Le parole delle pietre.

di ETTORE DE SOCIO.

Eccomi qui, di fronte alla fontana di Grimoaldo, la meglio conosciuta fontana Tecta.  In giro non c’è nessuno ed è logico che sia così perché siamo nel pieno della chiusura di questa città e di tutte le città italiane, causa coronavirus. D’altra parte nemmeno io sono davvero qui, di fronte a queste vecchie pietre, consumate dai secoli, ma ancora in piedi. Il mio è un giro immaginario, il solo possibile oggi. Siamo all’incirca al quarantesimo giorno di quarantena, di questo isolamento dal mondo di relazione al quale eravamo abituati e mi sento un po’ come, credo, si debba sentire uno agli arresti domiciliari. Niente, certo, in confronto alla silenziosa battaglia che altri uomini e donne stanno combattendo per salvare la propria vita o quella degli altri. Sarà per questo che faccio questo giro, per sentire la voce di queste vecchie, forse inutili, pietre che, tuttavia hanno visto passare generazione umane, senza mai pronunziare (e come avrebbero potuto?), parola. Oggi, però, questi consunti resti del nostro passato hanno deciso di parlare, forse, di raccontare anch’esse quello che hanno visto, forse sentito e provato.

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Mi appare chiaro, seppur nascosto in un angolo della mente, che le mie sono solo fantasie indotte dalla stanchezza di una reclusione che, per quanto comoda sia, è pur sempre una separazione da ogni forma di relazione, peggiorata dal non sapere quando tutto ciò finirà. Se, allora, questo giro serve a far svagare la mente, lasciamo che la vecchia fontana parli. “Mi sarebbe piaciuto, sussurra, che gli uomini di questa città si ricordassero di me. Parlo di quelli vivi, naturalmente, ché le altre generazioni, e quante, le ho abbeverate, le ho viste lavare i loro poveri stracci nei miei due lavatoi che qualcuno, appena pochi secoli fa, mi fece costruire allato. Tanti di voi ho visto passare, dissetarsi, lavare facce e membra sudate e, certo, anche morire. Sì morire perché io era già qui da secoli quando venne la grande peste, quella del 1656. Allora, ricordo, non c’era nemmeno “Carlucciello”, sì la statua di Carlo II d’Asburgo, re di Spagna e del Regno di Napoli, allora ancora bambino. Io c’ero e tanti ne ho visti morire, proprio qui, accasciarsi in terra davanti ai getti che versavo copiosi e limpidi. Venivano, lo capivo, a volte lo dicevano, lo urlavano, lo sussurravano, per trovare refrigerio bagnandosi con le mie acque. Per molti era, quel refrigerio, l’ultimo. In tanti morirono, dei diecimila, tanti ne contava la città, ne rimasero meno di tremila. Qui attorno, nel cuore della città, dove si ammassava la gente più povera, morirono quasi tutti. Su in alto, chiusi nei loro palazzi nobiliari i ricchi se la cavarono meglio. Oggi, sento dire, dai pochi che ancora passano da questa viuzza, c’è un’altra peste che ha un altro nome ma colpisce come colpiva quella. Vedo che ora, però, avete imparato molte cose. Allora, durante l’altra epidemia dico, si credeva che occorresse stare insieme, per pregare Dio affinché scacciasse il flagello. Ora l’avete capito che dovete stare soli, distanti, lontani per difendervi anche se vi costa, perché voi uomini siete animali sociali, non come noialtre pietre che stiamo laddove il caso o una mano umana ci mette.” Il monologo di questa vecchia e maltenuta vestigia del passato non mi ha messo di buonumore di certo. Risalgo su per Corso Umberto sperando di trovare consolazione in quello che una volta, un po’ pomposamente, veniva chiamato il salotto buono. Mi aspettano, ormai da anni, solo tubi Innocenti che reggono le povere rovine di quella che fu la Dogana dei Grani, voluto da Francesco I Caracciolo.

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Nello slargo, si alza ancora la statua di Carlo II, re di Spagna. O meglio, la copia della statua. L’originale è stato sostituito per evitare che qualcuno la portasse via, per sottrarla all’avidità umana. “Ma, insomma, che volete da me. Io qui da voi non ci ho mai messo piede. Di certo non ho visto la peste, dato che vivevo protetto dalla mia corte in Spagna. Mi vedete qui bambino come quando mi hanno ritratto e fuso e come sempre io vi guardo dall’alto o meglio nemmeno vi guardo perché il mio sguardo è rivolto altrove, lontano da voialtri”. Alle sue spalle, silente ed inerte si staglia la Dogana, o meglio i poveri resti che ne rimangono. Non parlano questi calcinacci, non hanno più nulla da dire, troppe parole, a fiumi, hanno sentito e visto scorrere per loro, a volte contro di loro, per credere al futuro. Sanno, mi immagino, che dopo l’epidemia, dopo l’emergenza, le priorità saranno altre. Altro ci sarà da ricostruire, altre occasioni per costruire fortune politiche si presenteranno. Per loro l’oblio è destinato a continuare. Non si può dire che questo giro per le antiche pietre mi stia portando conforto, piuttosto accresce il mio turbamento. Imbocco allora la salita che mi porta al Duomo e alla cima della collina della Terra, dove nacque e si sviluppò il primo nucleo del capoluogo.

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Qui anche io ho sempre trovato pace, sollievo, tranquillità. In questo breve reticolo di stradine che gira attorno al Duomo, da sempre, almeno da dopo il terremoto del 1980, il silenzio è il padrone, il vero dominatore della collina. Anche stavolta è così, da qui lo sguardo si allarga alle colline circostanti e posso perdermi in un rivolo di fantasticherie. Oggi, però, qualcosa di nuovo avviene. Il silenzio viene sostituito da una pluralità di voci. Sono quelle di chi abitava quassù, povera gente quasi tutta, in quel pomeriggio fatale in cui la terra e la collina fu travolta dal terribile rombo che preannunziava la fine. “Oggi vi lamentate perché per vostra fortuna siete solo costretti a stare chiusi in casa. Per fortuna non piangete, in città, i vostri cari, come facemmo noi in quella sciagurata notte. Quasi tutti i morti di questa città erano qui, o giù a Sant’Antonio Abate, stretti in queste viuzze, schiacciati dalle casupole cadenti che ci ospitavano. Nessuno, fino a quella sera si era occupato di noi. Nessuno, dopo una sommaria conta dei morti, se ne occupò più. Qui ci fu solo terreno per le ruspe, gli sbancamenti, gli affari. E vi lamentate voi oggi”? Poi il silenzio mi circonda di nuovo. Stavolta però non mi reca il consueto conforto. Non ci avevo mai pensato ma il silenzio della “Terra” è il silenzio della morte, non reca pace, ma desta preoccupazione, angoscia. Per liberarmene come posso, ridiscendo verso la fontana di Bellerofonte, ma sì la fontana dei “tre cannuoli” con l’intima speranza che il leggero mormorio dell’acqua che scorre possa recarmi conforto.

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Speranza delusa l’acqua scorre in lentissimo rivolo solo da una delle tre bocche senza nulla dire, ma aggiungendo tristezza alla mia tristezza. Non è stata una grande idea questo giro. Le antiche pietre non mi hanno recato lo sperato conforto. Il meglio che mi resta da fare, oggi, quarantesimo, o quasi, giorno di quarantena é quello di tornare a rinchiudermi in casa, aspettando che venga il famoso “quattro di maggio”.

 

Le foto sono di Ugo Santinelli

 

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