Le generazioni perdute.

di GENNARO BELLIZZI.

INTERVENTO NEL DIBATTITO SULLA BORGHESIA SUL QUOTIDIANO DEL SUD

febbraio 2020.

Nell’osservare l’adattamento quasi irritante del popolo avellinese al progressivo decadere della propria Città, mi veniva in mente un vecchio brano di Edoardo Bennato, il cantautore della mia adolescenza; nel testo egli, ironicamente invitava a “tirare a campare”, tanto “niente cambierà!”.

Spiegare questo percorso decadente, che appare inarrestabile per Avellino, è impresa difficile e non certo contenibile nella riflessione che mi permetto di svolgere. Certo, alcuni elementi, fanno parte dell’evoluzione del nostro tempo; anche al Nord, per esempio, aumenta sempre più il numero degli abitanti dei piccoli centri, i quali, per ragioni di lavoro o di studio, si portano verso le città sedi di grandi Aziende o di Atenei. La differenza ovviamente risiede nella presenza, in Italia del Nord, generalmente, di tali strutture, a breve distanza da casa (si pensi in Lombardia a centri universitari come Pavia, Milano, Varese, per fare solo qualche esempio), con la conseguente opportunità, almeno nei fine settimana, di rientrare e animare le proprie comunità di origine. Cosa diversa per i nostri giovani, che, dovendosi comunque spostare in luoghi di difficile raggiungibilità, alla fine preferiscono fare il salto più lungo verso mete lontane, preludio, quasi inevitabile, all’addio definitivo verso sedi lavorative al Nord, se non proprio all’estero.

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È la realtà che osservo, negli incontri coi miei amici e compagni di scuola, i quali nel 70-80 per cento dei casi hanno i propri ragazzi ben lontani da Avellino. Abbiamo perso almeno due generazioni, e quei pochi giovani ancora rimasti (molti di essi, che conosco attraverso i miei figli, sono sicuramente di elevata qualità culturale), debbono sperimentare l’impossibilità di trovare un lavoro dignitoso, per mancanza dello stesso, o per il persistere di pratiche dure ad essere smantellate, finendo per cercare nella politica, più che un’occasione di servizio, una sponda per acquisire visibilità. Certamente una comunità privata dei giovani, manca di slancio, entusiasmo, anche di un pizzico di sana follia, che spesso sottende l’innovazione dei modi di agire di quel contesto. E la stessa politica finisce per risentirne, faticando non poco ad uscire da schematismi antichi; schematismi sempre meno validi, sia perché superati dai tempi, sia perché passati dalle mani di una classe dirigente, sì responsabile di grandi guasti, ma sicuramente di elevata qualità intellettuale, a quella attuale, modestissima, con scarsa cultura, incapace di un rinnovamento delle prassi,  preoccupata di gestire a proprio favore, con metodi discutibili, questioni di grande rilevanza, bisognose piuttosto di riflessioni e provvedimenti di “alto” profilo. E qui subentra proprio la grande responsabilità della “vecchia generazione” politica, incapace a suo tempo di costruirsi un’eredità credibile in termini di uomini nuovi e che nell’ora dell’inevitabile tramonto, ha lasciato un vuoto che viene oggi riempito da personaggi di seconda e terza “fila”, scaltri nella pratica, ma poveri di idee e di visione strategica. Un passaggio, quest’ultimo, reso possibile anche da una borghesia che ha ritenuto, soprattutto nel corso degli ultimi venti anni, di tenersi lontana dalla partecipazione diretta alla politica, talora per uno spocchioso evitamento della “contaminazione”, a volte impegnata a ricercare propri interessi entrando direttamente in contatto coi luoghi di potere. Una borghesia diversa da quella che, nel passato, pur identificandosi quasi esclusivamente col mondo democristiano, aveva saputo esprimere le figure migliori tra i sindaci del capoluogo: da Angelo Scalpati a “Nacchettino” Aurigemma a Massimo Preziosi, solo per citarne alcuni.

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Da questo racconto non risulta estraneo neppure il mondo cattolico: anche qui la mutazione genetica ha connotati comuni con quelli di altre realtà nazionali, in cui in ogni caso si è registrato un passo indietro della presenza di questo universo rispetto all’impegno diretto in politica; la caduta del muro di Berlino e la fine del Partito unico dei cattolici, sono stati gli evidenti inneschi di questo processo. Avellino ha assistito alla mancata sostituzione di personaggi carismatici, che pur vicini alla realtà del governo democristiano, per ragioni anche ovvie di ispirazione comune, avevano tuttavia espresso ad alta voce le istanze dei mondi delle periferie e della sofferenza sociale, oltre a costituire autentici ispiratori della politica cittadina: dal Vescovo Pasquale Venezia a parroci battaglieri come Don Giovanni Festa ( e il suo impegno per il Centro Storico), Don Ferdinando Renzulli ( il Parroco ispiratore dell’ affresco “scandaloso” della Chiesa della Ferrovia, a fianco dei poveri con la Caritas)  oltre al mio “maestro” Don Michele Grella e alle sue battaglie per gli ultimi di S. Antonio Abate e  al suo “presepe” della Pace. Il presbiterio avellinese oggi appare caratterizzato da un gruppo di sacerdoti più anziani, provati dagli anni e forsanche delusi, e dai più giovani, orientati a costruirsi culturalmente, ma che appaiono meno pronti (con le dovute eccezioni evidentemente), rispetto ai loro predecessori, nell’ascolto, nella presenza continua e nell’impegno formativo verso il popolo loro affidato. Lo stesso laicato impegnato è certamente meno attivo (anche qui con eccezioni da non sottacere, come nel caso della Caritas), rispetto ai decenni passati, soprattutto sul piano sociale, quasi che la scomparsa del partito unico dei cattolici lo avesse indotto a ritrarsi. L’ Azione Cattolica, già fucina di grandi pensatori e dirigenti politici del nostro Paese, segna il passo, mentre le stesse nuove aggregazioni laicali, nate durante l’entusiasmante stagione del post Concilio, si sono rinchiuse nella autoreferenzialità, dando l’idea di una “grande occasione perduta”.  In questo terreno complesso, l’attuale Vescovo Aiello tenta di svolgere un’azione pastorale molto impegnata, i cui possibili frutti, però, potranno, forse, essere evidenti solo negli anni a venire.

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Con queste premesse , ecco dunque una città spenta, che , appunto “tira a campare”, nell’attesa forse di un miracolo, o di una morte annunciata; ecco  un’Avellino che, al massimo  si limita, per qualche giorno, a discutere del mercato “che fu” o del capolinea degli autobus che si sposta, tralasciando, o peggio, ignorando grandi temi quali la prossima emarginazione dalla costruenda nuova rete del traffico ferroviario, o il commercio in fase di avanzata smobilitazione, ovvero le questioni urbanistiche, che ( per dirla con Antonio Bassolino) vengono ormai lasciate in balìa della speculazione privata.

La speranza di una sfida “alta” per  questa Città, nata dalla sollecitazione partita, nella scorsa primavera, alla vigilia delle elezioni amministrative, dall’Associazione “Controvento” ( borghesia, mondo cattolico e forze politiche di centrosinistra insieme, per una riedizione più adeguata ai tempi, dell’operazione “Di Nunno 1995”), è stata vanificata da chi aveva già messo in moto le proprie “carrozze” e non ha voluto fermarsi per provare a perseguire un progetto più “audace” della propria stretta ambizione personale. Resta però questa, a mio avviso, la strada maestra per affrancare finalmente questa mia povera Città dalla stagione che al momento si presenta come quella del “panem et circenses” piuttosto che quella di una ricostruzione etica e politica insieme.

Pochi giorni orsono ci ha lasciato una figura di grande spessore umano e culturale, umile e forse per questo ancora più rimpianta: Antonio Petrozziello, il “Libraio”. Fra i tanti commenti alla sua prematura dipartita, mi ha colpito molto quello che ha definito “Tonino”, dolorosamente, il rappresentante dell’“Avellino sconfitta”. Ecco, se un auspicio posso esprimere, anche in onore di questo meraviglioso personaggio dell’”Avellino migliore” è che, anche nel suo ricordo, si possa ripristinare un cammino virtuoso all’interno della coscienza civile avellinese che possa aiutare la sua, la nostra Città, a procedere verso un riscatto, che attualmente appare malinconicamente lontano!

 

LE FOTO SONO DI UGO SANTINELLI

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