Il respiro corto dell’urbanistica nella piccola città

di UGO SANTINELLI.

Dagli spunti più disparati nascono riflessioni sulla nostra piccola città.

Di recente è stato pubblicato in Francia un romanzo, apparso per i tipi di Gallimard ed intitolato “Féroces infirmes”; in italiano potremmo tradurlo con “Malattie permanenti” ed è opera di Alexis Jenni, uno scrittore che balzò alla notorietà nel 2011, vincendo il prestigioso Goncourt con “L’arte francese della guerra”.

Il romanzo è ricco di molti temi sociali e storici legati alla Francia, ma, per la prima volta, l’urbanistica è direttamente protagonista di precisi tempi storici romanzati. Siamo nel secondo dopoguerra, agli inizi degli anni sessanta. Il luogo principale dell’azione è il quartiere de La Duchére a Lyon, una ville nouvelle che deve molto agli schemi di Le Corbusier; una nuova città luminosa, candida, svettante sulle alture con la torre panoramica, in contrapposizione al vecchio, grigio – quindi insalubre -, senza luce, medievale centro di Lyon. Uno dei protagonisti, Jean Paul Aerbi, lavora, vive di urbanistica: il suo mestiere è quello di riprodurre i progetti in maquette, prima dei cantieri di costruzione. Dove ritaglia ed incolla i pezzulli che comporranno il plastico, è lo studio dell’urbanista Louis Corinthe che sta progettando La Duchére, questa citè radieuse riflesso di quella più famosa di Marsiglia. Persino Le Corbusier, indicato con il suo vero nome, Charles Edouard Jeanneret, vive nelle pagine impietose di Jenni; descritto dal vero, con il suo caratteraccio insopportabile, ed evocato con la citazione, in esergo, del giovanile piano di abbattimento e ricostruzione della vecchia Algeri, un progetto degli anni trenta.

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La Francia ha, in quel momento, estremo bisogno dell’urbanistica. De Gaulle, il generale Ensemble come lo chiama Jenni, deve chiudere con la guerra dell’Algeria, guerra civile dalla parte dei francesi, di liberazione dalla parte degli algerini, con atrocità da entrambe le parti. De Gaulle ha bisogno di chiudere con il passato prossimo e di proiettare la Francia, “tutti insieme”, verso il futuro. Siamo nel pieno dei trenta radiosi, dagli anni cinquanta ai settanta, fatti di luce, di novità, di velocità, di tecnologie, di pace interna, di sviluppo industriale, di conquiste salariali e di ricchezza comunque mal distribuita.

 

Sono gli anni del nucleare, della force de frappe, delle auto veloci come la Citroen DS, la dea che sorvola le strade con le sue sospensione aerodinamiche ed allontana la Francia rurale da quella delle città rinnovate. Sono gli anni in cui i francesi inventano quel non-luogo, secondo la definizione ancora di là da venire di Marc Augè, che sono le rotatorie, per superare in velocità gli incroci; quel non-luogo dal quale oggi la Francia rurale, con le tensioni irrisolte e mai sopite di quel dopoguerra, s’incammina per assediare le città. Il titolo del libro allude alla malattia dell’Algeria, ma possiamo estenderlo all’attuale crisi tra governo Macron e gilets jaunes.

Sono gli anni dell’urbanistica di classe, degli alveari, delle lunghe barre di appartamenti, delle HLM (habitation à loyer modéré), dove in centinaia di cellette devono essere collocati a vivere i francesi, i pieds-noirs algerini, gli immigrati che devono produrre a maggior gloria della Repubblica. Una casa, un palazzo, è soltanto una macchina per vivere, secondo la definizione di Le Corbusier.

Jenni, attraverso la finzione romanzata di un legame tra padre e figlio, collocato nella realtà precisa e nel tempo preciso di un lacerazione insanabile, ci vuol dire che l’urbanistica è, in fondo, una messa in scena, è la rappresentazione plastica di un rapporto di forze sociali e politiche, nello e sullo spazio limitato di una città. Un rapporto di forze che comincia dal contrasto nella coppia città–territorio. Si può anche essere dei geni, ma l’urbanista è innanzitutto debitore, vive di questo rapporto di forze; non esistono tecnici puri, avulsi dai contesti politici di spazio e di tempo in cui sono calati. Ma talvolta l’urbanista non ha piena consapevolezza di questo, ed è solo, su scala più grande, un tecnico di architettura o di ingegneria.

Diventa interessante trasportare la tesi di Jenni dalla scala metropolitana di Lyon a quella della nostra piccola e modesta città. Anche in questo caso, possiamo trovare numerosi esempi concreti della rappresentazione plastica dei rapporti tra le forze in campo. Con una sorta di discriminante generale: se per Lyon possiamo individuare la scelta politica della modernizzazione a spinta gaullista, per la piccola città che viviamo ed abbiamo vissuto, dobbiamo sostituire al termine modernizzazione quello, meno implicante, di ammodernamento.

Forse, qui giù, la modernizzazione è un tratto di un’altra stagione storica, da collocare alla fine del seicento, con la riscoperta della città operata da Cosimo Fanzago. Scultore, architetto, Fanzago si muta in urbanista ed ha lasciato la sua impronta duratura nell’aver modellato il pendio e l’andamento curvilineo dell’attuale corso Umberto; vi ha predisposto la sequenza dei nuovi palazzi, vi ha riconesso la fontana e la chiesa preesistenti. La città reinventata, ribaltata verso l’esterno dal centro chiuso attorno al duomo, culmina, alla fine del lento curvare del corso, nella guglia alta del re di bronzo; trova un fondale di chiusura con la facciata laica della Dogana recuperata. La città nuova è consapevole del legame con il territorio, anche al di là dei limiti del feudo dei Caracciolo. E’ un territorio tra due mari.

Si prova amarezza nel constatare che degli aristocratici, in quel tempo, furono alla fine più democratici, più lungimiranti di alcuni amministratori dei giorni nostri. Se poi oggi la Dogana è un rudere, utile per qualche tecnico, vero genio incompreso, per proporre i suoi capolavori, ciò deriva dalla dimenticanza della lezione di urbanistica impartita da Cosimo Fanzago. Brecht scriverebbe di differenza tra il dito e la luna.

Cosa accadeva nella piccola città degli anni sessanta, mentre a Lyon emergeva il quartiere de La Duchére? Non tanto il quartiere di San Tommaso, separato ed emarginato dalla città consolidata, costituisce l’esempio ma, per la presunzione urbanistica, quello di Contrada Baccanico. Collocato in un territorio pianeggiante dove le nuove costruzioni finiscono nei limiti delle precedenti proprietà fondiarie; dove il reticolo dei viottoli di campagna si trasforma nella contorta, attuale rete stradale; dove l’urbanistica non è riuscita a tracciare strutture viarie ed immaginare relazioni nuove. In quel punto della città gli interessi più particolari – quelli dei proprietari, dei costruttori, financo degli abitanti -, non diventano mai interessi politici generali; ognuno resta nella sua celletta, contento del proprio particulare. E’ la migliore rappresentazione del patronage di Nicola Mancino, l’esempio dell’urbanistica manciniana pienamente dispiegata e realizzata, della città burocratica che si autoriproduce ed espande, senza respiro, ignara del territorio.

Anche quando la città è chiamata a misurarsi con la propria memoria nella ricostruzione del dopo terremoto, persino in quel momento il respiro dell’urbanistica è corto. Allora è il momento dello scontro con il soprintendente Mario De Cunzo. La sedimentazione urbana del corso Vittorio Emanuele, certo danneggiata dal sisma, è lo scenario per il lungo braccio di ferro sull’applicazione o meno dei vincoli storici, ed è il secondo esempio “vincente” dell’urbanistica manciniana. Il corso Vittorio Emanuele è il luogo dove la cattiva politica spiegherà poi che ha vinto la democrazia, quella immediata degli avellinesi proprietari, degli studi tecnici, delle imprese di costruzione, contro il bieco braccio di un oscuro, lontano ufficio dello Stato. La memoria era il passato inutile; il futuro luminoso riscaldava pelli ed intonaci nuovi.

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Ma il corso Vittorio Emanuele è anche tra le migliori applicazioni dell’urbanistica di Tonino Di Nunno, con la scelta della completa pedonalizzazione. Perché talvolta l’urbanistica insegna che il nuovo non sempre consiste nel costruire daccapo, ma nell’utilizzo, in modo nuovo, dello spazio urbano già esistente, da parte dei cittadini; e nonostante le vibrate proteste di alcuni commercianti.

Altri rapporti di forza sono quelli tra l’urbanistica ed i tecnici; e del confronto-scontro tra l’urbanistica e le forze di sinistra. Per una migliore definizione, quelli con i tecnici che hanno poi applicato le norme degli strumenti dell’urbanistica e quelli con le forze che a sinistra hanno posto attenzione alle vicende dell’urbanistica. Senza dimenticare che anche la predisposizione delle regole di urbanistica risente, a monte, di contingenti rapporti, se non di scontri, tra le forze in campo. Qui la differenza storica tra i Piani di Marcello Petrignani, adeguati a contenere i desideri e gli interessi dell’hic et nunc, con quello del duo Gregotti-Cagnardi, innovativo e perciò osteggiato. Architetti ed ingegneri della piccola città ora si nascondono dietro il presunto fallimento del PUC attuale, ovvero di una visione generale per un migliore futuro della città, per non affrontare l’esame del proprio ruolo di piccoli cantori dei piccoli, miopi, frammentati interessi locali.

Quanto alla sinistra che ha anche avuto locali responsabilità amministrative, è immediato parlare di rapporto ambiguo con l’urbanistica.

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Quando la sinistra è di lotta, ben vengano le idee innovative, più rispettose del benessere e della democrazia. Un termometro è l’attenzione tributata negli anni alle questioni ambientali; sì ma con giudizio, non fino al punto di comprendere la vastità e la gravità dell’attuale cambiamento climatico e di immaginare il ruolo, pur simbolico di una piccola città, per contrastarlo. Come in un ciclo temporale, giunge allora il momento di chiedere all’ambientalista di turno il compitino in bell’italiano sullo stop al consumo delle superficie agricole, sulla diminuzione dei consumi energetici, sul che fare delle auto così amate, quando è la propria, così odiate, quelle degli altri.

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Quando la sinistra ha assunto responsabilità di governo, i problemi più impellenti sono stati altri e le norme diventate lacci stringenti. Allora più urgenti e fitti sono diventati i dialoghi tra i tecnici, il respiro politico troncato; con il paradosso che anche l’assessore di turno ha adeguato il proprio pensiero alle questioni tecniche. Alla ricerca di soluzioni, hic et nunc, che contemperassero e contemplassero gli interessi in gioco; meglio che la filosofia restasse a casa. Gli interessi, in carne ed ossa, con tanto di nomi e cognomi, quelli che circolavano in città, nelle stanze del Comune, al banco dei caffè e nelle redazioni dei giornali. Allora la sinistra locale di governo, incarnata dall’assessore del momento, ha provato le vertigini ed immaginato di avere di fronte i famosi ceti medi riflessivi e produttivi. Ma riflessioni su cosa? Produzione di cosa?

Intanto siamo arrivati ad oggi.

 

 

Le foto sono di Ugo Santinelli.

 

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