua nuova condizione. E poi tutti gli immigrati che diventavano qualcuno lasciavano Little Italy. Così quel posto non era più lo stesso. Non c’erano i negozi di una volta e neppure si sentivano quasi più quei vecchi dialetti del sud Italia, di cui pure si vergognava. Di scomodo rimaneva anche il cognome. Aveva più volte pensato di cambiarlo, ma poi a mantenerlo c’erano alcune convenienze. Qualche gratitudine la sentiva per il fatto di chiamarsi così. Se era diventato qualcuno dipendeva certamente dal rispetto che il nonno e il padre si erano guadagnati. Cosa volesse dire rispetto da quelle parti non è facile stabilirlo. Un crinale sottile divideva il lecito dall’illecito e quella misura era meglio non cercare di stabilirla una volta per tutte. Si trattava comunque di cose passate e il benessere attuale copriva ogni memoria e ogni traccia. Eppure quel passato si faceva vivo ogni tanto con qualche lettera dall’Italia. A scrivere era sempre quel cugino dalla grafia inconfondibile. Come se scrivesse da un camion in movimento su una strada dissestata, le lettere erano tremolanti e le righe con alti e bassi. Faceva il contadino il cugino di Rocky e viveva in una campagna dell’Irpinia che non era neppure delle peggiori in quanto a fertilità della terra e a raccolti. Certo, nulla a che vedere con la vita di paese dove il nonno aveva fatto il falegname prima di venirlo a fare in America. La Merica era stata anche per lui il miraggio. E aveva avuto ragione. Si era portato con sé gli attrezzi principali e aveva fatto il viaggio con la matita rossa infilata tra l’orecchio e la tempia. Insieme ad alcune delle sue dita tagliate dalla sega, quella matita era la sua carta d’identità. Nessuno lisciava una tavola di legno per controllarne la piallatura come faceva suo nonno Rocco, con quella mano destra dalle dita monche. Era una carezza più che un gesto di controllo della qualità del lavoro. Nella traversata verso la terra della fortuna si sarà portato addosso, almeno tra i capelli, anche un poco di quella segatura che non mancava mai di decorarlo. L’inizio in America non era stato facile, ma quell’arte di lavorare il legno e di fare mobili lentamente aveva pagato. I mobili di Rocco iniziarono a non essere più solo il mobilio degli immigrati italiani, ma entrarono nelle case degli americani che ne riconoscevano la fattura e lo stile italiano. Le insidie della condizione di immigrato si dissolsero piano, ma finirono per scomparire nel momento in cui alcuni grandi alberghi di Boston cominciarono a chiedere l’intero arredamento. Nel frattempo Rocco aveva fatto l’atto di richiamo a quella che sarebbe diventata sua moglie e un altro matrimonio italiano, con non pochi invitati americani, aveva allietato le vie di Little Italy. Ne sarebbe nato il padre di Rocky, che dopo gli studi, aveva preso in mano la falegnameria e, insieme al padre Rocco, ne avrebbe fatto una importante impresa americana di mobili. Le abitudini erano cambiate sempre più decisamente ed era rimasto qualche viaggio sporadico in Italia; persisteva il dialetto di Rocco che emergeva ogni tanto, soprattutto quando si arrabbiava; Natale e Pasqua erano le occasioni per rivivere ricordi e fare qualche dolce tradizionale. Fu l’avvento di Rocky, il nipote di Rocco, alla guida dell’impresa a cambiare quasi tutto. I mobili erano cambiati e tutto era cambiato. Le sedi dell’impresa si erano diffuse in alcune città americane e Rocky, che pure rispettava memoria e gerarchia familiare, viveva le cose italiane come un vecchio film, un poco sbiadito, ricordando solo vagamente quanto aveva visto in alcuni viaggi col nonno, fatti in Italia quando era bambino. Quelle lettere che ogni tanto arrivavano riportavano qualche vago profumo e una sensazione come di un sogno di cui si ricordi solo qualche minima parte. C’era un’espressione che Rocky ritrovò anche quella volta, quando decise finalmente di aprire la lettera, che quel lontano cugino utilizzava sempre, scrivendo. Stiamo benetti, scriveva sempre il cugino, con un modo di dire che indicava allo stesso tempo quella umiltà contadina che lo aveva stupito ogni volta, ma anche una certa scaramanzia, una forma di protezione dal malocchio, caso mai si esibisse troppa salute o eccessiva positività. Quella volta però la lettera parlava una lingua diversa. Un certo entusiasmo, insolito, emanava dal testo e dalle parole. Il cugino faceva sapere che, finalmente, dopo tanta attesa e tante raccomandazioni, con polli e soldi in accompagnamento, erano iniziati i lavori per la nuova casa. Il finanziamento, che il cugino chiamava decreto, per farsi la casa dopo il terremoto del 1962, era arrivato; in ritardo ma era arrivato. Il cugino, nel descrivere la nuova costruzione parlava di una casa 7/13 e mostrava un insolito entusiasmo. Tra sgrammaticature e parole che non capiva, Rocky si fece un’idea della casa, colpito in particolare da quella formula: 7/13, allusiva, ma che alla sua visione americana della vita e del mondo suggeriva qualcosa di grandioso, una formula edilizia che parlava del successo di suo cugino nella vita. Se suo cugino poteva permettersi una casa Seven/Thirteen le cose dovevano andargli proprio bene, e il terremoto era stato un’occasione di sviluppo e emancipazione grazie agli investimenti per la ricostruzione. Anche l’Italia, insomma, diventava una piccola America e rispose a quella lettera del cugino con entusiasmo. Di giubilo ce ne mise forse un po’ troppo, in quanto accennò al piacere che avrebbe avuto di venirla a vedere quella Seven/Thirteen House, come la chiamò nella lettera, una volta che sarebbe stata finita. Il suo accenno venne letto con un’esplosione di festa dal cugino italiano che, pur non capendo bene quel modo americano di chiamare la sua casa in costruzione, esultò, con tutta la famiglia, al pensiero che il suo parente venisse a trovarli in Irpinia. Quelle visite dei parenti emigrati erano un rituale di particolare intensità emotiva da quelle parti. Erano fatte di attese lunghe a volte anni. Accompagnate da doni e da presenze spesso tanto diverse, nei profumi, nella cura della pelle, dell’abbigliamento, nelle parole dialettali di un lontano passato e non più in uso, nello stupore di rivedere in una persona la fisionomia familiare, nella struggente ansia della ripartenza, e nella riattivazione dell’immaginario riguardo a luoghi e mondi lontani. Rocky, rispondendo, nel suo stentato italiano, non aveva dato molto peso a quella velata promessa. Il cugino italiano, invece, nel rispondergli, da quella lettera in poi non parlò, praticamente, d’altro. Sollecitò la visita e si preparò mentalmente, insieme alla famiglia, per andare fino a Napoli a prendere il cugino quando finalmente sarebbe venuto. Nel frattempo la casa cominciava a prendere forma. Il geometra aveva fatto il progetto e la ditta aveva iniziato i lavori. Sia il geometra che l’impresario erano i figli di Caio e di Sempronio, cioè erano diventati tali col terremoto e lo stesso valeva per muratori e manovali. All’insegna dell’improvvisazione molti si erano dati all’edilizia e costruivano case, sia nelle campagne che nei paesi. Non vi erano grandi studi dietro la loro attività. Il “modello” di casa rurale, ma non solo, adottato in modo pervasivo e quasi unico per la ricostruzione dopo il terremoto del 1962, fu così ricorrente che può costituire una buona rappresentazione simbolica dell’intero processo di ricostruzione. Quel modello di casa assunse il nome gergale di 7/13, tra gli addetti ai lavori e non solo. Si basava, come si può tuttora osservare, considerata la sua presenza pervasiva, su un progetto standard estremamente semplice: sette metri di profondità e tredici di larghezza. Reiterato in modo diffuso e collocato in spazi diversi, soprattutto in campagna ma anche in centri urbani, deve essere costato un impegno minimo per la progettazione. Due vani a piano terra, con due porte di solito finestrate, collocate sul davanti, con qualche variante che prevedeva anche una porta finestra che dava sul retro; un portoncino in mezzo alle due porte, che aprendosi su una scala, portava al piano superiore, di solito ripida e costituita da una sola rampa; due stanze al piano superiore, corrispondenti per dimensioni ai vani inferiori e con due finestre o, più raramente, balconi sul davanti, e due finestre di dietro. Una delle due stanze poteva essere suddivisa a sua volta in due per farne le stanzette di due o più fgli. Il bagno, che spesso era una assoluta novità, era collocato di solito alla fine delle scale e tra le due camere ed era arredato con la vasca, il water e il bidè: quest’ultimo elemento suscitava non poco stupore nei proprietari. Ogni tanto veniva realizzata una soffitta a cui si accedeva con una scala estraibile. I materiali erano del tutto standard e i fornitori probabilmente si trovarono particolarmente a loro agio nella catena che si creò tra geometri progettisti, fornitori nati spesso all’ultimo momento, artigiani e tecnologie necessarie. Tra queste ultime emergeva l’impastatrice: in quelle campagne dove le macchine, fino ad allora, andavano principalmente a energia animale, umana e non, il rumore delle impastatrici fu una novità che da lontano richiamava i motori a miscela per le rare pompe che servivano a tirare l’acqua dai pozzi. La deperibilità degli artefatti e il loro degrado furono evidenti molto presto. L’utilizzo degli spazi interni a quelle case e la loro ergonomia, si fa per dire, furono allo stesso tempo fonte di disagio e di attivazione di abitudini e stili di vita che prima non si conoscevano. In campagna fu il bagno il primo fattore di discontinuità. Insieme all’acqua in casa. Nacquero aneddoti e addirittura proverbi per elaborare i cambiamenti. In uno dei vani a piano terra, quello adibito di solito a cucina, si cercò in tutti i modi di ricomporre le vestigia dello stile di vita secolare precedente. Fu senz’altro realizzato il caminetto, spesso con teorie di maioliche dagli effetti alquanto fantasmagorici, ma non mancò chi ripristinò il focolare recuperando il camino di pietra della casa antica e trasferendolo nella nuova casa. In questi casi il rituale degli alari e della convivialità intorno al fuoco, soprattutto nei periodi invernali e autunnali, fu almeno in parte recuperato. In alcuni casi si trasferì nella casa nuova anche la fornacella, quel sistema per la cottura con più pentole di rame, parte integrante e preziosa della dote di ogni donna maritata, ma anche utilizzato per eventi di particolare rilevanza nell’economia domestica. Una parte di quella fornacella, quella ricoperta da una teoria di cerchi concentrici di ferro per ospitare pentole di diverse dimensioni, mantenne, almeno in parte, la funzione residua di raccolta, dal portello inferiore, di cenere fine, utilizzata per realizzare la lessia. Racchiusa in un panno di seta o facendola depositare sul fondo di un recipiente, di solito una secchia di legno, la cenere produceva un’acqua saponata utilissima per lavare i capelli o per fare il bucato. I detersivi chimici sarebbero presto arrivati a surclassare quella consuetudine. La decorazione di quella macchina del fuoco con pomelli di ottone da lucidare periodicamente col Sidol, era un modo per arredare esteticamente quello spazio che rappresentava il regno e la fatica delle donne.

Le case 7/13 mostrano oggi l’ingiuria del tempo, in largo anticipo su ogni accettabile e plausibile durata. Nessuno le ha mai amate, ma come accade sovente in un mondo rassegnato, tutti le hanno accettate. Il Terremoto del 1980, ben più devastante di quello del 1962, le ha danneggiate, spesso molto seriamente, e oggi appaiono come parti di un paesaggio del quale non sono, di fatto, mai riuscite a fare parte, come se attendessero solo di essere abbattute. Non si sa se questo vale per lo sguardo di chi ha ancora in mente il paesaggio prima del 1962, o per tutti coloro che cercano di orientarsi in un paesaggio fortemente deturpato e rarefatto, a cui, comunque, col passare del tempo ci si abitua, fino alla dissolvenza della memoria, unitamente alla celebrazione agiografica dei pochi residui di forme edificate che appaiono qual e là, in un territorio alienato da ogni integrazione e continuità, in base a qualsiasi punto di vista. Di certo se si vuole cercare un simbolo di quella che fu la reazione ricostruttiva successiva al sisma del 1962, la casa 7/13 è una buona candidata. Se la casa delle donne e degli uomini è, poi, una fonte rilevante per la descrizione antropologica dell’evoluzione di una cultura di intere comunità, il “modello 7/13” contiene indicatori della trasformazione degli stili di vita, dei consumi, della nascita e della morte, dell’economia e della socialità dell’Irpinia dopo il 1962, e ci dice con chiarezza come sia accaduto che quel terremoto e la reazione o risposta ad esso possa essere considerato quello che nelle culture si definisce un punto di catastrofe che dà vita a un nuovo etnorama. L’acqua in casa, il bagno in casa, l’antenna televisiva su quei tetti, le professioni che emersero, per quanto approssimative, i mobili degli arredi domestici, l’arrivo di mezzi di trasporto a idrocarburi e, in particolare, della Lambretta e del tre ruote Piaggio, insieme ad altri fattori, come il vestito e le scarpe bell’e fatte, trasformarono gli stili di vita, i consumi, e le abitudini. Il mondo di prima del terremoto divenne rapidamente il mondo di ieri, e la cosa che principalmente accadde fu la rarefazione e la dissolvenza della memoria. Proteso verso la casa nuova, il cugino italiano scriveva più spesso a Rocky e la sua pressione verso il cugino americano per il viaggio in Italia e in Irpinia si fece insistente. Prima ci furono scuse lavorative e altri argomenti per prendere tempo, ma a un certo punto la sollecitazione fu così elevata che Rocky annunciò finalmente il suo viaggio, indicando anche i giorni di partenza e di arrivo. Sarebbe venuto in aeroplano arrivando a Roma. Il cugino italiano si affrettò a organizzarsi con un amico e promise che sarebbero andati in automobile a prenderlo all’aeroporto. Di quell’arrivo si iniziò a parlare nel vicinato e l’attesa si fece particolarmente pressante. La casa nel frattempo era stata consegnata e la famiglia del cugino italiano stava cercando di prendere le misure di quel nuovo modo di vivere. Il tirocinio lo avevano fatto nella casetta di legno che avevano ricevuto per il terremoto, dove avevano vissuto facendo la spola con quel che restava della casa vecchia e danneggiata, dove comunque avevano tenuto la stalla e la vecchia cucina. Con l’avvicinarsi dell’arrivo di Rocky una delle due stanzette del piano superiore fu predisposto ad accoglierlo. Sarebbe venuto da solo e per questo prepararono un lettino ad una piazza pronto ad accoglierlo. L’effetto teatrale, all’aeroporto di Roma, al momento del riconoscimento reciproco tra i due cugini, fu solo l’inizio di alcune giornate, in fondo poche, in cui una testa e un intero mondo americani, si ritrovarono nell’Irpinia degli anni sessanta del ventesimo secolo. Rocky profumava di dopobarba e di acqua odorante di altri mondi; aveva i capelli vistosamente tinti di un biondo sbiadito; rideva senza sosta e parlava un italiano minimo, o meglio un dialetto antiquato dell’Irpinia di molti anni prima. Abbracciò il cugino che lo attendeva con un cartello sul quale aveva scritto il nome. Gli strinse la mano fino a stritolarla, commentò la mano callosa da lavoro indicandola e dicendo cose che il cugino italiano non capiva, e poi lo riabbracciò più entusiasticamente di prima. Non fu possibile far entrare tutti i bagagli nel bagagliaio dell’automobile e il resto fu messo nell’abitacolo. I commenti sulle dimensioni dell’automobile del cugino, tra parole in dialetto che richiamavano vagamente calessi e cavalli, e esaltazioni delle automobili americane con la loro capacità e comodità. Anche la via per l’Irpinia sembrava stretta e scomoda a Rocky e intanto continuava a parlare e a ridere raccontando la sua vita in America, parlando delle sue automobili e della sua villa. Fu parlando della sua casas americana che a un certo punto chiese al cugino della nuova villa Seven-Thirteen. Voleva sapere, Rocky, quale architetto l’aveva progettata, quanto era grande e come era riscaldata, quanto erano grandi i garage e come era tenuto il giardino. Il cugino italiano non capì la domanda, ma sorridendo cambiò discorso, chiedendo informazioni su quei lontani parenti americani che aveva visto da piccolo quando venivano ogni tanto in Irpinia. Mentre stavano per arrivare, Rocky si ricordò vagamente di quelle colline e di quelle vie di campagna di cui suo padre e suo nonno gli avevano sempre parlato. Non vedeva però la Seven-Thirteen House. Pensò che fosse nascosta dalle colline e, d’altra parte, le querce gli piacevano: si perse per un po’ di tempo a guardare le loro chiome. Intanto erano arrivati e fu allora che, davanti alla casa 7/13 Rocky chiese al cugino dove fosse la Seven-Thirteen House. Il cugino italiano non capiva e allora Rocky si innervosì e quasi urlando disse che non vedeva la nuova casa. Ma è questa, disse allora il cugino italiano. Rocky si mise a ridere sonoramente e chiese al cugino di smettere di scherzare: Seven-Thirteen House non può essere questa. Al massimo questa è la casa per la campagna, quella dove venite ogni tanto. Adesso però voglio vedere la Seven-Thirteen House, continuava a dire. Erano intanto arrivati tutti i familiari del cugino e volevano salutare Rocky, ma lui non era interessato: non capiva dove fosse l’equivoco e dove lo avrebbero ospitato, dove fosse la loro casa nuova e perché continuavano a dire che era proprio quella. Il problema principale emerse quando provarono a mostrare a Rocky la piccola stanza dove avrebbe dormito. Fu allora che prese a parlare americano e a dire cose incomprensibili per i parenti italiani. Il cugino italiano lo calmò piano piano e gli spiegò che quella era la casa che avevano potuto farsi grazie al contributo per il terremoto e che non capiva tutta la sua agitazione. La spiegazione non servì a molto. Rocky chiese di un albergo nei paraggi per trascorrere i giorni che mancavano alla sua partenza per l’America. Ci andò e ripartì per l’America con un taxi fino all’aeroporto di Roma. Il terremoto aveva così reciso non solo i legami con la storia e la memoria, ma anche gli ultimi frammenti di quella che era stata l’ennesima frantumazione culturale dovuta all’emigrazione. La casa 7/13 aveva assistito all’epilogo di più di una catastrofe culturale e sociale, mentre diventava il simbolo della fine di un mondo.

 

Fotografia di Giancarlo Blasi.

1 Comment

  1. grazie Ugo. Mi ricordo della baracca di legno, tirata su in campagna, dopo il 1962, simile a quella dello zio Tom, riviste nelle foto della FARM. E dopo, l’evoluzione dei mobili, vagamente americani ma costruiti nelle botteghe di paese. I nomi vecchi che indicavano nuove forme, come boffetta o cristalliera.

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