Per una rinnovata stagione dell’urbanistica.

di ANTONIO GENGARO.

Per ricostruire la storia recente dell’urbanistica avellinese si potrebbe cominciare dal piano affidato a Cesare Valle in pieno periodo fascista (1933), mai approvato e riscoperto in anni recenti da Nuccio Di Pietro. Il mistero sulla scomparsa dello strumento urbanistico , di stampo razionalista, ha molto intrigato Antonio Di Nunno nell’ultimo periodo della sua vita e ne avrebbe sicuramente tratto, se ne avesse avuto ancora il tempo, una storia affascinante.

Per molto tempo si è andato avanti con il piano di ricostruzione post bellico fino al 1971, anno di approvazione del primo piano firmato da Marcello Petrignani, con Nacchettino Aurigemma sindaco. Con il secondo Petrignani, approvato nel 1991, Lorenzo Venezia e Angelo Romano sindaci, nell’epoca dell’Avellino da bere di Nicola Mancino, si pensò al capoluogo dei 75.000 abitanti, con opere pubbliche faraoniche e sovradimensionate, dal Mercatone alla Bonatti. I fondi del post terremoto non mancavano. Maggiori oneri per espropri e occupazioni e i costi per le opere di urbanizzazione per lottizzazioni e nuclei agricoli organizzati nelle contrade, a distanza di anni, hanno portato sull’orlo del dissesto finanziario il capoluogo. L’ente ha onorato i debiti, a partire dalla seconda metà degli anni novanta, attraverso i mutui e l’utilizzo di leggi speciali, stringendo la cinghia, cercando di non gravare oltremodo sulle tasche dei cittadini. Soltanto nella sindacatura di Antonio D Nunno sono stati onorati debiti per più di 130 miliardi delle vecchie lire.

percorso della circolare

 

Mentre il primo piano Petrignani conteneva delle intuizioni utili per la comunità come, per esempio, le aree 167 per insediamenti di cooperative a Valle o sulla collina dei Cappuccini, il secondo eccedeva in grandezza, come la variante Nord, una viabilità tutta su cavalcavia parallela a via Annarumma o il fondo valle Fenestrelle immaginato sull’alveo di un fiume. Il consiglio comunale dell’epoca, approvando quasi tutte le osservazioni dei privati, contribuì a stravolgere in senso speculativo il lavoro del professore dell’Università di Salerno.

Con  il piano di Vittorio Gregotti e Augusto Cagnardi, a partire dalla rivoluzionaria variante di salvaguardia degli ambiti collinari e fluviali, con lo stop al cemento, la parola d’ordine fu “ridimensioniamoci”. Si pensò a una crescita da 55.000, quanti erano più o meno i residenti dell’epoca, a 63.000 abitanti. Per la prima volta lo strumento cardine per costruire il futuro della città conteneva il principio della perequazione. Chi voleva trasformare ambiti urbani avrebbe dovuto, innanzitutto, costruire in zone di concentrazione dei diritti edificatori stabilite dagli urbanisti e cedere aree ad uso collettivo, per parchi ,giardini, viabilità, parcheggi. Lo ius aedificandi veniva così scisso dal diritto di proprietà. Fiorentino Sullo docet.

Tale rivoluzione, nel 2003, scatenò l’opposizione di molti proprietari di suoli, tecnici e imprenditori, nonché una forte resistenza anche tra le forze politiche della maggioranza dell’epoca, realizzatasi sull’asse Margherita-Democratici di sinistra, costringendo Di Nunno alle dimissioni da sindaco. Poco dopo, nel dicembre del 2004 sarebbe stata approvata la nuova normativa regionale sull’urbanistica che sanciva l’obbligatorietà dell’applicazione del principio perequativo nei piani urbanistici comunali. Il tanto contrastato piano di Avellino rispettava già la norma, giusto il tempo per l’ente di rinunciare ai contenziosi, evitando il ricorso al Consiglio di Stato, che quasi tutti gli effetti della variante furono vanificati: di nuovo colate di cemento e lottizzazioni nel Q9, Collina dei Liguorini, in contrada Chiaire , sulla variante Sud.

Il piano Di Nunno-Gregotti-Cagnardi veniva approvato nel 2008 con decreto del presidente della Provincia. Non tutti i tentativi di manomissione nell’era del sindaco Giuseppe Galasso e di Nicola Mancino, tornato in consiglio comunale nel 2004 giusto in  tempo per occuparsi nuovamente della vicenda urbanistica, andarono in porto. La realizzazione della Gregotti & Associati, uno degli studi di pianificazione più importanti del mondo, conservò una sua suggestione e dignità ed in fase di osservazioni anche per la presenza di Libera Città all’opposizione e quella in giunta di Mimmo Bellizzi, tra i più entusiasti estimatori dell’opera degli architetti milanesi, si riuscì a contenere la bramosia clientelare degli ex DC e PCI.

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Per la verità questo piano, a parte quelli che lo hanno pensato, ormai lontani dalla politica attiva, non è mai stato amato, né correttamente attuato da chi ha governato negli ultimi dieci anni. Intanto la città non è demograficamente cresciuta, di poco si supera la soglia dei 54.000 abitanti. Nel capoluogo, con scelte discutibili, oggetto di contenzioso in varie sedi, si è consentito di intervenire nelle zone B consolidate e nelle C, su suoli residuali del centro città, dove sono spuntate come funghi case nei giardini, che hanno saturato le previsioni per  quasi il 20% del Puc, alterando il mercato immobiliare e compromettendo ulteriormente la qualità dell’edificato. Con il compianto Franco D’Onofrio si riuscì attraverso una norma interpretativa ad hoc ad eliminare tale grave anomalia. Il Comune per gestire lo strumento urbanistico  vigente, con il sistema perequativo, avrebbe dovuto dotarsi di un ufficio di piano, interdisciplinare, con le migliori competenze interne dell’urbanistica, dei lavori pubblici, del patrimonio, dell’ambiente e della mobilità, aprendosi al contributo dei portatori di interesse e di collaboratori esterni.

Se veramente si ragionasse nell’ottica della “Città green” l’organizzazione degli uffici rappresenterebbe la precondizione per poter affrontare i problemi del territorio. Sarebbe necessario ridefinire i confini dell’Area vasta, limitandosi alle realtà del corridoio dei fiumi Fenestrelle e Sabato, immaginando un unico piano regolatore dei comuni contermini. Si pensi ad Avellino, Mercogliano, Monteforte , Atripalda che costituiscono ormai un’unica connurbazione senza soluzione di continuità, con funzioni in comune e fungibili.

E’ amaro constatare oggi che tutte le intuizioni di interesse pubblico del piano, fatta eccezione del tunnel  e della viabilità di via Zigarelli-piazza Perugini, nonché l’isola pedonale del Corso, siano ferme al palo. Bisogna avere il coraggio di progettare, con mano pubblica, i tre grandi parchi che caratterizzano e migliorano la città. La realizzazione del parco dell’Autostazione, la fatidica NI01, il  parco agricolo del Fenestrelle, quello del Q9 attorno al centro direzionale dell’ex Banca popolare dell’Irpinia, basterebbero a riequilibrare tutti gli standard negativi in quanto a disponibilità di verde pubblico per abitanti. Sarebbe opportuno pensare, in conseguenza al calo demografico e alla carenza di mercato, evitando di costruire inutili case che rimarranno vuote, di ridurre le quote edificatorie a partire dalle torri nella NI01, lasciando i comparti invariati per tutelare la qualità urbanistica e architettonica. Alla luce di quanto sostenuto, appaiono insostenibili le previsioni delle torri lungo l’autostrada e delle strade parco, anche per questioni di sicurezza idrogeologica sopravvenute. In tali aree bisogna tornare a destinazioni legate al l’agricoltura.

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Tema cruciale e sicuramente da approfondire è quello della messa in sicurezza degli edifici realizzati prima del sisma. Per quelli di proprietà pubblica e dell’Iacp va riproposto il sistema del contratto di quartiere e della sostituzione edilizia. Tale modello  sta funzionando per la sostituzione e riparazione dei prefabbricati pesanti. I quartieri vanno resi sempre più vivibili, abbattendo i vecchi manufatti e riqualificando con giardini pubblici, impianti sportivi, le aree che di volta in volta si liberano. In alcune parti della città, come nella zona di via Roma nei pressi della chiesa di San Ciro si può intervenire, con premi di cubatura, sotto la regia del comune e con l’auspicabile partecipazione di imprenditori illuminati, facendosi carico delle esigenze dei residenti, dall’assistenza all’alloggio temporaneo.

Sarà in grado il sindaco Gianluca, con la sua maggioranza, con il controllo dell’opposizione, tra le sue contraddizioni, dall’ accademica Buondonno al costruttore D’Agostino, di passare dagli slogan ai fatti?

L’associazione “Controvento”, nell’interesse della comunità, se lo augura. Per poter essere veramente green si dovrebbe avere il coraggio di calpestare vecchi sentieri. Una rinnovata stagione dell’urbanistica, che abbia come obiettivo la città sostenibile, non può non passare attraverso una definitiva variante di salvaguardia degli ambiti collinari e fluviali. Soltanto così si può evitare il consumo del suolo , incentivare politiche di riqualificazione , fermare la cementificazione di larghe aree della città. Alle future generazioni vanno tramandati fiumi puliti, verdi coline, terreni agricoli e boschivi. A volte le ricette del passato sono quelle più  efficaci.

 

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