Esiste un borghese ad Avellino?

Di UGO SANTINELLI.

INTERVENTO NEL DIBATTITO SULLA BORGHESIA SUL QUOTIDIANO DEL SUD.

febbraio 2020.

Se dovessi immaginare e disegnare un borghese, lo descriverei come visto da lontano. Con un corpo immerso, solo intuibile, nascosto nel fitto avvilupparsi delle mura di una città. Al culmine dei tetti e dei comignoli, intravvederei le narici, e gli occhi, e le orecchie. Un borghese vive nella città, vive della città, ma ha la continua e vitale necessità e capacità di esserne extra-neo. Un borghese capta gli odori ed i venti che vengono da lontano, i suoni e le parole; tutto guarda dell’orizzonte, oltre le mura di confine. E tutto rielabora e riconduce all’interno delle mura cittadine. Il suo è un continuo vivere il presente di una città e tradirla per un futuro da immaginare, nel tentativo di ricostruirla più solida. Il borghese è un ponte vivente tra il luogo dove poggia i piedi e i territori che li circondano.

Ma questo schizzo comporta due interrogativi, per ancorarlo al qui e al quando di Avellino: se esista il borghese di Avellino, o se sia mai esistito; se esista la città di Avellino. Ed evitare una conseguenza del mancato utilizzo di uno schema interpretativo generale, ovvero il raccontarci qualcosa di suadente su un passato recente luminescente, su una sorta di città calviniana chiamata Avellino, vissuta dai nostri padri e dai nostri nonni, ed oralmente tramandata.

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Con il gusto della ricerca per il discrimine, posso affermare che un’unica epoca  Avellino ha vissuto in quanto città, e vi ha visto vivere una pur piccola borghesia. Epoca molto distante da noi. Quel secolo scarso del seicento in cui i principi Caracciolo seppero dare alla città il ruolo di ponte, di nodo all’interno del sistema geopolitico del vicereame. Aiutati, di certo, i principi dall’essere ai vertici della burocrazia e quindi annodando tra loro le funzioni politiche e l’impulso all’intrapresa, altro connotato indispensabile dell’essere borghesi. Tanto da superare crisi tremende, come la rivolta di Masaniello i terremoti poi la peste, ed uscirne più forti. Avellino ed i Caracciolo.

Quando nei secoli successivi venne meno il sistema geo-politico del vicereame, lo sguardo e l’azione non ne interpretarono per tempo le conseguenze. I Caracciolo decaddero, Avellino sopravvisse ma non visse. Destino comune nella storia di tante altre città del Mezzogiorno, ma con sforzi di difesa ed esiti diversi, ed opportunità territoriali distinte, ad esempio l’essere su una costa marina o in una valle interna; tanto da fornire materia per numerosi studi storici, economici e sociali, per la delizia di generazioni di studiosi.

Avellino è una città sopravvissuta perché la funzione di capoluogo di provincia ha solo camuffato il suo declino in quanto città; capoluogo secondo lo schema franco-napoleonico della ville de passe, ovvero di incrocio in una trama di percorsi, di strade, oggi si scriverebbe di nodo in una rete. Con la consapevolezza, in quello schema, che la vita di una città è tributaria della vita di altre città, di luoghi e territori anche lontani dallo sguardo. E Avellino si acciambellò come un cane, fino a diventare capoluogo autoreferenziale in uno stato italiano, burocraticamente accentrato. Quando l’armatura ministeriale ha poi cominciato a cedere procedure, deleghe e poteri, nel contrasto tra le reminiscenze sabaudo-fasciste e l’applicazione dei principi costituzionali, l’autoreferenzialità prefettizia si è debilitata qui ed altrove.  E le città sono apparse come corpi più o meno malati, in grado di rispondere nel tempo in modo diverso; anche con guarigioni a scapito di altre città.

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Avesse almeno conservato la città di Avellino, e la sua presunta borghesia politico – economica, la consapevolezza di essere tramite, snodo tra territori ed agito di conseguenza. Al contrario la supponenza sostanziale dell’essere capoluogo ha generato la mostruosità della città autosufficiente. L’uso del termine borghesia nella realtà di Avellino  connota oggi solo una congerie di ceti; del ceto proprietario dei suoli, di quelli che esercitano professioni liberali o commerci, di quel ceto politico che, in sintesi, è mediatore e distributore delle risorse provenienti dai fondi pubblici, nazionali od europei. Dall’espansione dei consumi negli anni sessanta alla triste coda del dopo terremoto. E le biografie dei singoli possono essere un poco dell’uno ed un poco dell’altro, ma è generale la mancanza del gusto dell’intrapresa. In una linea di continuità che comincia con Michele Capozzi e Aster Vetroni,  e prosegue con Nicola Mancino e Ciriaco De Mita. Oppure, dalla penna di Verga, con mastro don Gesualdo ed approda ai costruttori avellinesi ed ai disastri urbanistici. La città mangia se stessa, anzi Pino Daniele suggerirebbe chisti si magnano ‘a città, e chi ha uno scampolo di potere politico non può mettere in crisi la favola dell’autosufficienza, se non a prezzo del proprio ruolo.

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Se dovessi indicare un momento in cui, da testimone diretto, ho percepito la mancanza di una borghesia avellinese ed ho messo in dubbio l’esistenza di una città chiamata Avellino, ripercorrerei il dibattito sulla bozza di Piano Territoriale Regionale, nell’auditorium dell’allora Banca Popolare dell’Irpinia, quando la città fu di fatto enucleata, desertificata, resa estranea alle scelte strategiche generali, nel silenzio complice di quei ceti che presumevano essere borghesi. Era l’inizio del secondo millennio. Dopo è ripreso l’esodo: dei figli di quelle famiglie che avevano guadagnato con il terremoto e poi di quelle che erano sopravvissute al terremoto, sempre di più. Dopo pezzi di territorio hanno gareggiato nel pensare che la propria salvezza dipendesse dall’allontanarsi da Avellino. Con la piattaforma logistica della ferrovia Napoli – Bari, con Salerno ed il suo porto, o con il buco in valle Caudina.

A guidare le mie parole è ora, più che il ricorso ai numi tutelari di Carl Marx, Max Weber o   Werner  Sombart, lo sguardo lucido e borghese di Tom Buddenbrook che assiste al declino proprio e di Lubeck.

 

 

LE FOTO SONO DI UGO SANTINELLI

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