Tracce di libertà. Un viaggio a Mosca.

di UGO SANTINELLI.

Un viaggio continua anche dopo il ritorno a casa. Perpetua le sensazioni, le immagini che ci hanno colpito attraverso la scrittura; è come un riordinare le carte, i cassetti, scegliere tra quel che è degno di essere conservato o buttato via.

In questi giorni di limitazioni dettate dalla ragione, e perciò ragionevolmente autoimposte, gli sprazzi rivissuti appaiono accanto al senso del limite, o del divieto, quasi il calco, al contrario, della parola libertà. I miei confini, i miei limiti, le mie libertà, il tutto percepito nel cerchio del singolo vissuto; nel tempo che ieri  rendeva urgente, necessario o impossibile qualcosa e che ora, dopo questo nuovo tempo, non è più tale.

Come l’innesco di una deflagrazione, il catalogo dei movimenti ora possibili e limitati (uscire, non uscire di casa, perché uscire, quanto e quando uscire), riaccendono le sensazioni dei vissuti, i probabili empatici e poveri nostri tentativi di infilarci nel vissuto degli altri, di chi ci ha preceduto in tempi lontani ed in epoche distanti. E’ il caso di un recente viaggio a Mosca e Pietroburgo, nella Russia odierna, e il riaffiorare di pensieri in quei momenti a pezzi, pescati da un impalpabile taccuino, ora la cornice che racchiude e cerca di dare un senso alle righe precedenti. Un viaggio che nel distillato odierno si tramuta nel bilancio delle libertà, degli atti di libertà possibili, comunque.

A Pietroburgo mi accoglie l’immagine della  Leningrado di ieri; strano e terribile restare città e cambiare di nome.

Mi attende l’immagine scattata da Henri Cartier-Bresson, HCB, nel 1973 all’angolo della fortezza Pietro e Paolo, in una giornata di appena tiepida primavera. HCB ritorna in Russia dopo il viaggio del 1954, quando aveva potuto muoversi solo per Mosca. E’ alla ricerca di momenti di vita quotidiana, lontana dalla propaganda che intende pettinare e sorvegliare le immagini. Il fotografo continua la sua ricerca anche nel secondo viaggio, quando potrà percorrere e vedere panorami umani e territoriali più vasti. Nell’immagine che ho in mente, gli uomini hanno ancora i cappotti, ma il soggetto principale non li guarda, mentre noi ne siamo attratti; non guarda neppure il fotografo, è concentrato in un atto di libertà sovrana.

Neppure l’onnipresente partito comunista governa il sole e può stabilire quando e come i cittadini possano goderne. Di spalle, cattura sulla pelle, sulle braccia distese ad ampliarla, i raggi del sole. Usa il cappotto come diaframma tra la pelle e la pietra che non riesce ancora a trattenere  e restituire il calore dei raggi. Mostrarsi così, avere cura del proprio corpo maturo ma ancora muscoloso, mentre i timidi, i timorosi, gli ubbidienti girano ancora vestiti, mi è sempre apparso un atto di libertà. Quel corpo ha una storia muta, deve aver visto, respirato, sudato di paura durante la guerra da poco conclusa. E’ un corpo russo, probabilmente nato a Leningrado; solo chi è cresciuto in un luogo può, come in quel momento del 1973, sentire la città come una seconda pelle, viverne i tempi incerti, può trasformare la pietra dura e fredda in un completamento dell’abbraccio solare; può poggiare i piedi nudi quasi sui sassi, lasciare accanto la borsa svuotata dell’asciugamani e le scarpe. E’ la prova di decenni, di domestica sfrontatezza urbana.

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La foto di HCB è qui riprodotta dall’archivio dell’agenzia fotografica Magnum che fondò assieme ad altri mostri sacri come Bob Capa e rivoluzionò i rapporti tra foto e giornalisti.

Sto cercando l’angolo della fortezza in una giornata ben più calda, il diciotto giugno duemila diciannove, molti anni dopo, in un piccolo intimo pellegrinaggio laico, per onorare il fotografo e soprattutto la libertà in quel piccolo atto di offrirsi al sole.

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Cammino lungo il muro e giro l’angolo; lui c’è ancora, mi sta aspettando in quel punto preciso. Non lui in realtà, ma forse un figlio, un nipote, un legame reale, di carne sangue e cervello, tutto corporeo, che dopo quasi cinquant’anni non si è reciso.

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Si è voltato, quel corpo, ed offre ora il volto al sole. Ai piedi, la borsa e le scarpe alludono agli oggetti di allora. Non è solo, la ricerca del calore sulla pelle lo accomuna ad altri in questo lembo domestico eppure monumentale.

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E poi rivolgo lo sguardo verso i piedi e i sassi che distanziano il fiume dalla pietra della fortezza. Vi scorgo parole libere, affidate alle carezze dell’acqua della Neva, al respiro inesorabile delle maree. Parole innocenti ed impegnative per chi le scrive, anche loro l’affermazione di una libertà nell’esprimersi, forse per sempre come in un giuramento in pubblico, parole offerte agli occhi altrui. Su quei sassi che l’uomo ritratto e HCB calpestavano.

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Viene dall’Astrakan lontana l’anonimo che qui lascia una traccia del suo passaggio, dieci giorni  prima di me.

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Katia e Mascia si dichiarano sorelle al mondo, all’aria, all’acqua, alla luce.

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Galya e Kostya “coniglietti” ci ricordano che l’isoletta dove sorge la fortezza sulla Neva è, popolarmente, l’isola dei conigli e che oggi, a Pietroburgo, i fidanzati sono tutti coniglietti.

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Il fiore e la cantilena infantile mamastiopa anapaparaga  ciory, suoni e non parole russe, come in un grammelot alla Dario Fo. Sarà una bambina, sarà un bambino dalla grafia ancora incerta?

 

Mosca è la seconda tappa del viaggio.

La metropoli è costruita per essere la città del potere, con la disposizione militare delle strade e dei quartieri, aggrappati al piatto terreno. L’avvicinamento al centro ricorda i bastioni delle mura ferraresi.

In periferia una modesta dacia ricorda altre libertà. A Peredelkino, dove è vissuto Boris Pasternak. I mobili, i suoi oggetti domestici ci mostrano quanto poco occorra  per la libertà, e molto di forza interiore per affermarla. Un foglio di carta, un’asticella di legno sormontata da un pennino, una boccetta d’inchiostro.

Anche se, compagni!, non sprecate questi beni che il popolo (il regime, il Partito) concede agli scrittori, ai poeti accreditati. Immagino quel magnifico congegno, quella linea che parte dalla testa e poi viaggia per i muscoli e i tendini di un braccio, e la protesi di legno dalla punta di metallo. Quel magnifico congegno che detta in libertà la disposizione delle parole, dona loro un senso e  ci rende alle fine schiavi di esse quando l’inchiostro si asciuga.

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Boris Pasternak è appena rientrato dalla passeggiata. Cappotto, berretto e sciarpa sono appesi, sta camminando verso la scrivania dove poggerà un nuovo foglio vergine e la penna.

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Poi scenderà giù negli ambienti domestici della sala da pranzo, dove tra pochi amici, alzò un giorno  il bicchiere e brindò al Nobel. Il resto della storia di Boris Pasternak ci è nota. Ma i bicchieri, lavati ed asciugati, sono sempre lì, nella vetrina della credenza  ad attendere nuove occasioni .

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Le emozioni moscovite si soffermano in una biblioteca pubblica, incassata e anonima tra i palazzoni di una via trafficata ma non sfavillante della Mosca odierna.

Una mostra celebra un italiano, attraverso altre pagine, altre azioni di libertà. La mostra è dedicata ad Antonio Gramsci ed ai suoi quaderni dal carcere. Non i quaderni del carcere, o nel carcere; una definizione che confinerebbe per sempre le ore, le letture, le parole scritte per sempre in un luogo ed in un tempo. “Dal carcere”, come evasione perpetua da un luogo circoscritto; la viva testimonianza di una libertà incoercibile. Quasi fisica, materiale, non del solo corpo malato, ma anche delle parole che restano. Il direttore del carcere di Turi può concedere i fogli, timbrarli, numerarli, ma sono pagine bianche che Antonio Gramsci riempie con l’affermazione di una mente libera, nonostante tutto libera. Poi, molto dopo, verranno le riletture, le esegesi, i riti di partito: in aggiunta ad un atto primigenio che resta solo, esclusivo di Antonio Gramsci.magn14

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Le foto, tranne la prima, sono di Ugo Santinelli.

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