La spagnola in Italia (2/1)

di ANNIBALE COGLIANO.

 Non si può dimostrare che l’epidemia del 1918-1919 sia derivata dalla guerra: è certo tuttavia che la guerra ne ha grandemente favorito la diffusione attraverso il mondo e ha indebolito la resistenza delle popolazioni. L’Italia ne ha sofferto più d’ogni altro paese per il quale si abbiano notizie; sembra che in nessun altro grande Stato la pandemia abbia cagionato, in rapporto al numero degli abitanti, un così grande numero di morti (Giorgio Mortara).

Come per i contagiati e per la mortalità della spagnola nel mondo, anche per l’Italia abbiamo valutazioni assai divergenti, pur trattandosi di un paese che all’epoca della pandemia aveva istituzioni politiche e strumentazioni culturali non paragonabili a quelle dei paesi dell’Est asiatico o al Medio Oriente, per i quali i rilevamenti sono assenti o sono scarsamente attendibili. Per quanto concerne la morbilità, più contenuta nell’esercito che nella popolazione civile, i colpiti dal virus oscillano fra 5 e 6 milioni, vale a dire fra un settimo e un sesto della popolazione, costituita da 35 milioni e mezzo di regnicoli[1]. Quanto ai dati ufficiali dei decessi, la prima stima è quella proposta nel 1925 dall’Istituto centrale di Statistica: 400.000 per il solo anno 1918 e 26.556 per il successivo, anno in cui la pandemia si arresta a marzo[2]; di gran lunga inferiore la seconda stima indicata dallo stesso istituto nel 1958: 274.041 decessi in tutto[3]. Ma questi ultimi dati sono solo la somma di quelli comunicati dalle prefetture, desunti dai certificati di morte stilati dai medici, che nell’incertezza dell’eziologia non sempre annotavano la spagnola. Dati che, per lo più, non comprendono le morti certificate come bronco-polmonite, polmonite crupale, pneumonite, catarro bronchiale, ecc., da attribuire, almeno in parte, direttamente o indirettamente, alla spagnola, perché agenti su corpi debilitati durante il conflitto. Come non comprendono i decessi della prima ondata della pandemia – seppure contenuti rispetto alle successive ondate.

Altre fonti, come alcune riviste mediche del tempo, danno stime oscillanti fra i 325.000 e i 375.000 decessi.

Crediamo che la stima più vicina alla realtà (probabilmente approssimata per eccesso, secondo recenti studi[4]), più vicina ai dati ufficiali del 1925, sia quella proposta da Giorgio Mortara, desunta sulla mortalità in eccesso[5], calcolata come differenza tra la mortalità verificatasi durante l’evento considerato (epidemia, guerre, altre gravi malattie, ecc.) e la mortalità relativa ad un arco temporale precedente, detta attesa o basale. Nell’arco temporale del quinquennio che precede l’intervento in guerra (1910-1914), la media annuale dei morti è di 673.675, mentre nel quinquennio 1915-1919 è di 787.062; la differenza dei decessi cumulativi, in termini assoluti, è di 1.250.000, di cui circa 650.000 in guerra: 450-470.000 in combattimento e 180-200.000 per ferite e malattie varie (presumibilmente per la spagnola oltre 50.000, e il resto per colera, tifo, ecc.); e non meno di 600.000 per la spagnola fra la popolazione civile. In tal caso, la mortalità sarebbe poco meno del 2% dell’intera popolazione, e la letalità (tasso sugli infettati) oscillerebbe dall’8 al 10%.

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Un recente studio di un gruppo di ricercatori stranieri[6], pure condotto attraverso il metodo della mortalità in eccesso, sembra avvicinarsi al dato fornito dall’Istituto centrale di statistica del 1958. Eseguito su 14 paesi europei, censisce 544.288 decessi nel periodo agosto 1918-febbraio 1919 (il periodo della seconda e terza ondata, senza tener conto della mortalità della prima), a fronte di una mortalità attesa di 317.350 unità. Ma tale studio, che assume i dati del 1958, è inficiato dalla non presa in considerazione delle morti non censite dalle autorità militari, di quelle non conteggiate dei prigionieri e di quelle dei comuni invasi (le cosiddette terre redente). Ciononostante, tale studio consente comunque una comparazione significativa fra i paesi europei: in termini relativi, il più alto tasso di mortalità in eccesso, nell’ottobre 1918, picco massimo di esplosione della pandemia, in Italia è del 172%; se poi lo stesso tasso è calcolato sulla seconda e terza ondata dell’epidemia, è, con il 151%, secondo solo al Portogallo, in cui vi sono 233 decessi per ogni 10.000 abitanti.

In ogni caso, contrariamente a quanto sostenuto per ossequio alla propaganda di guerra (a fine 1918 e anche alcuni anni dopo) dal presidente della Direzione generale della sanità pubblica, Alberto Lutrario, l’Italia non è l’ultimo paese per tasso di mortalità, ma il primo in Europa, seguito a buona distanza dai paesi belligeranti: Francia e Inghilterra hanno il tasso di mortalità in eccesso per l’intero periodo di pandemia rispettivamente del 73 e 45%, la Germania del 66%.

E ancora: assumendo le cifre proposte da Mortara, disaggregando i dati possiamo evidenziare notevoli differenze fra le diverse realtà territoriali del Paese. Le regioni che in assoluto hanno il più alto numero di decessi sono la Lombardia (36.653) e la Sicilia (29.966), per la semplice ragione che sono le regioni più popolate. In termini relativi, invece, la mortalità più alta si registra nel Lazio con 115 unità su 10.000 abitanti, cui segue la Sardegna con 109, la Basilicata con 105, il Piemonte e la Liguria con 64, il Veneto con 38[7]. Nelle città capoluogo e più affollate, la letalità (tasso sul numero degli infettati) è superiore rispetto ai comuni delle province, raggiungendo in alcuni casi l’8%. Se, come ha indagato Eugenia Tognotti, si assume la città di Bologna a campione (dai sepolti nel cimitero), il picco di decessi si ha dal settembre all’ottobre 1918 (in totale i decessi nell’anno 1918 sono 7.000, nell’anno successivo 4.864). Bologna, rispetto ad altre aree territoriali del paese, è una città ricca, bene attrezzata sul piano dei sevizi sanitari, con un’edilizia rinnovata che ha debellato i quartieri fatiscenti. Ciò per dire che le malattie predisponenti non sono quelle classiche della povertà o delle case fatiscenti e poco igieniche, ma la polmonite crupale (complicanza pneumonitica), la stessa causa predisponente della mortalità dei militari[8]. Da rilevare, inoltre, che le autorità sanitarie bolognesi non ritengono alte le cifre dei contagiati e dei decessi, e che nessuna misura di contenimento del contagio è da loro proposta o effettuata, salvo trasferire i malati più gravi in una scuola adibita ad hoc per esigenze di guerra. La stessa mascherina protettiva, usata in qualche città, è stata considerata inutile, perché l’Ufficiale sanitario di Bologna ha ritenuto che «il virus filtrabile dell’influenza passa attraverso qualsiasi maschera che permetta il passaggio dell’aria».

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Sul piano strettamene scientifico, è da sottolineare che la spagnola ceppo A(H1N1), a differenza di altre epidemie, colpisce in particolar modo i giovani da 20 a 30 anni. Essendo questi più reattivi dei soggetti più deboli e degli anziani, producono molecole proteiche per contrastare l’infezione in grande quantità, dando luogo a quella che è chiamata tempesta di citochine[9], che, a sua volta, ha un effetto boomerang provocando nuove infezioni, inondando i polmoni e ostruendo le vie respiratorie. E ancora, a differenza di altre epidemie, i decessi riguardano, senza variazioni significative, tutte le classi sociali, a prescindere cioè dalle condizioni socio-economiche e abitative; ciò che fa la differenza piuttosto sono le malattie predisponenti: patologia cardiache e tubercolosi (2 milioni di malati e circa 200.000 morti fra il 1915 e il 1918) ma anche altre malattie mai debellate (malaria: 6 milioni di contagiati e 10.000 morti nel solo 1918; colera: oltre 14.078 contagiati e 4.159 morti, solo nel primo anno di guerra sul fronte isontino[10], con prosieguo minore nell’anno successivo, per il quale non si hanno dati[11].

Ciò premesso, in prima istanza, va detto che il virus della spagnola in Italia ha due grandi alleati: il Governo, il cui obiettivo prioritario è il prosieguo della guerra, e le gerarchie militari. Dopo la disfatta e l’umiliazione di Caporetto dell’ottobre del 1917, i gruppi dirigenti, che hanno voluto la guerra ad ogni costo e che, minoritari nel Paese e in Parlamento, l’hanno imposta violentemente con la complicità della Corona, non possono occuparsi con l’attenzione dovuta della devastante epidemia, se non rischiando l’azzeramento delle ragioni e delle condizioni di prosieguo della guerra stessa, sia sul versante strettamente militare che su quello economico, supporto al primo. Le fabbriche, militarizzate e non, sono quelle che, unitamente alle caserme, non hanno avuto e non possono avere limitazioni statali attraverso profilassi di orario, di presenza, di condizioni igieniche e sanitarie interne, di scambi con l’esterno e con le famiglie. Salariati e soldati, le figure che più vivono in promiscuità, non possono non infettare e non essere infettati, e per primi e in ogni tempo morire per la patria.

È un’alleanza che si dipana sia sul fronte dell’analisi scientifica dell’eziologia della malattia che su quello della profilassi e delle proposte terapeutiche. Sono limiti comuni agli altri paesi belligeranti, ma che assumono ben altre proporzioni rispetto agli altri paesi democratici dell’Intesa (non diciamo ovviamente degli Imperi centrali, governati autocraticamente).

Altro grande limite è quello della dipendenza degli istituti della sanità pubblica dal Ministero dell’Interno: sulla scia della tradizione istituzionale del Regno di Sardegna, la sanità pubblica non ha un ministero ad hoc, ma è una divisione del Ministero dell’Interno, costituita da una Direzione generale e un Consiglio superiore della sanità, alle cui dipendenze (riforma Crispi del 1888) operano gli Uffici d’igiene provinciali, i Consigli provinciali di Sanità, i medici provinciali, i prefetti e i sindaci. Altro limite è che accanto ad essa convive distinta la sanità militare, istituita nel 1879, con funzioni soprattutto di sorveglianza e disciplina del servizio di leva[12]. In definitiva, non vi è una testa unica centrale di direzione a fronte di emergenze continue. Gli effetti sono devastanti: cecità scientifica continuata; profilassi contraddittoria e ondivaga; terapie d’ancien régime; continui conflitti di competenza; difformità nelle misure prese dai sindaci e dagli ufficiali sanitari provinciali; lassismo e/o resistenze passive della popolazione, sballottata fra abbandono e colpevolizzazione. Vediamone gli sviluppi durante il decorso dell’epidemia, attraverso la documentazione preziosissima dell’Archivio Storico militare dello Stato maggiore dell’esercito e dell’Archivio Centrale dello Stato.

La prima ondata della pandemia si ha nella primavera del 1918. Il 22 aprile, un dispaccio telegrafico del Direttore generale di sanità comunica all’Intendenza generale dell’esercito e ai prefetti del regno: l’infezione grippale (ovvero l’influenza) ha colpito le truppe operanti in zona di guerra in non meno di 50.000 casi; si è diffusa parimenti in varie città della Toscana, in Liguria (massimamente a La Spezia), in Umbria (secondo alcuni rapporti già in marzo), Campania, Lazio, Reggio Calabria e Catanzaro, con propaggini nella Sicilia. Il decorso è prevalentemente benigno, la mortalità non è superiore al 2-3% degli infettati. Impossibile l’isolamento e le misure contumaciali, sostiene il ministro dell’Interno, «perché o si fanno seriamente ed in questo caso bisognerebbe paralizzare la vita del paese o sono frammentarie ed allora il grave intralcio non sarebbe compensato da una relativa sia pur lieve utilità». Non resta altra strada che salvare l’anima con il ricorso alle raccomandazioni di curare l’igiene generale e individuale[13].

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D’altronde, per quanto riguarda l’esercito, l’idea che si fa strada sia nel Governo che nel Comando supremo, è che, se finora la sanità militare, superato l’impatto dei primi mesi di guerra, ha saputo bene o male cavarsela di fronte a gravi e altre forme epidemiche di malattia (colera, tifo, scabbia, meningite, vaiolo) e, non meno, alle terribili situazioni igienico-sanitarie delle trincee, saprà cavarsela anche di fronte all’insorgenza della spagnola[14]. Al riguardo c’è da rilevare un precedente di politica sanitaria, che poi farà testo anche per la spagnola. IL 20 agosto del 1915, all’insorgenza del colera sul fronte isontino, dall’Intendenza generale dell’esercito è inviata una nota telegrafica a Salandra, presidente del Consiglio, nella quale si esclude categoricamente ogni sospensione o limitazione dell’attività bellica e si giustifica l’assenza di ogni tipo di assistenza sanitaria[15].

Altri contagi rilevanti si hanno, agli inizi di maggio, fra le maestranze delle acciaierie di Terni e di altri stabilimenti industriali. Seguono le carceri giudiziarie di Domodossola, il personale dell’arsenale e le truppe di La Spezia, poi le province di Modena, Piacenza, Verona, Pisa. Verso la metà di giugno l’influenza compare fra le truppe combattenti della 1a armata[16], sullo Stelvio, fra il Trentino e la Lombardia, per poi, in circa dieci giorni, estendersi a tutto il fronte, dove, lungo la linea del Piave, le truppe italiane sono impegnate a contenere l’offensiva austro-ungarica. Il 28 maggio, l’Intendenza generale dell’esercito (capeggiata dal generale Zancone), comunica alle Direzioni di sanità militare e pubblica, che fra le armate 1a , 3^, 4^, 5^ e 7^ è comparsa una patologia influenzale, le cui caratteristiche sono febbre alta, cefalea, dolori reumatoidi, iperemia delle mucose cefaliche, prostrazione delle forze. Il decorso è breve – 2-3 giorni – e si ha un ritorno allo stato normale entro il 5° giorno. Solo il 2% dei colpiti necessita del ricovero in ospedale. Terapia: chinino e preparati salicilici. Profilassi suggerita per quanto possibile: separazione fra i sani e gli infettati, igiene personale e risanamento degli accantonamenti. In giugno ad essere colpite sono Bari e Taranto. A metà giugno l’epidemia va in pausa, ma per questa prima fase non è possibile un quadro statistico, perché la denuncia di malattia non è obbligatoria.

Ipotesi di provenienza: Svizzera? Stati Uniti? Asia? Non c’è risposta. Il Ministro della Guerra, il 1° giugno, per rassicurare ulteriormente l’esercito operante, non trova di meglio che dire: «Viene segnalata in vari corpi d’armata territoriali la presenza di una forma morbosa a rapido decorso, generalmente mite, ma che presenta una larga diffusibilità, colpendo contemporaneamente una forte percentuale di individui, sia fra i militari, sia anche fra la popolazione civile. I sintomi descritti quali caratteristici di tale affezione, il suo facile diffondersi nella presente stagione, mentre rendono poco probabile che si tratti di una forma influenzale, nello stretto senso della parola, permettono con grande verosimiglianza di avanzare l’ipotesi che in un gran numero di casi la malattia sia riferibile alla ormai ben definita febbre di tre giorni o febbre da pappataci»[17].

Agli inizi di luglio, comincia la seconda ondata dell’epidemia, facendo irruzione prima in Calabria (focolaio Rosarno), e poi in Sicilia (focolaio Messina), mostrando subito un volto diverso: ancora carattere di massa, ma di lunga durata e di elevata mortalità (probabilmente a causa di una mutazione-adattamento del virus); poi, fra agosto e settembre, si propaga imprevista su tutto il territorio nazionale, e da metà agosto nell’esercito combattente. Diventa arduo minimizzare. Vistosa è qui una prima divaricazione fra la Sanità militare e il Ministero dell’Interno. La Sezione sanitaria della zona di guerra, preoccupata per la tenuta dell’esercito, muta registro, avanzando l’ipotesi del bacillo di Pfeiffer quanto alla causa dell’epidemia, e, ventilando misure drastiche di profilassi[18].

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Due i casi eclatanti in agosto: Domodossola (con 400 e più militari infettati, e numerosi decessi) e Calestano (in provincia di Parma) con 500 casi e 14 decessi[19]. Il ministro dell’Interno, accoglie le richieste dell’Intendente generale, Zaccone[20] e dà le disposizioni per sospendere temporaneamente le licenze dei militari presenti nella cittadina di confine, e per tenere in osservazione contumaciale, per alcuni giorni, i militari che rientrano, vietando altresì l’accesso agli operai diretti a Domodossola. La grande preoccupazione è l’indebolimento della 1a armata, con il rischio di cedimento ad una nuova offensiva, memori della Strafexpedition di due anni prima. Ma la durata delle misure drastiche è brevissima. Intanto che funzionari dell’Intendenza e della Direzione della sanità pubblica sono inviati in Svizzera per acquisire maggiori informazioni sull’eziologia dell’influenza, il ministro dell’Interno – che, ricordiamo, è anche presidente del Consiglio – fa marcia indietro e, congiuntamente al ministro della Guerra, il 22 agosto, dirama ai prefetti del Regno un telegramma-circolare (cui segue in appoggio un’analoga comunicazione della Direzione della sanità pubblica) di nuova rassicurazione e di diversa profilassi. La premessa è che la nuova epidemia cominciata in primavera sia analoga a quella del 1889-90 (analogia suggerita dall’attacco comune alle vie respiratorie e ai polmoni), come se i decessi della precedente pandemia (12.292 in Italia) non fossero stati superati più che abbondantemente dalla nuova. Quanto alle misure protettive, è opportuna una profilassi che comprenda isolamento e contumacia? “No”, è la risposta, perché, fra le altre cose, gli infettati non presentano sintomi evidenti, e perché la malattia non riveste carattere maligno, estinguendosi nel giro di pochissimi giorni. Sola vera attenzione è riservata al personale sanitario: misure protettive nella cura dei malati, igiene particolare propria, delle sale di degenza e degli ambienti ospedalieri, e soprattutto invito a usare schermi filtranti[21] per evitare che le goccioline salivari degli infettati possano giungere alle vie respiratorie di chi entra in contatto con loro.

Nell’esercito, a differenza della Sanità civile, la Direzione sanitaria militare adotta misure di discreto isolamento fra le truppe dei corpi d’armata più colpiti, misura che, unitamente all’immunità contratta durante la prima ondata, rende meno letale il propagarsi dell’influenza (se poi la morte riguarda alte personalità, come il conte di Salemi, Umberto di Savoia-Aosta, è, ovviamente, comunicata come morte in combattimento[22]). Meno letale, ma non meno contagiosa. Alla vigilia di Caporetto (24 ottobre), fra milizia territoriale e esercito operante, vi è una riduzione di forze di circa 200.000 unità rispetto a luglio[23].

Le misure profilattiche per la popolazione civile non possono essere invece che di carattere generale, sempre di natura indicativa, mai prescrittiva (salvo l’obbligo di comunicare tempestivamente i focolai di contagio): evitare contatti sospetti e affollamenti, curare la disinfezione ambientale e l’igiene personale. Ai prefetti è affidato il compito chiave di «tranquillizzare la popolazione, evitando allarmi ingiustificati e che non hanno ragione di sussistere». Per il governo post-Caporetto, se prioritaria è la prosecuzione della guerra, di fronte all’emergenza sanitaria non vi è altra strada che assicurare l’ordine pubblico sul fronte interno e, nella contingenza e nella prospettiva, scaricare le responsabilità sulla popolazione colpita e sulla popolazione ancora sana, ma impaurita. D’ora in avanti, succeda quel che succeda, il mantenimento dell’ordine pubblico e la colpevolizzazione della popolazione fissano la linea guida per tutte le autorità e per tutto il tempo a venire, quale che sia il decorso dell’epidemia.

Ma il silenzio sull’epidemia, per quanto la censura della stampa possa essere di stretta osservanza, rotto attraverso qualche foglio provinciale e altre vie dirette di comunicazione, è più assordante della parola. Ai primi di settembre, il ministero della Guerra, su proposta della Direzione generale di sanità pubblica, sceglie di fare il punto in modo solenne con una commissione mista, allargata ai massimi responsabili della sanità[24]. Si ripropone la questione dell’adozione di provvedimenti di isolamento e di contumacia. È Messea, membro della Direzione della sanità pubblica, ad escludere tali misure, non solo per le conseguenze che si avrebbero per la vita del paese, ma perché mancano le basi necessarie per due ragioni di fondo, una più insormontabile dell’altra: non vi è nessuna obbligatorietà della denuncia dell’infezione contratta né è possibile l’accertamento diagnostico di massa. Si accoda il colonnello medico Memmo della Direzione della sanità militare: non si può arrestare la vita del paese e dell’esercito operante. Ciò che si può fare di utile per abbassare il quoziente di letalità è raccomandare l’igiene personale e migliorare l’igiene delle abitazioni.

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È Rosarno in Calabria a diventare il caso nazionale[25], additata come esempio negativo da rifuggire e usata come laboratorio a cielo aperto, dopo un’ispezione finalizzata a dimostrare il mantra che le autorità ripetono da tempo. Su 9.000 abitanti, 900 sono gli infettati dichiarati, ma in realtà è quasi tutta la popolazione ad essere infettata; 103 sono i decessi, con letalità media del 9% in sei quartieri, e del 23% nel settimo quartiere, il più povero, S. Antonio; la gran parte dei deceduti è costituito da contadini, da fanciulli in tenera età (5 anni) e da giovani fra i 20 e i 25. Il teorema trova qui la sua prova del nove: la Commissione attribuisce sì al bacillo di Pfeiffer l’agente patogeno, ma sostiene che esso è particolarmente letale in Rosarno, per via dell’affollamento e delle pessime condizioni igieniche (promiscuità di uomini, animali, alimenti) delle abitazioni (sono le casette antisismiche di un solo piano del dopo terremoto del 1908), concause decisive della virulenza dell’infezione e delle altre malattie predisponenti. Corollario: chi è povero è sporco e non cura né la sua igiene personale né quella della casa né della strada dove sparpaglia le sue deiezioni.

A supporto del teorema delle autorità di governo, gli esami del Laboratorio batteriologico della Direzione generale della sanità (inoculazione sperimentale di sangue infetto su cavie animali): la malattia da attribuire, come supposto dalle autorità, al bacillo di Pfeiffe, non è causata dalla puntura dei pappataci. Risultano, infatti, contagiate anche persone sanissime e in condizioni igieniche ottime, con residenza in zone in cui non vi è ombra alcuna di pappataci; il contagio si propaga dai poveri ai benestanti.

Potrebbero esservi altri insetti patogeni non conosciuti? È un’ipotesi puramente accademica sostiene la Commissione. Il direttore della Stazione sanitaria marittima di Crotone, il maggiore medico Rosolino Ciauri, ha altre convinzioni e comunica il risultato degli esami batteriologici eseguiti sul sangue e sull’espettorato di una coppia poi deceduta, residente a Limbadi, comune nei pressi di Rosarno: ha individuato un “bacillo bipolare diplomorfo emosettico” responsabile della setticemia di tipo influenzale e delle complicazioni bronco-polmonari. È un altro germe (si resta sempre nella teoria pasteuriana dei germi), diverso da quello di Pfeiffer. Chi dubita è disfattista. Dopo che i rilievi del prof. Ciauri sono pubblicati dalla rivista “Il Policlinico” e dal londinese “Daily Mail”, il prof. Gosio, direttore del Laboratorio batteriologico di sanità – alcune settimane prima, per conto del Ministero dell’Interno, era stato inviato in Svizzera per indagare sull’agente patogeno dell’epidemia –, non trova di meglio che condurre l’attacco all’incauto scettico attraverso il Corriere della Sera, il quotidiano più diffuso e prestigioso del tempo, quale premessa di provvedimenti disciplinari. Gosio, il 6 ottobre 1918, così formulerà le sue conclusioni in merito all’agente patogeno: «È indubbio che a causare la malattia sia il bacillo di Pfeiffer. Altri batteri possono chiamarsi in causa come aggravante dell’infezione, ma ciò non muta, anzi convalida il concetto che si tratti dell’identico morbo, onde fu colpita l’Europa nel 1889-90[26]. Si tratterebbe di un ritorno pandemico, a cui speciali condizioni d’ambiente e di simbiosi batteriche vanno conferendo un carattere più o meno maligno»[27].

Non sarà qui fuori luogo riportare le osservazioni critiche alla teoria dei germi, avanzate qualche mese prima, da un ufficiale medico della Marina, Enrico Trocello[28], perché la questione è politica, prima che strettamente scientifica: mettere in discussione le tesi della Direzione generale di sanità pubblica è mettere in discussione il Governo e la terapia specifica prescritta dalla Direzione generale di sanità pubblica[29]. Il nocciolo della critica alla teoria dei germi di Koch e Pasteur, e di Pfeiffer, allievo del primo, è così semplificabile: non vi è nessun legame diretto, necessario, causale fra una malattia e un bacillo trovato nel corpo malato, perché potrebbe essere uno dei tanti presenti e non il reale agente patogeno. Pur restando nell’ambito della teoria dei germi, senza ricorrere all’ipotesi di un virus filtrabile[30], è l’apoditticità dell’impianto teorico ad essere messo in discussione, ossia: ogni malattia ha un unico suo specifico germe, che è quello rilevato in laboratorio. Come dire? Il bacillo identificato assurge a premessa sillogistica dell’infezione. Nel merito: il germe di Pfeiffer è isolato in laboratorio dal secreto nasale degli infettati. Come poi questo bacillo (denominato Haemophilus influenzae) possa, tout court, essere ritenuto agente patogeno esclusivo della spagnola è facile da confutare, anche perché è incostante e solo in una minima parte (non più del 10% delle volte) presente nelle colture effettuate. Enrico Trocello, attento lettore delle comunicazioni degli istituti di ricerca spagnoli e della stampa medica inglese e canadese (generosa e fonte di conoscenza rispetto alla stampa incerottata degli altri paesi belligeranti), così, a fine agosto 1918, aveva chiuso la sua confutazione della tesi di Pfeiffer e della rivista inglese “Lancet”, che l’aveva sposata:

 

E di dove il “Lancet”[31] trae gli argomenti per ritenere incontestabile l’importanza etiologica del bacillo di Pfeiffer? Con assai più ragione potrei dire: lasciamo il nome di influenza alla malattia (nome che ha già la sua definizione clinica) e mettiamo in dubbio, se mai, il valore specifico del bacillo di Pfeiffer, o dirò meglio, l’identificazione costante dell’agente dell’influenza col bacillo di Pfeiffer. […][32]

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L’assenza di questo germe non esclude la diagnosi di influenza che quando si dimostri la costante predominanza di altro germe nel paziente. Per contro la presenza del bacillo non autorizzerebbe la diagnosi di influenza quando il quadro clinico si discostasse troppo dalle sindromi cliniche dalla malattia. Il quadro clinico è la base della diagnosi, così nell’influenza come in ogni altra malattia. Purtroppo la raccolta e l’esame accurato e paziente dei sintomi viene talora trascurato e ci si affida alle indagini di laboratorio. Queste dovrebbero rappresentare un complemento alla clinica e sono per converso, non raramente, le proporzioni da cui esclusivamente, o quasi, vengono tratte le conclusioni diagnostiche. Errore grave di metodo che non sarà mai abbastanza deprecato[33].

 

Trocello è comunque in buona compagnia nel seminare dubbi nella comunità scientifica italiana, e l’irrigidimento scientifico e censorio della Direzione generale della sanità, alla lunga, avrà effetti positivi: la crisi della teoria dei germi e il vuoto che si apre nella eziologia porteranno progressivamente ad uno sviluppo della microbiologia e a indagare su quegli organismi estremamente piccoli, i virus filtrabili, che riescono a passare attraverso i filtri usati per trattenere i batteri[34]. Ma questa è un’altra storia, parallela a quella che si consuma tragicamente nel prosieguo dell’epidemia, a cui torniamo.

Dopo la riunione del 2 settembre delle due Direzioni generali di sanità, malgrado il dilagare dell’epidemia, il Ministero dell’Interno, imperterrito, continua la sua propaganda di rassicurazione della popolazione e di minimizzazione dell’influenza sulla stampa e in tante città gravemente colpite. Basteranno due casi. Il primo è quello di Savona. Su incarico del sindaco di Savona, con un manifesto pubblico affisso per le vie della città, è pubblicata l’intervista al prof. Canalis, professore dell’Università di Genova, incontrato dal pubblicista Ettore Baldini, il 6 settembre 1918. Se chiara è l’indicazione della trasmissione (“La malattia si trasmette direttamente dal malato al sano, per mezzo del muco delle prime vie respiratorie, nel quale bacilli dell’influenza si trovano in numero straordinario, L’ammalato, nel tossire, nello starnutire o anche nel parlare, spruzza intorno a sé invisibili goccioline di saliva cariche di bacilli di influenza, i quali, restando nell’aria, possono essere aspirati dalle persone e comunicare in tal modo la malattia.”), per il resto vi è una minimizzazione della sua gravità. Dopo aver premesso che l’ideale sarebbe l’isolamento degli ammalati e l’affollamento in genere (di difficile attuazione), segue, senza logica alcuna, la proposta di una profilassi risibile, quasi si trattasse di una comune influenza da raffreddore: «La precauzione principale sta in questo: l’influenza di per sé non è mortale e neppure grave; le complicazioni, a cui sono dovuti gli esiti letali, sono per lo più causate da imprudenze degli ammalati, i quali, al primo attacco, sia pure di influenza, anziché mettersi a letto e curarsi, continuano ad attendere ai loro affari, esponendosi così a strapazzi e a cause reumatizzanti, che determinano la comparsa delle complicazioni polmonari dell’influenza. Non si raccomanderà quindi mai abbastanza ai cittadini di essere cauti e ai primi sintomi del male di porsi a letto e di curarsi energicamente [corsivo nel testo]». Alla domanda “Crede lei che il contagio si possa aggravare?”, la risposta è “Niente affatto. Il periodo più grave è stato superato e ora il contagio è in decrescenza. Io sono quasi sicuro che tra un paio di settimane al massimo esso potrà essere completamene scomparso»[35].

Il secondo caso è ancora più paradigmatico e farà strada, come modello di rapporto con la società civile per tutto il secolo successivo, sino ai nostri giorni, quali che siano le forme istituzionali di governo. Si tratta di un intervento sulla Gazzetta del Popolo di Torino da parte del Direttore generale della sanità pubblica. La scelta di Torino non è casuale: è la città operaia del dissenso e della protesta per eccellenza, dove è presente il sindacato e la sinistra più combattiva d’Italia. Torino è stata, fra l’altro, fra le prime città a prendere alla lettera e a farle eseguire le misure di isolamento sociale, solo ventilate da parte del Governo e ritenute impossibili da adottare: chiusura di teatri, cinematografi, scuole[36], asili, università, caffè concerto, divieto di funerali e cerimonie religiose, divieto di assembramento in genere. Che non si abbia ad usare strumentalmente l’epidemia per mettere in discussione il Governo e la guerra, come è accaduto nell’estate del 1917, quando le difficoltà annonarie e il carovita sono stati l’occasione per dar fuoco alle polveri per un’insorgenza di massa che avrebbe potuto propagarsi per tutto il Paese, più letale di qualsiasi epidemia.

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La malattia in corso non è una malattia esotica (colera, febbre gialla o peste), è sì una influenza che talvolta ha avuto complicazioni polmonari mortali e che adesso ricomincia dopo l’interruzione estiva, ma «trattandosi di malattia a carattere altamente diffusivo e che colpisce inizialmente le vie respiratorie, non è ammissibile altra ipotesi che essi [i germi infettivi] si trovino nel pulviscolo atmosferico e quindi nell’aria che respiriamo e sulla superficie esterna di tutti gli oggetti che ci circondano. […] Data la vita odierna che si conduce, è pure impossibile sottrarci ai numerosi contatti con persone e cose, le quali ci possono comunicare i germi infettivi. Tuttavia si deve raccomandare, innanzi tutto, di non mutare tenore di vita, cioè non adottare costumi diversi da quelli fin qui seguiti, cibarsi come per consueto ed accudire tranquillamente ai propri affari, senza preoccuparsi soverchiamene delle voci che corrono, le quali peccano sempre di esagerazione. Si deve raccomandare, in secondo luogo, di non procurarsi contatti inutili, o non necessari, con malati o con convalescenti di influenza per non avvicinare a noi di più i germi di quanto già genericamente ci siano vicini; dovendo ciò fare per necessità, sarà prudente disinfettarsi o almeno lavarsi accuratamente le mani dopo il contatto[37].

 

Seguono altre raccomandazioni: bollire il latte, preferire la verdura cotta a quella cruda, lavare la frutta, lavarsi frequentemente le mani, sciacquarsi la bocca, respirare a bocca chiusa (“perché la mucosa nasale e la disposizione a labirinto delle narici appunto lo scopo di filtrare l’aria, trattenendo quindi i germi”), pulizia degli alloggi, pulizia delle scarpe prima di rientrare in casa per lasciare fuori i germi assunti dal terreno, spolverare i panni fuori casa. Qualora si verifichi un malato in famiglia, limitare il numero delle persone che assistono, tenere in casa un mastello di legno contenente una soluzione di sublimato per lavare la biancheria del malato, tenere una sputarola per il malato e buttare gli sputi nella latrina, ventilazione della camera dell’infermo, stare a letto riposati per un tempo lungo per non esporsi alle complicazioni bronco-polmonari. «Come si vede, nulla di straordinario, né più di quanto si dovrebbe in ogni tempo applicare nel proprio interesse che è quello della collettività; quindi nessun sacrificio, nessuna rinunzia: proprio cioè quanto gli igienisti di buon senso sogliono chiedere alle persone di buon senso»[38].

 

Le foto sono di Ugo Santinelli.

 

 

 

 

[1] Stima desunta dalla proiezione dei dati dei contagiati e deceduti della 1a armata e della zona di primo sgombero del fronte nord-orientale, assunti a campione.

[2] Cfr. Ministero dell’economia nazionale, Direzione generale della statistica, Statistica delle cause di morte in ciascuno degli anni dal 1919 al 1923, Libreria dello Stato, Roma 1925, p. 5.

[3] Cfr. Istituto Centrale di Statistica, Cause di morte (1887-1955), Roma 1958, pp. 229-230.)

[4] Fornasin

[5] G. Mortara, La salute pubblica in Italia durante e dopo la guerra, cit., pp. 29-30, e p. 227 e 381.

[6] Cfr. AA. VV., Onere della mortalità per la pandemia di influenza del 1918-1919 in Europa, in “PubMed”, 9 aprile 2009, disponibile on line.

[7] Cfr. “Rivista italiana di igiene”, 1966, nn. 1-2, tab. 7.

[8] Cfr. Tognotti, La “spagnola in Italia”…, cit., cap. III, passim; pp. e l’accurato studio di Sabbatini…, cit., pp. 280-282

[9] Cfr. A. Erkoreka, The Spanish influenza pandemic in occidental Europe (1918-1920) and victim age, “Influenza and Other Respiratory Viruses”, 4 (2) (2010), pp. 81-89.

[10] Il colera è trasmesso dalle truppe austro-ungariche ed è contratto, nel primo mese di guerra del 1915, con l’occupazione delle loro trincee da parte delle truppe italiane, in un reciproco scambio di perdita e riacquisto di posizioni. Dalla circolare inviata l’8 febbraio 1916, dall’Intendente generale dell’esercito, V. Alfieri, ai Comandi d’armata e alle Direzioni di sanità. «Nel corso delle operazioni che si svolsero lungo la frontiera orientale venne constatato che nelle truppe austriache serpeggiava il colera. Non si poteva quindi in alcuno modo evitare che il morbo stesso non si diffondesse fra le nostre truppe per contagio diretto coll’occupazione delle trincee infette del nemico […] Complessivamente i bollettini giornalieri hanno denunciato 14.078 casi e 4.159 morti, con una mortalità [letalità] del 2,5%. […]». Una seconda fase epidemica si ha in autunno, a cui, oltre alle trincee e ai prigionieri infettati, contribuisce l’inquinamento delle acque potabili per le truppe operanti sul Sabotino e sul Podgora. Contemporaneamente si ha notizia del diffondersi dell’epidemia nell’Impero austro-ungarico, con picchi a Vienna, Budapest e Praga. Cfr. AUSSME, F-3, b. 233, fasc.lo Colera.

[11] Cfr. ivi, circolare del 7 agosto 1916, a firma del nuovo Intendente generale, Zaccone.

[12] Semplicemente a sfogliare i Ruoli matricolari di qualsiasi distretto militare – quelli di Avellino da me studiati sono un campione più che rappresentativo –, rilevante è lo stuolo di giovani chiamati alla leva o renitenti o riformati, rivedibili per salute, per altezza o per deficit fisici di varia natura, sui quali si esercita un continuo controllo e che durante la guerra si mutano, per decreto luogotenenziale, tutti in abili.

[13] Cfr. Archivio Ufficio Storico della Stato Maggiore dell’Esercito (d’ora in avanti AUSSME, E-3, b. 233 (documentazione chiave del Ministero dell’Interno e della Direzione generale della sanità pubblica, che contiene anche documentazione sparsa in altre fonti). Salvo diversa indicazione, il riferimento cronologico è sempre relativo a tale fonte. Il faldone, purtroppo, si presenta senza raggruppamenti in fascicoli, per cui le citazioni possono solo far riferimento alle date e ai soggetti estensori delle comunicazioni.

[14] Annota F. Cutolo: «Nel 1915, venne istituita una Commissione Ispettiva, composta da ufficiali medici e funzionari della Sanità Pubblica, con il compito di vigilare sulle condizioni sanitarie dell’esercito. Nelle retrovie furono installati laboratori batteriologici, chimici e tossicologici per gli accertamenti diagnostici. Lazzaretti e sanatori, per il ricovero di eventuali infettati, vennero costruiti nella zona di guerra. Infine, furono eretti campi di bonifica, dove i soldati erano sottoposti a disinfezione dopo i turni in trincea»; cfr. F. Cutolo L’influenza spagnola nel regio esercito (1918-1919), in “Annali, Museo Storico Italiano della Guerra, 2010, n. 27, pp. 36-37.

[15] «Notizie raccolte da sanitari addetti segretariato medici militari fanno rilevare che infezione è estesa a buona parte truppe impegnate battaglia Isonzo, onde tutta la zona deve considerarsi infetta. Azione bellica grave importanza non ha acconsentito speciali misure profilattiche né ammette alcuna limitazione sia pure giustificata da esigenze sanitarie mentre rigurgita feriti non ha permesso né regolari segnalazioni né sosta contumaciale in ospedale militare di questa regione di capacità inadeguate tale bisogna […]». Cfr. AUSSME, F-3, b. 233, fasc.lo colera.

[16] Dal bilancio a fine di luglio nella1a armata: 14.750 denunce di infezione a maggio, 9.755 in giugno, 45 in luglio.

Per il quadro prospettato, cfr. a) Verbale della Commissione riunitasi presso la Direzione Generale di Sanità Militare per i provvedimenti profilattici contro la epidemia influenzale (riunione della Commissione il 2 settembre 1918); b) le risposte della Direzione generale di sanità pubblica date, agli inizi del 1919, ad un questionario con domande strutturate, inviato dall’ Ofice International d’higiéne publique, con sede a Parigi. Ivi..

[17] La sintomatologia e il decorso, descritti dal ministro della Guerra (su indicazioni ovvie o della Direzione pubblica o militare della sanità) non hanno però alcuna relazione con la febbre di tre giorni: «Sintomatologia e decorso – Il periodo di incubazione sembra essere di 5-7 giorni. La malattia insorge bruscamente, per lo più senza sintomi prodromici, con vivo senso di malessere e con rapido innalzarsi della temperatura (raro il brivido iniziale). La febbre raggiunge la sua acme nelle prime 24 ore; di solito intorno a 39 C., talora arriva a 40-41 C; si mantiene pressoché costante, con lievi remissioni per due o tre giorni; di rado si prolunga per 5-7 giorni. Accompagnano la elevazione termica, artralgie e dolori muscolari intensi spesso localizzati allo sterno, alle spalle, al rachide lombare; cefalea e dolenzia ai bulbi oculari, senso di spossatezza, di rado con gravi sintomi nervosi. Obbiettivamente si osserva congestione delle mucose congiuntivali, della bocca, delle fauci e del naso; i bronchi non partecipano alla infiammazione catarrale delle vie aeree superiori. Un sintomo importante è rappresentato dalla frequente esistenza di un eritema al volto e al collo, che compare fin dall’inizio, e si accompagna spesso al fenomeno della cutis marmorata, che talvolta può estendersi al torace e all’addome. […] All’esame del sangue si nota sempre notevole leucopenia, criterio importante per la diagnosi. La malattia è quasi sempre benigna; dopo la defervescenza scompaiono rapidamente i sintomi catarrali; talora persiste per alcuni giorni l’eritema. La convalescenza è piuttosto lunga, residuando notevole prostrazione di forze e malessere, La infezione lascia una immunità, sulla durata della quale poco è noto.

Distribuzione geografica e diffusione in rapporto alla stagione – La malattia è diffusa in tutti i paesi mediterranei, assai frequente in Istria, nella Dalmazia, nella penisola balcanica; non è rara in varie parti d’Italia; secondo alcuni non rappresenterebbe se non una forma attenuata della malattia tropicale nota col nome di denque. Si presenta nella primavera inoltrata e nei mesi estivi; fu perciò denominata febbre estiva, o influenza estiva. Le prime manifestazioni di solito sono più miti, e più gravi, invece, quelle che si presentano nei mesi avanzati dell’estate.»

[18] Con una circolare riservatissima diretta alle intendenze e alle direzioni di sanità, l’Intendente e l’Ispettore generale di sanità informano senza reticenza, dando notizie del propagarsi micidiale dell’epidemia in Germania e in Austria e suggerendo terapie di intervento per fronteggiare le complicanze polmonari, potenzialmente letali.

[19] Altro caso eclatante, fuori dai confini nazionali, è sulla nave Czar, dove truppe italiane e britanniche sono dirette nella Russia rivoluzionare a combattere a fianco delle truppe che combattono per lo Zar: sono numerosi i soldai italiani, che hanno contratto a terra l’infezione, a trovare la morte e a suscitare la commozione dei commilitoni americani delle altre navi del convoglio, quando sono calati in mare piombati nei sudari. L’episodio è ricordato da F. Cutolo, L’influenza spagnola nel regio esercito…, cit., p. 40.

[20] Cfr. AUSSME, E-3, b. 233, circolare del 20 agosto 1918.

[21] «In mancanza di schermi veri e propri o nell’attesa del loro allestimento – in un telegramma-circolare del 17 agosto raccomanderà la Direzione generale di sanità pubblica – può valere di protezione qualunque diaframma di tela applicato in corrispondenza del naso e della bocca e legato dietro la nuca». Cfr. AUSSME, E-3, b. 233.

[22] Cfr. Corriere della Sera, 23 ottobre 1918, in cui un trafiletto recita: «Sulla morte del Conte di Salemi, si hanno questi particolari. Egli era in batteria sul Grappa. Benché indisposto, trascurò di curarsi per vari giorni. Fu assistito dal Duca d’Aosta e dal Conte di Torino. […] – Zona di guerra, 22 ottobre – A Crespano veneto, nella mattinata di ieri, presente il Re, il Duca d’Aosta coi figli Duca delle Puglie e Duca di Spoleto, il Conte di Torino, i generali Diaz, Badoglio e Giardino, le rappresentanze dell’Esercito e della Marina e larga rappresentanza dei reggimenti ai quali l’estino appartiene, ebbero luogo i funerali del Principe Umberto di Savoia, Conte di Salemi. […] Il Principe era stato recentemente promosso capitano e comandava una batteria di bombarde dell’Armata del Grappa. […] Si era arruolato al principio della guerra come semplice soldato […] Il grado di capitano venne da lui raggiunto solo per i servizi effettivamente prestati come combattente in prima linea. […] Dopo l’assoluzione, il parroco di Crespano salutò a nome della popolazione e degli italiani la salma del giovane Principe spentosi nell’adempimento del suo dovere di soldato e la di cui morte è un nuovo olocausto di devozione e di fede della Dinastia all’ultima grande guerra dell’indipendenza nazionale».

[23] Cfr. Ministero della Difesa, L’Esercito Italiano nella Grande Guerra, Istituto Poligrafico dello Stato, 1980, vol. V, p. 1129 e 331

[24] Chiamati a far parte della Commissione, che si riunisce il 2 settembre: il capitano Chatrian, del segretariato del Ministero della Guerra; Messea e Gosio della Direzione generale della sanità pubblica; il colonnello medico Testi dell’Intendenza generale dell’esercito; il prof. Memmo, e i maggiori Mendes e Levi della Vida della Direzione generale sanità militare; il prof. De Blasi dell’Ispettorato della sanità militare.

[25] La descrizione del decorso dell’infezione e della compromissione delle varie funzioni dell’organismo, sia nei malati lievi che gravi, è ricca di particolari: «insorgere rapido della sintomatologia febbrile, il bruciore di gola, il senso di prostrazione, l’epistassi, la facile complicanza polmonare, il tumore di milza fin dai primi giorni di malattia». Vi è conferma del dato generale: la malattia esplode senza preavviso, in pieno benessere con febbre che giunge fino a 39-40°, e cessa alla fine del 3° giorno; se la febbre si prolunga, è segno del protrarsi della malattia che in alcuni casi conduce alla morte per complicanze polmonari.

Cfr. Relazione della Commissione con relativi grafici, AUSSME, E-3, b. 233.

[26] È la pandemia conosciuta come catarro russo, in realtà proveniente dai confini Russia-Cina e che si svolge in tre ondate sino all’ultima nel 1892, passando dal Caucaso all’Europa e poi alle Americhe, e di qui agli altri continenti, ugualmente caratterizzata da una mortalità elevatissima (virus A(H2N2), soprattutto durante la seconda ondata, similmente alla spagnola.

[27] Relazione …, cit.

[28] Debbo questa segnalazione al prof. R. Ghirardi, che mi ha gentilmente inviato il suo saggio quando era difficile l’accesso al mercato librario, durante la pandemia del Corona-virus, La febbre cattiva. Storia di una epidemia e il suo passaggio per Mantova, Bruno Mondadori, Milano 2013.

[29] La confezione dei vaccini segue le indicazioni del protocollo suggerito da Pfeiffer: le specie microbiche dei pneumococchi, streptococchi e stafilococchi, che vanno a costituire i vaccini batterici misti, in diversi casi riescono a contrastare sia le patologie concomitanti e predisponenti che l’influenza stessa. Non vi sono dubbi per il Laboratorio biologico della Direzione di sanità, che ha effettuato indagini sui cadaveri dei deceduti, nella cui milza, attraverso prove colturali e di colorazione, ha rinvenuto stafilococchi e streptococchi, responsabili delle complicazioni polmonari. Solo quando l’epidemia volge al termine, nel febbraio del 1919, in una seduta del Consiglio Superiore della Sanità, allargata a più operatori sanitari delle università e strutture sanitarie della penisola, il bacillo di Pfeiffer non sarà assolutizzato e Lutrario aprirà ad altre ipotesi, fra le quali anche quella del virus filtrabile, e dirà che «La sanità pubblica poteva raccomandarne l’uso, ma non imporlo. Ne ha fatto preparare delle decine di migliaia; ma, all’infuori di qualche ospedale, esse non sono state adottate». Cfr. Min. Int., Direttore generale della sanità pubblica, Note sull’epidemia di influenza in Italia, Relazione detta dal Direttore generale della Sanità Pubblica, Dott. Alberto Lutrario, nella seduta del Consiglio Superiore di Sanità del 27 febbraio 1919 e relativa discussione, TIP. Artero, Roma 1919 (relazione, pressoché introvabile nelle biblioteche pubbliche, è in AUSSME, E-3, b. 233).

[30] Per una illustrazione scientifica e, allo stesso tempo, altamente divulgativa, dei vari tipi di virus che producono l’influenza, da quelli altamente patogeni a quelli lievi, (“la biologia di un virus”), degli animali (uccelli acquatici migratori, suini – gli animali più ricettori dei virus umani e dei virus dei volatili – equini, ecc.) che li diffondono, e, infine, delle ragioni che fanno della Cina un particolare ambiente di insorgenza delle più letali patologie influenzali, cfr. Ghirardi, R., La febbre cattiva …, cit., p. 52 e segg.

[31] È il numero 27 del luglio 1918.

[32] E. Trocello, Sulla recente pandemia di influenza, in “Annali di medicina navale e coloniale”, 1918, vol. II, fasc. I-II, luglio-agosto, emeroteca on line, a cura della Biblioteca Nazionale di Roma, p. 580.

[33] Ivi, p. 594.

[34] Molto suggestiva la metafora che usa il patologo Marchiafava, nella discussione che si apre nel Consiglio Superiore della Sanità il 29 febbraio: «Questo virus filtrabile agirebbe un po’ come, nell’attacco di una trincea, la preparazione dell’artiglieria: aprirebbe cioè la via alle truppe d’assalto, le quali, senza questa preparazione, sarebbero state impotenti di fronte alle difese accessorie intatte; esso affievolirebbe la resistenza dell’organismo, mentre accrescerebbe il potere d’offesa dei germi, ai quali apre la via.» Relazione Lutrario…, del 1919, cit., p. 41.

 

[35] ACS, Min. Int., DGSP, b. 178.

[36] La Direzione generale della sanità pubblica lascia alle autorità sanitarie locali la facoltà di chiudere o tenere aperte le scuole per tutta la durata dell’influenza. Il criterio indicato per la scelta è quello di optare per le condizioni ambientali più igieniche. L’opinione prevalente è quella comunque di tenere aperte le scuole, particolarmente nelle città industrializzate, per favorire il normale proseguimento del lavoro operaio. Nelle regioni in cui vi è stata richiesta da parte della popolazione di chiusura, la Direzione di sanità ha disposto il provvedimento di autorità.

[37] Ivi.

[38] Ivi.

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