I borghesi, Robinson e Petrignani.

di GENEROSO PICONE.

Ci dev’essere un motivo per cui la domanda sull’esistenza, sulla capacità, sul ruolo e sulla funzione che la borghesia avrebbe avuto nella storia – passata e recente – di Avellino e dell’Irpinia spunta ormai ciclicamente dal sottosuolo di un presente sempre più sbandato, come trasportata dalle acque di un inarrestabile fiume carsico in cerca di luce. Ci dev’essere una ragione che muove le energie intellettuali a interrogarsi sul senso e sul significato, sui fatti e sui misfatti, sulle colpe e sulle amnesie, sui titoli e sulle bestemmie che questa classe – questo ceto? questa élite? questa consorteria? questa casta? questa lobby? – avrebbe meritato nel corso del tempo. Ci dev’essere un’urgenza a dibatterne, a riflettere a sforzarsi di trovare un punto di sintesi e di consapevolezza, un’ansia mai pacata che finisce per esprimere in sé il valore e l’entità dell’inquietudine che pone. Perché farlo, in fondo, se poi in premessa si afferma che ci si sta occupando di qualcosa che non c’è e non c’è mai stato, almeno nelle forme consegnate dalle lezioni dei classici Karl Marx, Max Weber, Werner Sombart o Thomas Mann? Per inseguire un anelito nostalgico? Per praticare una sorta di esercizio di negromanzia sociale e politica? Per adattare allo scenario della crisi civile che qui si vive categorie interpretative e moduli solutivi altrove sperimentati e diventati topoi retorici buoni per ogni circostanza, ma non sempre e non ovunque e non da queste parti?

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La sensazione è che così si provi a definire i contorni di un vuoto, che non necessariamente è quello lasciato dall’evanescenza della borghesia, ma che al contrario individua lo spazio di un’assenza ancora più pesante: cioè, di una forza motrice, responsabile e coraggiosa, che almeno negli ultimi lunghi decenni abbia voluto e saputo farsi carico del governo di Avellino e dell’Irpinia. Governo – si badi – non nelle dimensioni esclusivamente politica e amministrativa, ma anche e soprattutto civile, culturale, economica. Un nucleo dirigente collettivo che abbia maturato una coscienza del luogo e prodotto un progetto per il suo avvenire. Un soggetto, ampio o ristretto che si voglia, in grado di guidare i processi e assicurare il meglio possibile alla comunità. Un’entità che non c’è stata e quando qualcuno si è sentito autorizzato a rivestirne gli abiti ha conseguito risultati assai discutibili se non decisamente fallimentari con conseguenze che si pagano oggi e si sconteranno domani. Perché è accaduto tutto ciò?

Sarebbe utile cercare una risposta ponendo una ulteriore domanda, quella che Henrik Hibsen fa vibrare guardando il borghese in faccia. Lui è l’unico scrittore a mostrare tale coraggio nel chiedere il conto: allora, che cosa hai portato al mondo? Allora, che cosa hai portato ad Avellino e all’Irpinia, alla tua terra, al luogo da cui hai tratto ricchezze e opportunità, che hai abitato, dominato, sfruttato, trasformato, saccheggiato, venduto? Quanto hai dato in cambio? Quale è stato il risarcimento prodotto?

Qualche giorno fa è scomparso Marcello Petrignani. Architetto di rilevanza nazionale, attivo tra Bari e Roma, docente universitario, ha intrecciato il suo percorso di vita e di professione con Avellino e l’Irpinia tanto da scegliere rimanervi fino alla fine dei suoi giorni: dal dopoterremoto del 1962 ad Ariano Irpino ai restauri e alle ristrutturazioni di chiese e alla progettazione di edifici e opere pubbliche per andare alla realizzazione di due piani regolatori generali e al disegno dei nuovi quartieri di Valle, Rione Mazzini e Santa Maria delle Grazie ad Avellino, l’attività di Petrignani definisce e marca una stagione che va anche oltre il quarto di secolo – tra il 1962 e il 1987 – lungo cui si sviluppa. Nella sua vicenda si possono cogliere almeno due momenti che hanno visto manifestarsi l’interesse della cosiddetta borghesia locale, l’epifania del suo profilo, dunque risposte che si candidano a soddisfare i quesiti che si rincorrono.

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Il primo è rintracciabile nel 1969. E’ l’anno dell’adozione del primo piano Petrignani che segna l’inizio di una nuova fase della politica urbanistica ed edilizia da Avellino, dopo il giallo del piano firmato da Cesare Valle: ordinato dal Comune nel 1933, scomparso perché nascosto, volutamente occultato per essere poi ritrovato nei cassetti di Palazzo di Città. Intanto è vigente il piano di ricostruzione del 1949 che con un regolamento edilizio addirittura risalente al 1877 asseconda – uso le parole di Federico Biondi – “alcune delle spinte speculative, già pronte, a quel tempo, ad indicarci le direttrici future dell’espansione urbana”.  Funziona, cioè, per le fortune della rendita fondiaria e trova nelle concitate ore del 30 e del 31 agosto 1968 il suo pesantissimo sugello. Si tratta del termine ultimo previsto dalla legge 765, la legge ponte del 6 agosto 1967, per rilasciare licenze da parte dei Comuni sprovvisti di piano regolatore. Avellino l’avrebbe, ma non si trova, si dice distrutto dai bombardamenti, e in una miserabile giornata d’estate il sindaco di allora, Angelo Scalpati, firma un’ottantina di licenze in una cerimonia che platealmente si svolge nel Caffè Lanzara, di fronte a Palazzo De Peruta sede del Municipio, con gli impiegati che salgono e scendono dagli uffici per portare le documentazioni.

Le licenze vanno a ricadere in gran parte sulle aree che Petrignani ha previsto nel suo piano per destinarle a strade, servizi e verde pubblico: lo strumento urbanistico è però da mesi all’ordine del giorno del consiglio comunale senza arrivare all’adozione, accumulando un ritardo assolutamente colpevole e funzionale agli interessi furbi di proprietari e imprenditori. Della borghesia avellinese di quegli anni. Nessuna di quelle licenze si sarebbe potuta rilasciare perché in contrasto con le indicazioni di Petrignani. Allora, esattamente tra il 30 e il 31 agosto 1968 nasceva l’Avellino di oggi. Ogni pensiero sulla città nuova, moderna e civile viene essere tombato come i fiumi, devastato come le colline. Avellino è ridotta al saccheggio quotidiano a bassa intensità, neanche al grande sacco de “Le mani sulla città” alla Francesco Rosi. Non se ne è capaci, manca la grana, questo passa il convento dei mediocri.

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L’amministrazione di Antonio Aurigemma, tra il 1970 e il 1975, prova a riconsiderare un equilibrio, a rimettere in piedi un minimo di dibattito sulla forma da dare all’Avellino aquilone stretta e lunga e planata su se stessa, come nell’immagine fissata da Aurigemma e consegnata in eredità ad Antonio Di Nunno vent’anni dopo. Se Scalpati è un sindaco borghese, la cifra distintiva della città smostrata è quella della borghesia degli affari, delle proprietà, del cemento, della filiera che allora viene ad articolarsi, degli ingegneri, degli architetti, dei geometri, degli studi professionali e delle imprese che vanno a insediarsi nella sequenza della classe dominante. Subalterna, succube, assistita, parassitaria, vincolata al Potere – alla Politica – in un nesso di simmetria che neanche l’Etienne de la Boétie del “Discorso della servitù volontaria” avrebbe immaginato. Alle amministrazioni che succedono a quella di Aurigemma, presiedute da Massimo Preziosi e Giovanni Pionati dal 1975 al 1981, non resta che gestire gli esiti del pastrocchio. Antonio Aurigemma non a caso si farà da parte, preferendo il giornalismo e “Il Mattino”.

Nel 1985, Marcello Petrignani firma il suo secondo piano regolatore generale. In mezzo c’è stato il terremoto del 23 novembre 1980 e un’Avellino da rifare. Biondi e il Pci, sostenitori dei suoi intenti nel 1968, si dichiarano contrari al nuovo incarico perché convinti che dalla distruzione possa e debba rinascere una città capace di proporsi come laboratorio di alta qualità di un’Irpinia e di un Mezzogiorno interno all’altezza con le sfide della ricostruzione. Non succede. Marcello Petrignani lavora sulla scorta di una previsione demografica che oggi appare irridente, della Grande Avellino da centomila abitanti supportata anche da uno specifico rapporto del Censis commissionato dalla Camera di Commercio e allegato al piano. Ne viene la città dei gigantismi e delle mega opere che poi quella classe politica soprattutto democristiana non riuscirà a gestire. Petrignani svolge la sua pratica ma, un po’ come nel 1968, il piano adottato sarà sufficientemente diverso dal piano approvato: si instaura il rito avellinese dell’urbanistica che si svolge nella convulsa e opaca fase delle osservazioni dei privati, elaborate nelle stanze delle segreterie politiche e accolte in consiglio. A beneficio e uso della borghesia degli anni ’80-’90, dell’Avellino che si disse da bere come la Milano craxiana, ma senza le effervescenze e la visionarietà imprenditoriali e culturali. I protagonisti sono sulla scena dagli anni ’70 del partito delle ruspe, mossi soltanto ed esclusivamente dalla propria convenienza, da finanziare con il fluire dei denari della spesa pubblica e la presunzione onnipotente di poter sfruttare l’Occasione delle Occasioni.

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Marcello Petrignani quasi disconoscerà il suo piano. Lo farà dopo, tardi, quando un altro strumento urbanistico – il Gregotti-Cagnardi della giunta Di Nunno – sta per essere squadernato e capovolto dall’esercizio furbo dei piani urbanistici attuativi. Ancora una vota a beneficio di quelli che non si vorrebbe chiamare borghesi, ma che della borghesia si attribuiscono i fregi. Molti dei loro figli, scontenti e irrequieti perché le esigenze non ottengono più soddisfazione al banco della clientela e del comparaggio come era avvenuto per i padri, andranno a infoltire le schiere dei rancorosi neopopulisti con varianti sovraniste. Sovversivismo delle classi dirigenti, diceva Antonio Gramsci.

Ecco che cosa hanno portato ad Avellino.

Se un’immagine della borghesia può essere ricordata a simbolo eterno di una classe, questa si trova ne “La vita e le avventure di Robinson Crusoe”, il libro scritto da Daniel Defoe nel 1719 e pubblicato in Italia nel 1800. Prima dei lavori di Ibsen, Marx, Weber e Sombart, pure delle straordinarie saghe familiari del “Mastro don Gesualdo” di Giovanni Verga e de “I Buddenbrook” di Thomas Mann. Defoe illustra la figura del borghese come meglio non si potrebbe e non si è potuto: l’uomo in cui convivono l’ansia selvaggia del distruttore creativo alla Joseph Schumpeter e la visione lunga intelligente e felice dell’imprenditore all’Adriano Olivetti. A questo sfortunato pezzo di mondo che è l’Irpinia, è toccato accontentarsi soltanto del Robinson Crusoe che si mangia la sua isola.

 

LE FOTO SONO DI UGO SANTINELLI

 

 

 

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