Quale borghesia?

di ANTONIO GENGARO.

INTERVENTO NEL DIBATTITO SULLA BORGHESIA SUL QUOTIDIANO DEL SUD. 

L’articolo di Giorgio Fontana pubblicato su Il Mattino apre una riflessione sul ruolo della borghesia nella città di Avellino. In primis bisognerebbe capire quale tipo di borghesia esista, oggi, nel capoluogo. La piccola fatta di artigiani e commercianti, dopo il terremoto, si è notevolmente assottigliata, la grande (gli industriali, i banchieri ) è sempre stata una sparuta minoranza, la media ( i professionisti, gli intellettuali , i ceti produttivi) sicuramente è una fondamentale realtà del capoluogo. Sarebbe lungo e difficile fare una disamina storica sul ruolo di tale” classe sociale” nella società irpina. Per fare solo un esempio il meridionalista Guido Dorso fu costretto ad abbandonare la guida del Corriere dell’Irpinia perchè la sua linea non era in sintonia con il regime, nè riuscì mai ad assumere cariche pubbliche, eppure fu il più illustre degli avellinesi. Dal dopo sisma in poi, negli anni dell’Avellino da bere, si è instaurato una sorta di patto tra il gruppo dirigente e la maggioranza dei cittadini.

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La politica ti assiste dalla nascita alla morte in cambio di un consenso acritico. Per gigantismo provinciale si è realizzato il mercatone, il teatrone, la grande autostazione, con dispendio di ingenti risorse , il notabile di turno sapeva che sarebbe stato votato per il rapporto personale, clientelare e non per la qualità della sua azione di governo. Negli anni ottanta c’era ottimismo, speranza, la ricchezza circolava per tutti, in particolare per quei ceti professionali impegnati direttamente o indirettamente nella ricostruzione. Perchè avvocati, ingeneri, architetti,  avrebbero dovuto sporcarsi le mani con la cosa pubblica e rinunciare alla possibilità di sicuri guadagni? Finita la festa si fanno i conti con una città devastata economicamente, urbanisticamente ed anche moralmente. Di chi le responsabilità? Innanzitutto della mala politica che non si è saputa rinnovare, che ha spento esperienze di rigore ed utopia come quella di Antonio Di Nunno, come dimenticare le  sue giunte con il meglio della società civile. La maggior parte della borghesia negli anni d’oro ha pensato, prevalentemente, al proprio particolare, riscoprendo un senso civico solo ex post , quando ha perso di vigore il sistema di potere.

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Quanti rimpianti pensando che politiche volte al perseguimento dell’interesse pubblico avrebbero garantito maggiori possibilità di sviluppo e benessere duraturi. Si colgono segnali tra l’associazionismo, l’impegno degli intellettuali di una nuova possibilità per la borghesia di essere protagonista per il riscatto della comunità. Con amarezza si registra,però, che la migliore gioventù è fuori e che nessuno potrà mai ripagare la città del mancato impegno di tale generazione.       

 

 

LE FOTO SONO DI UGO SANTINELLI               

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