Chiusi in casa. Ai tempi del coronavirus

di ETTORE DE SOCIO.

Racconto di una vita agli arresti domiciliari. Così mi sento di cominciare il racconto della mia vita ai tempi del coronavirus. Ancora dieci giorni fa non avrei mai sospettato che la sorte mi avrebbe fatto vivere questa circostanza eccezionale alla quale questo invisibile nemico, per di più nuovo e sconosciuto, ha condotto me e buona parte dell’Italia. Ancora dieci giorni fa andavo in bici con un caro amico, mantenendo le distanze di sicurezza, ovviamente, godendomi una tiepida mattina di sole. Ricordi di un tempo che, dieci giorni dopo (solo dieci giorni) sembra lontanissimo. Ora, chiuso in casa, cerco di capire cosa mi accade intorno. Guardo molta televisione ma non gradisco i notiziari che, a tutte le ore, quasi minuto per minuto, ci informano di tutto quello che accade a questo nostra disgraziata terra. Basterebbe, alla mia curiosità, quasi da guardone, sentire un notiziario al giorno ma non si può.

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Ascolto virologi, infettivologi, opinionisti dire tutto e il suo contrario. Sembra quasi di assistere al commento di una partita di calcio in cui tutti si sentono autorizzati a dare le notizie e i consigli più utili. Se prima eravamo tutti commissari tecnici ora questa povera Italia è diventata il paese degli esperti di lotta ad un nemico invisibile e assolutamente sconosciuto. Uno dice che il picco ci sarà tra una settimana l’altro giura che se ne parla tra un mese. Quello su cui tutti sembrano concordare è che bisogna restare chiusi in casa, evitare i contatti personali. Questo, in verità, sembra essere la prima e più importante mutazione in atto in queste settimane, penso, mentre mi rassegno all’idea che le misure di “distanziamento sociale”, come ormai si dice dureranno ben oltre il venticinque marzo. Così mentre nei primissimi giorni, le persone, in qualche modo, ancora sembravano cercarsi, oggi si evitano, si guardano con occhi sospettosi temendo in te il nemico che li infetterà. E non parlo per sentito dire. All’inizio della settimana scorsa sono andato in un importante studio di radiologia cittadino per fare una TAC. Ancora c’era gente che si sfiorava al banco dell’accettazione, quasi si toccava. Ci sono tornato stamattina, per ritirare il referto ed eravamo solo in tre, ben distanti tra di noi e ci scrutavamo con occhi sospettosi, quasi come nemici. Per strada più automobili che persone, sia pure in un circolare rado, quasi rarefatto. Capisco che ora si ha paura anche a camminare per strada da soli, quasi che anche l’aria ti sia nemica, possa trasmetterti la nuova peste. Non posso fare a meno di domandarmi che cosa sia avvenuto nelle nostre teste in questi pochi giorni, capace di trasformarci da animali sociali, quali siamo sempre stati, in nemici gli uni degli altri. Doveva essere così, mi dico, se non peggio, anche al tempo della peste a Milano, di manzoniana memoria. Che il nuovo nemico non sia questo essenza che viaggia per il mondo ma sia ormai diventata la paura? E’evidente che tutti noi abbiamo paura. L’ignoto, si dice e credo sia vero, fa sempre più paura del nemico che conosci, che puoi guardare negli occhi per scorgevi riflessa la tua stessa paura, i tuoi stessi timori. Mi interrogo, senza saper dare una risposta, se questo nemico ci cambierà per sempre anche quando, prima o poi, saremo riusciti a sconfiggerlo. Penso che non sarà semplicissimo, come al contrario leggo, tornare a darci la mano, ad abbracciarci, baciarci persino. Chi sarà capace di assicurarci che in questi così consueti gesti di vicinanza non si nasconda l’invisibile nemico, che di nuovo tornerà a colpirci?

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Mentre giaccio, quasi indolentemente, a rimestare questi pensieri, un altro mi colpisce. Di nuovo, come prima dell’unità d’Italia, il paese è diviso e frazionato come non mai. Ora, però, i confini sono tracciati dalla mappa del contagio, ma sono confini rovesciati. L’opulento Nord industrializzato contro il povero Sud depresso e povero che, per una volta, è immune da questa enorme tragedia che colpisce la parte più ricca e sviluppata del paese. Ma è davvero così? E per quanto tempo potremo sentirci un minimo più sicuri, protetti dall’oscuro nemico? Se, davvero, le cifre quotidiane del contagio, la mappa della paura dovesse allargare i suoi confini fino agli estremi confini del paese, allora ci sarà da tremare. Allora tornerà a farsi sentire l’abisso tra i sistemi sanitari del nostro paese. Se anche l’opulenta Lombardia stenta e non ce la fa a reggere e curare tutti i suoi ammalati, come i giornali hanno rivelato martedì, allora che ne sarà di noi,della sanità governata da decenni da clientele che di tutto si sono occupate tranne che di garantire la promozione degli esperti, dei migliori, di quelli davvero bravi? Come ci cureranno se mancano, in maniera drammatica, i posti di terapia intensiva, gli specialisti e gli infermieri esperti che possano prendersi cura dei nostri corpi infettati? Allora alla mente mi tornano le discussioni sentite sui social sulla necessità, davvero drammatica per chi la subirà e per chi dovrà praticarla, di scegliere chi salvare e chi condannare. E sarà, quella, una scelta tragica per che sarà costretto a praticarla, eticamente devastante e che lascerà il segno su chi sarà costretto a scegliere. Mentre così ragiono o, se credete, sragiono, un dolce sole primaverile inonda i balconi della casa, del mio carcere domiciliare e ti sembra davvero impossibile che quello che fuori dalle mura rassicuranti della tua casa accade sia vero, stia davvero accadendo. Ma è proprio così. Non è  un brutto sogno dal quale ti risvegli sudato e senza saliva in bocca. Ciò che accade, oggi, è il peggiore dei sogni, degli incubi che ciascuno di noi abbia mai fatto.

 

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