EMPATIA E PANDEMIA.

L’empatia sì, ma dipende dall’uso responsabile che ne facciamo.

di UGO MORELLI.

 

Senza titolo1

E non ci possiamo tenere stretti, anche se mai come ora desideriamo farlo. Questo è il fatto che ci incaglia e ci sollecita, senza tregua. A che serve dire, ora, ci dovevamo fermare, se già sappiamo che non ci fermeremo affatto e che non vediamo l’ora di riprendere a correre. È tutta una girandola, un circo, di “ripartenza”, “ripresa”, “riapertura” e da sempre c’è chi non ha mi chiuso la borsa per incassare i vantaggi della pandemia. Certo sono pochi, sempre meno, la parte fortunata della forbice cella disuguaglianza che si allarga fino a diventare una linea retta, con due poli estremi, uno sparuto nel numero e opulento sempre più nella sostanza, l’altro sempre più emarginato e sommerso, a limite della fame o affamato del tutto. E in mezzo una massa informe che arranca per non scivolare ancora più giù. Siamo empatici per natura, certo, ma quell’empatia non garantisce nulla, dipende dall’uso che ne facciamo, con la responsabilità che ci mettiamo. Potremmo tranquillamente usarla per essere indifferenti o per escludere, quando non addirittura per negare. Non sono pochi i gesti e le azioni che in queste settimane hanno mostrato queste possibilità, dal ministro olandese che ha messo in campo il tema della speranza di vita degli ultraottentenni come motivo per occuparsi solo degli altri, a quanto pare sia accaduto nelle case di riposo, alla considerazione di fatto dei rischi del personale sanitario, alle sceneggiate sulle mascherine che dovevano essere suddivise tra quelle che proteggano gli altri, da usarsi da parte di tutti, e quelle che proteggono anche chi le indossa, da usarsi solo da parte del personale sanitario. Il fatto è che nessuno si è preoccupato di fare in modo che ci fossero e di fatto non ci sono né le une, né le altre. Possiamo certamente usare le nostre capacità empatiche per sentire quello che gli altri sentono e farne un uso reciprocamente emancipativo, se non altro a partire da un sano egoismo che razionalmente ci evidenzia che se si ammala l’altro posso ammalarmi anche io. L’affidamento a un comportamento pro-sociale dipende però molto dalla cultura che informa le menti individuali e collettive, e la cultura dominante, basata sugli orientamenti di azzardo morale, che fa di un popolo come quello italiano un popolo di evasori, non depone a favore di questa possibilità e prospettiva. L’azzardo morale, com’è noto è quello che porta me, ad esempio, a dire: perché dovrei pagare il biglietto del tram, tanto lo pagano gli altri e il servizio funziona lo stesso anche per me. Come si intuisce facilmente, un tratto caratteristico della cultura nazionale. Gli svedesi e i coreani, per vie diverse, hanno mostrato che si poteva non chiudere tutto; che si poteva controllare il fenomeno pandemico facendo principalmente affidamento sulla responsabilità dei comportamenti individuali; che indicazioni da “spinta gentile”, per citare il premio Nobel Richard Thaler, possono produrre, a partire dalle micro-motivazioni individuali, comportamenti collettivi efficaci e virtuosi. Non è questione né di geni, né di razze, ovviamente, ma di educazione e modelli di civiltà. È questione anche di chiarezza e rigore nelle scelte di governo e nell’immaginazione politica: risorse del tutto assenti nell’ondivago e spesso sconcertante comportamento del governo italiano, sia a livello centrale che regionale. La sensazione forte di smarrimento non può essere ricondotta al solo livello individuale, senza domandarsi quale livello di contenimento siamo stati capaci di esprimere. Si pensi alla solitudine dei bambini e delle mamme di fronte alla chiusura delle scuole. Affermare che tutti abbiamo bisogno di tutti, appare più che ironico, ridicolo, di fronte all’indifferenza e all’accaparramento egoistico dominante. È importante non commettere l’errore di non vederlo, quell’egoismo vorace, guardando alle straordinarie espressioni di solidarietà che ci sono state e ci sono. Queste ultime non smentiscono il primo, che prevarrà, se non si decide per la fatica di scegliere altre vie di responsabilità, non appena lo stato di eccezione si abbassa di livello. Ne abbiamo esperienza. La solidarietà di fronte alle vittime di un terremoto è durata un momento, a fronte della famelicità, delle truffe, dello sfruttamento egoistico dell’evento, che è immediatamente seguito, quando non è iniziato mentre la terra ancora tremava.

Ora c’è chi parla di “comprensione dilatata” e chi di “nuova empatia”. Spiace dirlo, ma a volte la poesia diventa “penosia”, quando anziché assumersi il peso del mondo e guardarlo in faccia, si consegna agli auspici moralistici e alla ricerca delle vie per commuovere e diventare più buoni. Lo stesso dicasi per la “nuova empatia”. O l’empatia è un processo corporeo, cerebrale, fenomenologico, interosggettivo, che appartiene alla nostra storia evolutiva e si manifesta nella contingenza delle nostre vite attuali, o finisce per assomigliare a un marchingegno fungibile e rinnovabile come il cambio di una camicia consunta con una nuova. C’è molto che ci precede, di tutto quello che siamo, e non abbiamo molti margini. Per esprimere effettivi margini di cambiamento e innovazione nei nostri comportamenti relazionali e sociali, dobbiamo sudare in investimento in eccedenza rispetto alla forma dell’abitudine e in responsabilità attiva e effettivamente praticata.

L’empatia non è una qualità transitoria perché la capacità di sentire l’altro è parte del nostro essere umani e dunque non è una caratteristica che solo alcuni individui hanno e non altri. L’empatia siamo noi. L’empatia non determina l’etica dei comportamenti di per sé: è un motore neurofisiologico intersoggettivo che non garantisce della direzione della marcia, la quale attiene alla complessa costruzione sociale del senso di responsabilità effettiva praticata nelle situazioni della nostra vita, a partire dalla nostra storia individuale, sociale e culturale. L’empatia può sostenere la più efferata forma di tortura in quanto consente di comprendere che cosa fa soffrire di più l’altro con cui empatizzo, o può essere alla base della più coinvolgente forma di solidarietà.

L’empatia, insomma, è un nostro modo d’essere, di stare al mondo e di conoscerlo, non qualcosa che decidiamo di attivare o meno. Il contatto empatico non è in sé garanzia di rispetto e amore per il prossimo, anche perché c’è sempre da domandarsi cosa si intende per il prossimo e chi è il prossimo. Anche il prossimo può essere molte cose e non è possibile considerarne il significato senza accogliere l’ambiguità del concetto e dei fenomeni che richiama e mostra. Se il prossimo è fatto di coloro con cui mi tengo stretto, in questi giorni di pandemia solo figurativamente, ciò vuol dire che è allo stesso tempo un processo di esclusione o per lo meno di differenziazione verso coloro con cui stretto non mi tengo e con cui non mi riconosco. Se c’è hospis, ci sarà, per la stessa ragione anche hostis, e la responsabilità consiste nella elaborazione sia dell’ospitalità ma anche e soprattutto del modo in cui tratto chi è diverso da me per valori, comportamenti, cultura. Sappiamo che propendiamo ad esprimere solidarietà individuale all’interno degli ospiti del nostro gruppo e ostilità nei confronti degli altri gruppi e questo è necessario metterlo nel conto se si vuole elaborarlo in maniera generativa e non distruttiva.

Mi ha sempre fatto riflettere profondamente l’opera di Joannis Avramidis, nello spazio intorno alla Neuen Nationalgalerie a Berlino-Tiergarten, prospiciente l’eleganza dell’edificio progettato da Mies van Der Rohe. Il legame tanto stretto da essere confusivo che connette tra loro gli inclusi dentro la Polis, non solo li agglutina tra loro, ma non lascia spazio a chi volesse penetrare dal di fuori in quell’appartenenza tanto fitta da rendere sicuri da morire e allo stesso tempo togliere il respiro.

Ecco tra cosa scegliamo.

La responsabilità della scelta riguarda la misura in cui decidiamo di proteggerci, di rassicurarci, di sviluppare empatia endogena al gruppo di appartenenza, sapendo che ciò vincolerà le possibilità di ogni exopatia e ostacolerà le posizioni che si proponessero di esprimere una qualche differenza; che renderà tendenzialmente difficile o impossibile l’accesso dall’esterno e il dialogo con le differenze. O scegliamo di allascare il legame, di aprire alle differenze, di disperdere la coesione e di abitare l’incertezza anche proficua e generativa dell’ibridazione.

Le varietà intermedie tra queste polarità idealtipiche sono molteplici, e la pratica effettiva della responsabilità dell’empatia ne decide i livelli e le espressioni, producendo gradi diversi di socialità e democrazia.

Quei gradi richiedono scelte e investimenti che eccedono lo spontaneismo e il moralismo e richiedono un inedito livello di responsabilità da parte di una specie sulla soglia, che non solo sa ma sa di sapere e deve imparare ad imparare a fare un buon uso di quella sua distinzione.

LA FOTO: Joannis Avramidis, Polis, 1965-1968, Nationalgalerie, Berlin

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