Il ’68 in Irpinia e il caso san Ciro (1)

di ANNIBALE COGLIANO. SAGGIO INTEGRALE

 

 

Il ’68 in Irpinia

 

Specificità del ’68 irpino – Il ’68 irpino è fondamentalmente il movimento culturale e sociale che si origina e sviluppa nell’area del dissenso cattolico, con centro pulsante la parrocchia di San Ciro, del capoluogo[i]. Pace e giustizia, dialogo fra i popoli e le culture, critica del neocolonialismo, la fame e le guerre nel mondo: sono i temi del Concilio Vaticano II e delle encicliche più innovative (Pacem in terris, Gaudium et spes, Populorum progressio[ii]). Sono temi le cui propaggini dirompenti giungono in una provincia sonnacchiosa, rosa dal sottosviluppo e dall’emigrazione, e la cui economia è caratterizzata: da un’agricoltura povera marginale (estensiva per lo più), in cui domina la piccola proprietà e, in termini minori, la media proprietà a conduzione familiare; da un terziario non specializzato e da un pubblico impiego assunto clientelarmente e dequalificato. Sono temi-valori che si caricano di una critica radicale della guerra in Vietnam, delle gerarchie in società e in famiglia, del maschilismo, del consumismo. Sono altresì temi-valori che sono illuminati e sorretti dai mutamenti internazionali profondi in atto: la rivoluzione cubana e il tentativo di uscita dal sottosviluppo neocoloniale dell’America latina (icone Fidel castro ed Ernesto Che Guevara), la rivoluzione cinese, il movimento pacifista e antirazzista negli Stati Uniti (Luther King, Malcom X). Democrazia di base e rifiuto della delega, in un territorio in cui la politica (nessun partito fa eccezione) da sempre è notabilato e interessi corporativi, sono fine e metodo allo stesso tempo.

I soggetti protagonisti per lo più sono giovani universitari e delle scuole superiori (una settantina con presenza discontinua, una quarantina con presenza costante), appartenenti ai ceti medio-alti della borghesia avellinese e di Atripalda (magistrati, presidi, alti funzionari dello Stato), con influenza che si estende progressivamente ad altri ceti sociali. Alcuni, i più anziani, hanno già maturato negli anni precedenti il 1968 esperienze critiche di lettura del mondo e delle contraddizioni sociali del Paese (i morti di Reggio Emilia e i ragazzi delle magliette a strisce di Genova contro il governo Tambroni del 1960), anche grazie ad alcuni professori di Filosofia e di Greco del liceo cittadino P. Colletta, scegliendo di militare nel Partito socialista di unità proletaria (Psiup), nato come costola dissenziente dal Partito socialista, quando questi sceglie la strada della collaborazione governativa con la Democrazia cristiana.

A orientarli e guidarli sono in particolare due giovani sacerdoti, di diverso carattere e formazione: il primo, don Michele Grella, di grande umanità, pastore d’anime, emulo di papa Giovanni XXIII, accusato sovente di essere agente del comunismo (in realtà, simpatizzante di De Mita, che ha caldeggiato la costruzione della chiesa di San Ciro, ed estremamente disponibile al dialogo, senza riserva alcuna verso la sinistra); l’altro, Pio Falcolini, frate francescano di grande levatura intellettuale, formatosi ed espulso dall’università Cattolica della tumultuosa Milano degli anni ’60, personalità carismatica di grande spiritualità di respiro messianico di cambiamento della Chiesa e del mondo, pedagogo aristocratico che predilige i già iniziati e i più colti. Padre Pio Falcolini, laico rispetto ad ogni ideologia, e con riserve sui singoli partiti, severissimo nella confessione, è piuttosto un movimentista per usare un termine del tempo in voga; don Michele Grella non ha dubbi invece: «Iscrivetevi ad un partito, quale che sia, perché è il solo modo per potere dare un contributo alla trasformazione della realtà». Entrambi escludono la violenza come mezzo di lotta, ma ritengono che sia necessaria la lotta di classe per realizzare obiettivi di giustizia. Entrambi – ed è forse la loro virtù più contagiosa – propongono i contenuti conciliari attraverso il dialogo, il dubbio, la ricerca – la verità è un animale che difficilmente si lascia irretire –, e, non meno, attraverso la generosità e la testimonianza personale. Entrambi, più che padrini politici, sono educatori, lievito di tensioni ideali che sbocceranno nel tempo fra i loro figli spirituali nell’attività politica. Fra i suoi primi atti simbolici, Pio Falcolini porta i giovani di San Ciro in gita politica presso una baraccopoli romana.

Violenza ermeneutica[iii] è l’espressione che userà, per ricordare l’etica profonda dell’insegnamento ricevuto, un giovane liceale, Domenico Gallo –

poi magistrato e senatore in una legislatura con Rifondazione comunista –) impegnato sia socialmente che politicamente nei decenni a venire. Non importa tanto ai due giovani sacerdoti il gruppo politico o il partito (solo la destra è esclusa) in cui i giovani loro adepti possano militare o fondare ex novo (verso cui, a ben guardare, guardano con moderato scetticismo): importa loro che scelgano la politica come mezzo per trasformare il mondo e farlo diventare più umano e giusto, ossia, per loro, cristiano. Il Concilio Vaticano II e la teologia della liberazione in America latina sono il faro di riferimento, ideale e pratico. L’escathon sarà duplice: la salvezza in cielo, ma non meno la liberazione dalla schiavitù su questa terra; la metafisica a servizio della storia: la politica come mezzo, sorretta e orientata da un’etica religiosa, il cui messianismo sarà l’antidoto ad ogni forma di nichilismo. I giovani sessantottini passati per San Ciro saranno in futuro stimati e generosi dirigenti sindacali e di partito (del Partito comunista, della CGIL, della UIL, dell’arcipelago variegato e generoso della nuova sinistra, di cui non temeranno il carattere minoritario), in Irpinia o in altre aree del Paese, tutti con un grande rigore morale e capacità di rimodulare il proprio impegno, che non verrà meno né in tempi di revisionismo interessato né in tempi di crisi e di sovvertimento della lezione del ’68.

Il dissenso cattolico non è l’unico sulla scena. Vi sono sì nuovi gruppi politici di sinistra che si affacciano, ma sono di corto respiro[iv], e comunque interagenti con l’area di movimento culturale di San Ciro. Fra questi, gli stessi militanti del Psiup.

Altro grande protagonista del ’68 irpino è Fiorentino Sullo, il più giovane deputato della Costituente, eletto ininterrottamente per 7 legislature, che si auto-rappresentava come l’uomo dei fatti che nascono dalle idee. Discusso eretico nel suo partito agli inizi degli anni ’60 per essersi dimesso dal governo Tambroni, che aveva avuto voti decisivi dai fascisti per la sua azione di governo; discusso eretico riformatore (cosa che non esclude il suo acceso clientelismo e, alla fine del suo apogeo politico, il trasformismo, da lui sempre denunciato) per gli innovativi disegni di legislazione urbanistica (poteri di esproprio ai comuni, garanti delle infrastrutture, e diritto di superfice distinto dalla proprietà, per impedire speculazione e proliferazione a dismisura della rendita), sconfessati brutalmente dal governo in carica e dal suo partito, Sullo, nella sua brevissima vita di ministro della Pubblica istruzione – meno di tre mesi, fra il dicembre del 19168 e il febbraio del 1919 –, vara una riforma delle medie e dell’università, che accoglie molte istanze del movimento studentesco, incrinando profondamente il rapporto scuola-società civile strutturato dalla riforma Gentile del 1923, che aveva accentuato il solco di classe dell’istruzione post-unitaria.

Va da sé che il ’68 irpino non è racchiudibile in un gruppo del capoluogo o in un singolo parlamentare; molti i tratti comuni al resto del Paese: espressione della crisi della modernizzazione degli anni ’60; riflesso generale della critica e dell’insofferenza per le grandi tragedie del mondo; accoglimento, dopo la fine della guerra fredda, dei valori di rottura culturale all’interno della società occidentale, proposti dal cinema, dalla nuove esperienze musicali americane, inglesi e poi italiane; importazione della nuova educazione politica di studenti e neolaureati che traghettano la loro formazione universitaria dalle grandi città e università del Paese. Ma tutto ciò non ne costituisce la specificità, quanto piuttosto l’humus comune ai valori e all’azione politica del dissenso cattolico che lo caratterizza in provincia.

Murale della pace – Antecedente straordinario e ponte profetico per il ’68 irpino (e per i decenni a venire) è il Murale della pace[v], dipinto nel 1965 sull’abside (22m x 6,30) della chiesa di san Francesco d’Assisi, costruita alla periferia est della città, al Borgo Ferrovia, di fronte alla stazione, quartiere popolare di recente formazione.

L’autore, l’irpino Ettore de Conciliis (di 22 anni), con la collaborazione di Rocco Falciano, su committenza del parroco don Ferdinando Renzulli (poi vicario vescovile), ha accolto il messaggio agli artisti di papa Paolo VI alla chiusura del Concilio[vi], di cui merita riportare in particolare il quarto capoverso:

Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione. La bellezza, come la verità, è ciò che infonde gioia al cuore degli uomini, è quel frutto prezioso che resiste al logorio del tempo, che unisce le generazioni e le fa comunicare nell’ammirazione. E questo grazie alle vostre mani…

De Conciliis realizza un murale di grande spessore artistico con realistici quanto simbolici contenuti figurativi, specchio delle contraddizioni e delle speranze di tutto il ‘900. E’ un’arte sacra che, con grande fascino, senza retorica, con qualità estetiche che richiamano Carlo Levi, Gottuso, Picasso (raffigurati anche nel murale), Francisco Goya (sulle fucilazioni e sull’orrore della guerra), per focalizzare le grandi tragedie dello sviluppo capitalistico, del nazionalismo militarista e dell’imperialismo: il fungo nero dell’atomica, la morte di massa, le fucilazioni, forche e croci cimiteriali, campi di sterminio, i bombardamenti e la devastazione, la schiavitù neocoloniale, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Tragedie tutte raffigurate su una metà del murale, e tutte che si aprono alla speranza: il papa Pio XII, vestito di bianco, che apre la sua figura a mo’ di crocefisso, e un prete sudamericano, simbolo della lotta in atto e del riscatto di un continente.

L’altra metà è data da papi e leader politici di opposte ideologie, intellettuali italiani e stranieri (Giovanni XXIII, Mao Tse Tung, Fidel Castro, Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira, Palmiro Togliatti, Guido Dorso, Cesare Pavese, Rocco Scotellaro, Alberto Moravia, Bertrand Russel, ecc.), contadini che lottano per la terra, partigiani, operai, donne e bambini. Tutti, affiancati, coralmente si rivolgono a san Francesco, simbolo del dialogo e della pace, che giganteggia al centro della folla orante. Il dipinto è «un ottimismo a oltranza, più concettuale che contingente, quello che intride questo immenso cantico, nel quale s’identifica in Francesco d’Assisi il campione dell’Imitatio Christi verso le quali le creature tendono»[vii]. Fra le due metà, ma quasi senza soluzione di continuità, vi è un Cristo crocefisso, staccato dal murale, quasi un altorilievo sovrapposto ad esso, un Cristo non patiens ma triumphans, un cristo risorto che guarda in alto, in cielo, e che ricorda quello di Michelangelo o dei cristi normanni, antecedenti l’iconografia del Cristo sofferente, promossa da San Francesco.

E’ uno scandalo per l’opinione pubblica benpensante irpina, nazionale e internazionale, che i mass media registrano e amplificano, con innumerevoli giornalisti italiani e stranieri[viii], che, a ridosso dell’inaugurazione del murale, si portano in pellegrinaggio a vedere da vicino l’affresco. La destra attacca a man bassa: non si può accogliere e dialogare con il marxismo; l’artista ha profanato l’arte sacra e ha attentato, allo stesso tempo, al tempio della libertà e della democrazia occidentale. Valgano per tutti i più icastici e allarmati interventi del direttore del “Roma” Alberto Giovannini, San Palmiro in Avellino[ix] e di Lucio M. Orazi (rispettivamente in “Roma”, 26 e 27 ottobre 1965): i comunisti per occupare lo Stato, quale primo passo, invadono i recinti della Chiesa, promuovendo ateismo e decadenza; le gerarchie ecclesiastiche sono non solo passive, ma complici. La stampa di centro e di sinistra si prodiga in plauso sul piano estetico e sui contenuti. Giuseppe Pisano: «[…] Il giovane pittore ha nel sangue la vis rivoluzionaria dell’antenato del 1820. L’affresco è ispirato al tema della pace. La figura di San Francesco campeggia sul lato sinistro. Ai suoi piedi si snoda una marcia della pace: popolani, operai, contadini. […] Al centro dell’affresco si eleva il fungo nero e terribile dell’esplosione atomica. Intorno rovinano le case. L’uomo guarda sgomento: intorno a lui ventri magri di fanciulli spauriti. Sulle macerie si leva livido l’urlo del lupo irpino. Sul lato destro una marcia di soldati. Le baionette si trasformano in croci e tutto l’esercito in un cimitero di guerra. Un demagogo arringa in primo piano, ma il suo volto è il ghigno di Satana. In alto si levano lugubri le forche. I partigiani scalciano al vento in un tramonto di sangue. Ai loro piedi un campo di sterminio. Il filo spinato corre freddo e pungente intorno alle figure rattrappite. Fa da quinta un meraviglioso sacerdote che stringe al petto un crocefisso. Il suo volto è sofferenza e desiderio di pace. […] La concezione dell’opera è nuova e originale. Trova presupposti culturali soltanto nella migliore tradizione italiana, quella del Trecento: prima cioè che i paludamenti classici rendessero atemporali e chiuse alla vita le immagini destinate ai luoghi sacri, prima ancora che lo spirito della Controriforma rendesse astratte le regole dell’arte sacra. […] La pace non vi è esaltata retoricamente nell’invito formale ad essa, ma è drammaticamente invocata attraverso la rappresentazione della sua stessa negazione. […]»[x].

Allo scandalo aggiuntivo dell’inaugurazione presenziano autorità civili e militari, i vescovi delle diocesi di Avellino e di Ariano, il sindaco della città, che di lì a qualche giorno pubblicherà un articolo di plauso e di ridimensionamento del clamore suscitato: «Senza i comunisti e i giornali, l’affresco sarebbe passato senza contrasti»[xi]. A chiusura dell’inaugurazione, il vescovo di Avellino stronca i detrattori, così commentando la partizione del murale in due campi: «quello che discende dall’odio e quello che, viceversa, si aggancia all’amore e alla solidarietà.»

Alla fine, lo scandalo si rovescia nel suo contrario: Paolo VI, il giorno precedente l’inaugurazione (22 ottobre), ha inviato la benedizione apostolica[xii] a de Conciliis e al suo coautore, Rocco Falciano; riceverà poi l’autore in udienza.

 

I cattolici di San Ciro fra provocazione culturale, dialogo e azione sociale – La lezione di Ettore de Conciliis si arricchisce di cultura e prassi politica nel triennio 1968-1970.

Preziosissime alcune note prefettizie[xiii] al ministro dell’Interno. La prima, forse la più significativa, del 27 dicembre 1968, che merita essere riportata per esteso, descrive, quali che siano le finalità informative, la funzione educativa-laboratorio della parrocchia di san Ciro. Sul terreno del contenuto è quella che potremmo definire la critica del Natale consumistico attraverso l’allestimento di un presepe scandalo, che riecheggia il Murale della pace del 1965:

Di seguito alla nota p. n. del 9 novembre u.s., relativa alla situazione studentesca in questa provincia, si comunica che i gruppi organizzati di ispirazione marxista e missina, nonostante la notevole attività svolta con manifesti, volantini riunioni ed assemblee, non sono riusciti finora a far proseliti fra le masse studentesche. Infatti nel corso delle agitazioni registratesi in questo capoluogo ed in alcuni comuni della provincia, determinate peraltro da esigenze di edilizia scolastica e da situazioni particolari di alcuni corsi scolastici, vani sono riusciti i tentativi dei predetti gruppi politici di inserirsi con successo nelle manifestazioni stesse.

Di notevole rilievo, invece, è stata l’attività di proselitismo svolta dai “Gruppi spontanei di Giovani cattolici” che hanno il loro luogo d’incontro in un salone della locale parrocchia San Ciro.

I giovani di tali gruppi, guidati da un padre francescano, don Pio (Serino[xiv]), oltre a svolgere attività presso le varie scuole, indicono riunioni e organizzano conferenze cui partecipano giovani di ogni età, di ogni condizione sociale e di ogni estrazione politica per “motivare la loro presenza cristiana nella comunità”.

Le varie iniziative, nel settore scolastico per contrastare l’attività dei gruppi marxisti[xv] e missini, e nel settore religioso gravitano intorno al parroco della chiesa San Ciro, don [Michele] Grella ed al predetto francescano.

Nel campo scolastico merita menzione l’inchiesta che i cennati gruppi cattolici vanno conducendo sui motivi e sulla validità della odierna contestazione. Al riguardo è stato redatto l’allegato questionario[xvi], che è stato distribuito presso vari istituti cittadini.

Nel campo religioso si assiste ad un inserimento dei cennati motivi anche nei riti religiosi. Infatti, da alcune settimane, alle ore 19 della domenica, viene celebrata, nel salone annesso alla predetta chiesa, da parte dei due sacerdoti sopra menzionati, una messa con omelia dialogata, cui partecipano in prevalenza giovani. In sostanza, dopo la lettura del vangelo, il celebrante invita i presenti a discutere i temi trattati nell’epistola per poi giungere ad una conclusione. Secondo quanto riferito, i temi trattati e discussi sono i più disparati, come quello della dittatura dei colonnelli in Grecia, dell’intervento americano in Vietnam, le situazioni del Biafra e della Cecoslovacchia, le condizioni di arretratezza di alcune popolazioni del Sudamerica ed altri di attualità.

Il 24 corrente, per la prima volta, a mezzanotte, è stata celebrata il pubblico la Messa dialogata, con canti diversi da quelli tradizionali. Nel dialogo sono stati trattati da parte di alcuni studenti intervenuti argomenti temi religiosi, in cui si è posta in evidenza la necessità che la struttura e la vita della Chiesa si adeguino ai tempi moderni.

Sempre ad iniziativa dei cennati gruppi giovanili è stato allestito nella chiesa di San Ciro un presepe costituito da una grotta con soltanto il Bambino Gesù nella paglia, e da sei pannelli a raggiera convergenti verso la grotta.

Su alcuni di tali pannelli sono raffigurate, con collage e con didascalie scritte a mano, le varie situazioni di guerra che affliggono alcuni Paesi, e per quanto attiene all’Italia, il dramma dei senza tetto e l’egoismo della società borghese e consumistica. In un altro pannello sono riprodotti i visi di Giovanni XXIII, di Bob Kennedy, di Luther King e di Paolo VI, quali testimonianza dei valori perenni dello spirito[xvii].

Altri due pannelli in bianco e nero sono riservati a coloro che intendono esprimere un giudizio sull’iniziativa. […]

Il giorno di natale, nella tarda mattinata, alcuni giovani appartenenti ai gruppi in argomento, hanno sostato per breve tempo su di un marciapiede di questo Corso Vittorio Emanuele [il luogo del sit-in sosta, non menzionato, è lo spazio antistante il supermercato Standa, simbolo del consumo], inalberando alcuni cartelli di cui si trascrive il testo:

  • La beneficenza non vale a placare la nostra coscienza né a risolvere i problemi della disuguaglianza.
  • No al Natale borghese.
  • No al Natale, festa del consumo.
  • No al Natale del disimpegno.
  • Natale … io giovane protesto, tu borghesi festeggi, egli padrone mangia, noi contestiamo, voi consumate, loro muoiono. Vietnam, Avola[xviii], Biafra, Sud America. […]

Un volantino accompagna la raffigurazione del presepe e la manifestazione lungo il corso:

Invitiamo ciascuno a riflettere per comprendere l’esperienza e le ansie di coloro che, anche nella sofferenza vissuta, cercano di avvicinarsi a Cristo. Cristo nacque in una stalla, fu povero per tutta la vita, fu un umile falegname, non prese alcuna laurea, trascorse la vita avvicinando gli altri per amore del prossimo. Non utilizzò mezzi ricchi per il suo apostolato, ma mezzi poveri e badò che la sue parole si traducessero in fatti.

Questo deve richiamare ciascuno […] a riflettere sui contrasti del mondo e sulla nostra contraddizione quotidiana: noi diciamo di amare Dio che non vediamo e, nello stesso, tempo, non amiamo il nostro fratello che vediamo affamato, cacciato, sfruttato, ucciso. Teniamo ben presente che non basta far l’elemosina ai poveri per sentirsi a posto con la coscienza; dobbiamo sentirli e assumerli come nostri fratelli e pagare di persona per il riconoscimento dei loro diritti.

Basta col natale dello spreco, del lusso, dei veglioni, dell’egoismo[xix]. Come Cristo “da ricco che Egli era si fece povero, così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione. La Chiesa circonda d’affettuosa cura quanti sono afflitti dall’umana debolezza, anzi riconoscono nei poveri e nei sofferenti l’immagine del suo Fondatore, povero e sofferente, si premura di sollevarne l’indigenza, e in loro intende di servire a Cristo)” (L. G. del Vaticano II. “Si eviti questo scandalo: mentre alcune nazioni, i cui abitanti per la maggior parte di dicono cristiani, godono di una grande abbondanza di beni, altre nazioni sono prive del necessario e sono afflitte dalla fame, dalla malattia e da ogni sorte di miseria. Lo spirito d’amore è infatti la gloria e il segno della Chiesa di Cristo. […] (Gaudium et Spes, n. 88).

E’ Pio Falcolini il tramite di teologi e cattolici del dissenso, italiani e stranieri, della Procivitate di Assisi, chiamati a portare le loro idee e le loro esperienze nella parrocchia di San Ciro. La principale accusa mossa dalla stampa di destra (il “Roma”, in particolare), che chiede ripetutamente l’intervento censorio del vaticano, è che la parrocchia di San Ciro collude con il clerico-marxismo e tiene rapporti speciali con l’Isolotto di Firenze, rinomato centro sovversivo di rilievo nazionale, capeggiato dal sacerdote don Mazzi. Ma le accuse non trovano orecchie accoglienti né nel papa né nella curia romana Vaticano, che benedice e dà via libera a quanto si muove in periferia, malgrado i conferenzieri chiamati a San Ciro abbiano avuto rapporti burrascosi con le gerarchie ecclesiastiche periferiche.

Paolo Giannini, magistrato napoletano, e il sacerdote padre Fabio, studioso di paleologia, dell’ordine francescano, espulso dall’Università cattolica di Milano, tengono nel novembre 1968, nel salone della parrocchia, rispettivamente una conferenza su La contestazione nella Bibbia, e Il marxismo.

Interviene a San Ciro Don Juan Arias (futuro assistente di Giovan paolo II nei suoi viaggi nel mondo), prolifico scrittore spagnolo accreditato come giornalista in Vaticano per la stampa spagnola. Il sacerdote porta in San Ciro la sua riflessione sulla dittatura franchista e la sua emblematica storia personale, segnata dalla morte scampata: un potente ministro, nel Consiglio dei ministri vuole la sua testa – frequenti in Spagna le esecuzioni capitali per gli oppositori politici e i detrattori del regime – per aver pubblicato un articolo sul ruolo della Chiesa spagnola nell’affermazione della dittatura. Salvato da Franco, che teme se ne faccia un martire, sceglie di vivere in Italia, ricevendone la cittadinanza per meriti culturali[xx].

Segue, a distanza di qualche mese una conferenza di don Mario Cuminetti, teologo e poliedrico pubblicista frequentemente chiamato dalle comunità cristiane di base sparse per l’Italia; già parroco, formatosi all’Università Gregoriana, laureandosi con una tesi sul calvinismo contemporaneo con il prof. Giovanni Witte; chiamato poi in qualità di perito al Concilio Vaticano II; espulso anche lui, nel 1967, per il dissenso con le gerarchie in merito agli inizi della contestazione studentesca, dal Collegio Agostinianum dell’università Cattolica di Milano.

E’ invitato a San Ciro Giovan Battista Franzoni (conosciuto come dom Franzoni, dal latino dominus, predicato d’onore fra i monaci benedettini), abate della basilica di San Paolo di Roma e della comunità di base di cui è animatore. L’abate, il più giovane teologo del Concilio Vaticano, che vota Partito comunista, teologo ascoltato da Paolo VI, è noto per le sue vigorose omelie-denuncia del capitalismo imperante e delle collusioni fra banca e organi vaticani.

Pio Falcolini fa intervenire a San Ciro Raniero La Valle, giornalista, responsabile nel 196, del quotidiano della Democrazia cristiana, “Il Popolo”, sotto la direzione di Aldo Moro; poi direttore dell’”Avvenire d’Italia”, quotidiano bolognese che segue quotidianamente i lavori del Concilio Vaticano. Lascia il giornale nel 1967, quando le gerarchie ecclesiastiche fanno terra bruciata intorno al cardinale Lercaro e alla sua scuola. Battitore libero quando viene a San Ciro, documentarista e autore di inchieste coraggiose per la Rai sui temi scottanti del momento, conferisce sui temi della pace e della guerra in Vietnam e Cambogia, delle dittature in America latina.

Nella primavera del 1969 è la volta di Adriana Zarri, donna teologa, che allo scandalo di genere associa quello della teorizzazione della diversità del magistero straordinario e del magistero ordinario della Chiesa. Annota il Prefetto: «Molta perplessità ha suscitato negli ambienti cattolici locali la conferenza della pubblicista Zarri, che ha parlato sul “magistero” straordinario e sul “magistero” ordinario, il primo riservato al Pontefice, in quanto capo del Collegio episcopale ed il secondo di competenza della Chiesa, quale popolo di Dio e dei suoi teologi. Tale secondo magistero [quello ordinario] contiene uno spazio di libertà sia nella interpretazione che nell’azione, con i suoi limiti della contraccezione, contestazione, violenza e non violenza. Pertanto, “la Chiesa è sicura solo nell’esercizio del magistero straordinario”, mentre nell’esercizio del magistero ordinario non è vincolante per i cattolici»[xxi].

All’intervento di Adriana Zarri, segue da parte del gruppo di San Ciro la distribuzione presso le chiese cittadine di un documento sul valore della Pasqua, cui avrebbe dovuto seguire, a sua volta, un dibattito pubblico, che però, per intervento del vescovo di Avellino, non è più tenuto. Meritano essere riportati alcuni passi per cogliere il seme che germoglierà esuberante negli anni a venire:

[…] A Pasqua Cristo portò fino alle estreme conseguenze il suo amore al Padre e agli uomini, passando attraverso la violenza della calunnia morale e religiosa, della condanna politica e della morte. La Chiesa non potrà conseguentemente celebrare la sua Pasqua se non si spoglia di ogni ambizione temporale, se non rinuncia ai privilegi e alle ricchezze, se non si fa solidale con i poveri, pronta a soffrire e a morire come Cristo, per recuperare la libertà e la forza del suo amore.

La Pasqua che è liberazione viene celebrata in un contesto storico in cui l’uomo è ancora schiavo, perché colpito dalla guerra e dalla prigionia, dalla censura e da varie forme di repressione fisiche e morali.

Ai fenomeni palesemente offensivi non ha diritto di opporsi la nostra società del benessere, che ripropone quali forme di schiavitù l’alienazione, il classismo, il razzismo, e spegne l’inquietudine delle masse a raggiungere la statura di quell’uomo unico di cui parla Paolo ai Galati. Di fronte a questa realtà la Chiesa si presenta oggi non come una comunità-segno di fede, di speranza e di amore, ma ancora come società che ripone la sua forza nelle sicurezze economiche, politiche, disciplinari e giuridiche, e contribuisce così a far scadere il culto nel formalismo, la morale nel legalismo, a vantaggio dell’istituzione che prende il passo sulla vita e ricade infine in nuove forme di trionfalismo e di intolleranza. […][xxii].

A distanza di anni, gli intervistati, pur non ricordando o ricordando con imprecisione nomi dei conferenzieri e contenuti trattati, sono grati per la loro formazione e per lo spessore dell’impegno sociale e politico profuso negli anni successivi ai due sacerdoti, di cui si sentono figli spirituali, e pensano con riverenza a quel tempo particolare, in cui hanno imparato l’alfabeto della democrazia, del dialogo, della ricerca, dell’azione liberatrice, del foro della propria coscienza come tribunale primo della propria vita. Per dirla con Pavese: hanno appreso “il mestiere di vivere”.

La Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani fa scuola presso alcuni insegnanti che si fanno carico della feroce selezione di classe e portano nelle periferie la questione della lingua che, da barriera all’apprendimento e mezzo di esclusione delle classi popolari, è da capovolgere in strumento di emancipazione. E’ il caso di Ninì Salerno, insegnante elementare alle Selve, campagna avellinese. Già nel 1967, dopo la morte della madre, opera fra gli emarginati di rione Aversa. L’impegno per una scuola alternativa segna il passaggio dall’assistenza alla promozione del diritto fondamentale all’istruzione per i bambini figli di contadini.

 

[i] Fonte primaria sono i fondi dell’Archivio Centrale di Stato di Roma (d’ora in avanti ACS, seguito dall’indicazione del fondo), ma non meno importanti sono state le fonti orali di alcuni protagonisti del tempo (Franco Festa, Domenico Gallo, Ettore De Socio, Antonietta Salerno, Alfonso Iandolo), che ringrazio vivamente, scusandomi se talvolta l’interpretazione del loro vissuto si è allontanato dalla loro lettura.

Da segnalare il volume collettaneo Il ’68 degli irpini. La città, gli studenti, la Chiesa, a c. di G. Festa e P. Saggese, Delta 3, Grottaminarda 2018, molto prezioso per alcune testimonianze.

[ii] Quest’ultima dell’inquieto Papa Paolo VI, del 1967. In estrema sintesi la linea delle tre encicliche che s’integrano e si richiamano fra loro: 1) la pace nel mondo contempla il diritto-dovere alla disobbedienza, quando i singoli e le collettività organizzate i poteri pubblici violano i diritti fondamentali della persona (cfr. l’approccio teologico di San Tommaso e quello di Maritain nella prima metà del XX secolo) quando sono violati i diritti fondamentali della persona; 2) lo sfruttamento di popoli su altri popoli è contrario alla legge divina e alla giustizia sulla terra, i cui beni sono stati donati da Dio a tutti e non a pochi; 3) l’atomica va bandita definitivamente come mezzo di offesa e di difesa: dopo l’atomica non è più teologicamente sostenibile, come nella teorizzazione più che millenaria della Chiesa (S. Agostino e San Paolo), la teorizzazione di guerra giusta.

Per quest’ultimo punto di rottura, chiave è qui l’elaborazione portata al Concilio Vaticano II da uno storico e scomodo padre della Costituente, Giuseppe Dossetti, democristiano di Cronache sociali e consigliere, fra l’altro, del cardinale Giacomo Lercaro di Bologna, destituito dal papa nel gennaio 1968, dopo la sua dura condanna dei bombardamenti nel Vietnam. Dossetti è un riferimento costante, anche quando non espressamente nominato, di tanti intellettuali che intervengono a San Ciro e della stessa Sinistra di base provinciale.

[iii] E’ l’espressione frequentemente usata dal frate operante a San Ciro, Pio Falcolini, mutuata dal sacerdote e teologo Italo Mancini, per indicare una lettura spregiudicata della realtà, che non va stemperata neanche per la Chiesa come istituzione; espressione che rinvia alla pratica dell’amore evangelico – essere cristiano significa caratterizzare il proprio essere per gli altri, con attenzione alla dimensione etico-politica e respingere l’accusa di mancanza di presa sulla realtà effettuale. Cfr., fra i suoi lavori ultimi e riassuntivi, con polemica costante verso Nietzsche, I. Mancini, Il pensiero negativo della nuova destra, Mondadori Editore, Milano 1983.

[iv] Una curiosità relativa alla girandola politica del tempo: il gruppo di Autonomia operaia facente capo a Toni Negri e Franco Piperno, intercetta – pare nell’estate del 1968 – la poco definita area della sinistra avellinese, proponendo (modello fochista di Che Guevara), di fare di Avellino, o meglio dell’Altopiano del Laceno, il centro della guerriglia. Ne ottiene un secco rifiuto. Solo qualche anno dopo, dall’area intercettata si formerà un nucleo di terroristi.

[v] Cfr. E. De Conciliis, Il murale della pace, a c. di M Marini e M. Falciano, De Angelis Avellino 1999.

[vi] Cfr. «Messaggio del santo padre Paolo VI agli artisti

1 – Ora a voi tutti, artisti che siete innamorati della bellezza e che per essa lavorate: poeti e uomini di lettere, pittori, scultori, architetti, musicisti, gente di teatro e cineasti… A voi tutti la Chiesa del Concilio dice con la nostra voce: se voi siete gli amici della vera arte, voi siete nostri amici!

2 – Da lungo tempo la Chiesa ha fatto alleanza con voi. Voi avete edificato e decorato i suoi templi, celebrato i suoi dogmi, arricchito la sua liturgia. L’avete aiutata a tradurre il suo messaggio divino nel linguaggio delle forme e delle figure, a rendere comprensibile il mondo invisibile.

3 – Oggi come ieri la Chiesa ha bisogno di voi e si rivolge a voi. Essa vi dice con la nostra voce: non lasciate che si rompa un’alleanza tanto feconda! Non rifiutate di mettere il vostro talento al servizio della verità divina! Non chiudete il vostro spirito al soffio dello Spirito Santo! […]

5 – Che queste mani siano pure e disinteressate! Ricordatevi che siete i custodi della bellezza nel mondo: questo basti ad affrancarvi dai gusti effimeri e senza veri valori, a liberarvi dalla ricerca di espressioni stravaganti o malsane.

6 – Siate sempre e dovunque degni del vostro ideale, e sarete degni della Chiesa, la quale, con la nostra voce, in questo giorno vi rivolge il suo messaggio d’amicizia, di saluto, di grazie e di benedizione.

8 dicembre 1965.»

Il messaggio è disponibile on line.

[vii] Cfr. M. Marini, Un Santo, un cantico e le sue creature, sempre: San Francesco ne “Il murale della pace”, cit., p. 13.

[viii] Cfr. M. Falciano, Bibliografia ragionata, in Il murale della pace, cit.). Fra i detrattori: A. Giovannini, San Palmiro in Avellino, “Roma”, 26 ottobre 1965; Lucio M. Orazi, Lo scandalo dell’affresco di Avellino, “Roma”, 27 ottobre 1965; G. Bensi, Papa Giovanni con Togliatti-scandalo. L’affresco dello scandalo. “Domenica del Corriere”, 7 novembre 1965; A. Baglioni, L’iconografia del dialogo, in “Folla” (diretto da R. Pacciardi), il più blasfemo e graffiante, ai limiti della volgarità, che allinea i padri conciliari con don Lorenzo Milani, don Ernesto Balducci e Pier Paolo Pasolini, tutti accusati di confusione spirituale e degenerazione culturale. Fra gli entusiasti: G. Pisano, Un poetico inno alla pace l’affresco di de Conciliis, in “Il Corriere dell’Irpinia”, 22 ottobre 1965; E. Simeone, Grande affresco per la pace in una chiesa di Avellino, “L’Unità”, Roma, 27 ottobre 1965, con intervista a don Ferdinando Renzulli; G. Russo, Tutti a testa in su nella chiesa di Avellino, “Corriere della sera”, 28 ottobre 1965 (che sottolinea il carattere ecumenico dell’opera); P. Ricci, L’affresco di Avellino, in “L’Unità”, 30 ottobre; F. Biondi, Un affresco per la pace, “Il progresso irpino”, 1° novembre 1965 (l’affresco rievoca l’incanto popolare medievale che partecipava ai fatti artistici che ritraevano la vita di sofferenza e dolore quotidiano).

[ix] Qualche passo di Giovannini: «[…] Tutto può succedere di questi tempi. […] L’affresco che dovrebbe eternizzare il Pontefice della scomunica al marxismo, a fianco degli uomini che egli aveva così duramente condannati, è un oltraggio evidente, come è evidente l’intento polemico che ha animato gli autori. Ciò che fa meraviglia è che un lazzo del genere, nei confronti di un grande Pontefice possa essere consacrato in una chiesa. Quindi delle due l’’una: o le autorità ecclesiastiche di Avellino sono state sorprese nella loro buona fede, il clero irpino – vescovo in testa – è improvvisamente impazzito. “Tertium non datur”. […] Non è ammissibile che dietro le effigi di un profeta disarmato come Papa Giovanni […] possano essere contrabbandati all’interno di una chiesa consacrata al culto, quasi ad imporle alla venerazione dei fedeli, le immagini di un Togliatti o di un Sartre, di un Bertrand Russel o di un Fidel castro, di un Moravia, di un Levi, di un Guttuso, di un Picasso; di gente cioè che ha fatto dell’ateismo il solo dogma della propria politica e che ha agitato i sentimenti più bassi e laidi dell’uomo in funzione essenzialmente antireligiosa.»

Da Orazi: «Entrati in chiesa in punta di piedi, sotto gli occhi del parroco, i profeti del comunismo internazionale di rimarranno – almeno in effige – godendo probabilmente della protezione delle superiori gerarchie ecclesiastiche, che hanno già emesso il loro avallo e che non sembra che abbiano intenzione di revocarlo. Così, la faccenda dell’affresco nella parrocchia di San Francesco d’Assisi, alla periferia di Avellino, minaccia di assumere toni di volta in volta grotteschi e gialli, ed ha tutta l’aria di voler andare a costituire un precedente. […] Che i comunisti tirino acqua al loro mulino e imbastiscano una speculazione blasfema è un fatto che doveva essere nelle previsioni. Stupisce che si voglia far credere di non averlo previsto, stupisce che la Segreteria di Stato vaticana abbia scritto al giovane pittore, tanto desideroso di notorietà, una lettera di elogio per l’opera compiuta.»

[x] G. Pisano, Un inno poetico…, cit.

[xi] Cfr. “Corriere dell’Irpinia”, 30 ottobre 1965.

[xii] «Segreteria di Stato di Sua Santità

Sig.ri Ettore de Conciliis e Falciano Rocco presso Chiesa Borgo ferrovia – Avellino, la Segreteria di Stato di Su Santità compie il venerato incarico di significare che l’Augusto Pontefice ben di cuore imparte l’implorata benedizione apostolica, in auspicio delle più elette grazie del Cielo.» Cfr. “Corriere dell’Irpinia”, 30 ottobre 1965.

[xiii] Cfr. ACS, Ministero dell’Interno, fascicoli correnti, quadriennio 1967-1970 (ex pacco 341, suddiviso ora in fascicoli), n. fasc.lo 15583/9, relazione del prefetto di Avellino, Mario Cataldi, del 27 dicembre 1968.

Nel corso della ricerca, più intervistati hanno indicato una notevole mole di documenti sul periodo in oggetto presso un privato, che in quel tempo raccolse volantini, documenti, ritagli di giornali, ecc., ma a me, come ad altri, non è stato possibile consultare. Ancora più preziose quindi la documentazione trasmessa dai prefetti pro-tempore al Ministero dell’Interno e conservata presso l’ACS, e le testimonianze postume, scritte e orali, raccolte per questo saggio.

[xiv] Cittadina in prossimità di Avellino, sede del convento che ospita Pio Falcolini.

[xv] In realtà è una pia menzogna del prefetto: la sola discriminante in San Ciro è quella antifascista.

[xvi] «Questionario:

Caro collega,

il questionario che ti presentiamo vuole dare l’avvio ad un discorso sul tema della partecipazione studentesca ai problemi della scuola.

  • Secondo te il tipo di insegnamento che viene svolto nella scuola fa sorgere un effettivo contesto di libertà critica da parte degli studenti? O è un mezzo di addottrinamento e di astrazione dalla realtà?
  • Ritieni che i criteri di valutazione scolastica siano validi strumenti di indicazione a cui lo studente possa riferirsi per lo sviluppo della propria personalità, oppure siano mezzi repressivi, espressione di una certa struttura autoritaria e livellatrice? Per quali motivi?
  • Se un certo tipo di ordinamento scolastico non può che far nascere certe forme di cultura e quindi certe forme di insegnamento, pensi che sia giustificata e fondata l’azione contestativa degli studenti?
  • Ritieni che la contestazione sia valida di per sé come fermento e testimonianza o soltanto se riesce a trovare uno sbocco pratico?
  • Ritieni che questo sbocco pratico si possa ottenere solo attraverso i partiti politici?
  • Secondo te, si può avere una coscienza politica indipendentemente da una scelta partitica?
  • In definitiva, ti senti maturo per una scuola organizzata democraticamente intesa, cioè come una comunità, il cui mantenimento e sviluppo investe la responsabilità egualmente degli studenti e dei professori?
  • Se non ritieni valida la contestazione, quali contenuti proporresti?» ivi.

[xvii] In uno dei pannelli si legge: Il Cristianesimo non è la religione dei tranquilli; dove c’è ingiustizia, il cristiano deve agire.

[xviii] Prezioso accostamento: Avola è una cittadina siciliana a pochi chilometri da Siracusa, dove, il 2 dicembre 1968, la polizia ha caricato e sparato su braccianti disarmati in lotta che chiedono 300 lire di aumento salariale al giorno (vi sono ancora le gabbie salariali nelle varie province del Paese e sin anche nella stessa provincia), ferendone 48 e uccidendone due (per approfondimenti cfr. S. Burgaretta, I fatti di Avola, Libreria editrice Urso, 1981). Il tragico episodio è una delle più vistose espressioni della crisi sociale e politica del centrosinistra fra il 1968 e ‘69, dopo il boom economico dei precedenti anni ’60: il mondo del lavoro contadino e operaio penalizzato nei diritti e nella dignità.

Avola si muta anche in tragica occasione per promuovere in Parlamento la riforma di Polizia (disarmo nei conflitti di lavoro) e, soprattutto, lo Statuto dei lavoratori, approntato da Gino Giugni, come legge dello Stato (ministro per il lavoro è il socialista Giacomo Brodolini, che morirà di tumore prima che lo Statuto sia convertito nella legge n. 300/1970).

[xix] Di quel tempo, Domenico Gallo scrive 50 anni dopo: «Non si trattava di una manifestazione di integralismo religioso, di una contestazione dei costumi corrotti in nome della purezza della fede, No, quella manifestazione, così ingenua, metteva il dito su una piaga del nostro tempo, che nel frattempo è cresciuta a dismisura, la cultura del consumismo. Quella sub-cultura che trasforma il consumo da mezzo (strumento per la realizzazione dei bisogni della persona) in fine. Che trasforma il consumo in un idolo, in un mito da perseguire a prezzo della dignità e della libertà morale, destituendo di senso l’avventura umana. Che in campo politico, da cittadini ci ha trasformati in consumatori di consenso politico, che oggi viene acquistato, in confezioni preconfezionate, al supermarket dei media. […] Il significato di quell’esperienza, come delle altre vissute in quel contesto, non va ascritto al dominio della politica, ma a quello dell’educazione». Cfr. Il 68 degli irpini…, cit., pp. 121-122.

[xx] Cfr. J. Arias, Mia triste Italia, “El Pais”, 15 giugno 2009.

[xxi] Per il transunto del Prefetto su questi due ultimi interventi, cfr. ACS, Ministero. Interno, Gabinetto, Quadriennio 1967-1970, fasc.lo 11001, “Avellino e provincia – Ordine pubblico”.

[xxii] Ivi, nota prefettizia del 12 aprile 1969. Il documento è firmato da 35 componenti il gruppo più assiduo di San Ciro, non tutti cattolici, ma tutti in futuro militanti impegnati nel sociale, in partiti, in gruppi della nuova sinistra, nei sindacati, in magistratura, nell’università, in movimenti femminili: Ettore De Socio, Adriana Bruno, Antonietta Salerno (la più anziana e la madrina del gruppo, l’unica, fra l’altro, che ha un lavoro stabile come insegnante), Lidia Lombardi, Ernestina Barile, Renata Morrison, Filomena Giannitti, padre Teodoro Minichiello, Luca Melchionne, Sabato Botta, Lucia Gallo, Giustino Ausania, Domenico Gallo, Franco Ausania, Carlo Tedeschi, Luciana Lepore, John Morrison, padre Pio Falcolini, Alfonso Iandolo, Rachele Stiso, Saverio Festa, Amleto Tino, padre Luciano Tosti, Franca Troisi, Salvatore Capolupo, Licia Festa, Franco de Socio, Tonino Ausania, Carmencita Serino, Enrica Rocco, Pino De Fabrizio, Angelo Giordano, Brunello Capriolo, Mariarosaria Iandolo, Pasqualina Ciarcia.

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