2. Emilia, la custode della nostra infanzia.

DI GAETANO PERUGINI.

Emilia era analfabeta, sapeva solo vergare la propria firma, in svolazzanti caratteri pieni e rotondeggianti come lo era lei: Iannaccone Emilia, scriveva e poi ti guardava con  una punta di orgoglio, a dimostrare che in fondo un po’ di taliano lo conosceva.

Emilia aveva molteplici funzioni a casa Perugini. Svolgeva perfino, con pessimi risultati, attività di segreteria per nostro padre.

Quando telefonava una cliente di papà per chiedere un appuntamento o per parlare con lui, molto spesso era lei a rispondere al telefono, perché in quel momento non c’era nessun altro in casa che potesse farlo.

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Naturalmente, non sapendo scrivere, doveva poi riferire oralmente a nostro padre i dati della cliente e che cosa avesse chiesto: quasi sempre Emilia si confondeva o storpiava il nome della cliente rendendolo incomprensibile. Mio padre si infuriava e le diceva, scandendo le parole e fendendo l’aria con pollice e indice a stretto contatto, a sottolineare la gravità del peccato di Emilia, che avrebbe dovuto farsi dire bene il nome, tenerlo a mente e riferire poi accuratamente che cosa aveva detto.

Emilia, timidamente, nelle rare pause dell’arringa di mio padre, diceva: “Dotto’, io ho detto…” ma veniva immediatamente sommersa da un nuovo fiume di improperi alternati a rassegnate alzate di sopracciglia con associato singulto gutturale denotanti la sofferenza di dover sopportare cotanta inefficienza.

Altre volte Emilia giustificava l’assenza di papà informando la cliente che “’o dottore è ghiuto a piglià ‘no pàrtoro” e invitando quindi la signora a ritelefonare.

Emilia era anche molto dura d’orecchio, tanto che zia Elisa Frasca, che abitava nel nostro stesso palazzo e quindi la conosceva bene, la chiamava Emiliuccio il sordo. Nessuno ha mai chiarito il perché di quello scambio di genere.

Curiosamente, questo scambio di generi era anche tipico di alcune espressioni di Emilia. Ricordo perfettamente che Emilia diceva “l’acqua è freddo” quando voleva caricare di una nota di professionalità una semplice osservazione sulla temperatura del liquido.

Nel lessico di Emilia c’erano espressioni di dialetto avellinese ormai quasi cadute in disuso: ad esempio,  ‘a maghina r’a Valle non ritardava, bensì trigava. Nei momenti di ira, Emilia tratteneva la bestemmia modificandola in un “mannaggia ‘a Marostica”.

Emilia andava e veniva da Ponticelli, poche casupole vicino Valle, con quello che non era un autobus della linea Avellino-Valle ma ‘a maghina r’a Valle.

Ponticelli era immerso nella campagna ed Emilia faceva il tratto dalla fermata a Valle fino a casa sua a piedi, attraverso viottoli bui e solitari.

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Alla fermata di Valle, Emilia spesso incontrava o’ Manisciallo ‘ra Lavanderia, per il quale essa nutriva una profonda deferenza dovuta al grado militare non da poco di cui egli si fregiava. Doveva trattarsi, probabilmente, di un ex militare della Cavalleria, che Emilia ribattezzava nella sua lingua e che così è rimasto nei decenni nella nostra memoria.

Emilia raccontava spesso di un orribile incontro fatto in anni lontani: mentre percorreva un viottolo, un enorme serpente le attraversò lentamente la strada, non strisciando per terra ma ergendosi in un piano verticale come un drago. Il serpente, spiegava Emilia, doveva essere vecchissimo, perché aveva dei lunghi mustacchi penduli, incanutiti per via dell’età avanzata.

Emilia rimase impietrita dallo spavento, ma il serpente non la degnò di uno sguardo e continuò ad attraversare il viottolo fino a scomparire fra gli arbusti.

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