La spagnola in Italia(2/2)

di Annibale Cogliano.

 Le autorità politiche e sanitarie coltivano, non importa se in buona o cattiva fede, una grande illusione. Se l’igiene personale e pubblica in passato si è rivelata utile, è un rimedio quasi del tutto inutile contro la spagnola. Alcune gravi malattie, quali il tifo e il colera, erano state ben affrontate con tale misura: nettezza urbana, deposito di immondizie fuori dai centri urbani, disinfezione delle strade, pulizia di officine e uffici, norme igieniche per la vendita alimentare di alcuni prodotti, pulizia della casa, ventilazione, ecc. L’antica teoria dei miasmi aveva avuto una sua utilità ed efficacia con tale profilassi, accompagnata da misure di isolamento (cordoni sanitari, terrestri e marittimi, quarantene). Ma la spagnola? Ha senso riproporre il passato, se si riconosce che la nuova malattia si contrae attraverso le emulsioni del respiro, della tosse, dello starnuto della persona infettata? Migliaia di minuscole goccioline che, espulse a grande velocità, restano sospese nell’aria per alcune decine di minuti e che contagiano chi è vicino[1].

Alle misure inutili si assommano gli effetti della guerra: l’indebolimento del corpo per malnutrizione e il conseguente abbassamento delle difese immunitarie, la carenza estrema del personale medico e sanitario civile assorbito dall’esercito, l’indisponibilità o la penuria di medicinali e attrezzature sanitarie, il ridotto numero di ospedali e posti letto (alla vigilia dell’intervento in guerra sono solo 1376 gli ospedali in Italia, per un totale di 85.728 posti letto, per di più concentrati nei grandi centri, spesso occupati come caserme da militari[2]), che obbliga molti sindaci a requisire asili, scuole, vecchi lazzaretti. Di più: quand’anche le misure d’igiene fossero utili per la spagnola o per impedire la contrazione di altre malattie ugualmente gravi, sono però improponibili dove le case sono tuguri[3] o l’addensamento della popolazione è elevato, e nei centri – e sono la gran parte degli abitati delle regioni meridionali – dove mancano fogne, acqua corrente, energia elettrica. Il divieto di affollamenti è una costante nelle indicazioni profilattiche, ma vi sono affollamenti che nelle città in particolare esulano da quelli vietati: treni, tram, code davanti a negozi, macellerie, latterie, botteghe, spacci comunali. Giova poco vietare processioni e funerali, cinematografi e teatri, se altri luoghi consentono raduni di massa. E non giova affatto raccomandare ai familiari una prudente assistenza ai malati in casa: le case, per la loro modesta dimensione, non sono luoghi dove è possibile l’isolamento sociale. È la ragione questa per cui nell’esercito le misure trovano più accoglienza e presentano una qualche efficacia: un attendamento fuori porta, una separazione fra sani e infettati, se pure temporanei, un’alimentazione di sostegno, sono spesso una salvezza[4].

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Le contraddizioni irrisolvibili della profilassi proposta talvolta sfociano nel ridicolo, come nel caso del prefetto di Brescia che il 30 settembre minimizza («l’infezione si esaurisce in sette od otto settimane; facendo tutti il proprio dovere fra breve si tornerà allo stato normale») e propone ai sindaci e agli ufficiali sanitari della provincia le solite raccomandazioni d’igiene, salvo l’indomani fare marcia indietro: «[…] 5° – Si dovrà proibire in modo assoluto la visita agli ammalati ed ai defunti per broncopolmonite da influenza. 6° – Sono vietati i cortei funebri dei morti per influenza. 7° – Le salme dei defunti per complicanze dovute alla infezione influenzale dovranno essere trasportate direttamente al cimitero senza alcuna sosta nelle chiese. 8°- Si dovrà disporre l’immediato isolamento in appositi locali degli ammalati d’influenza che si avessero a riscontrare nelle comunità o nelle case dove non sia possibile curare in una sola camera il malato»[5].

Abbiamo citato Brescia, ma in questa fase acuta di contagio e di decessi, è di ordine generale la contraddittorietà degli interventi delle autorità politiche centrali e periferiche: da un lato, si rileva il contagio di massa (il tempo dei focolai da circoscrivere è alle spalle) e s’impartiscono disposizioni di isolamento (divieti di affollamenti per cerimonie, funerali, raduni collettivi); dall’altro, non si chiudono teatri, cinematografi, osterie, né si danno disposizioni per l’uso di treni, tram e mezzi pubblici in genere.

Solo nel febbraio del 1919, Lutrario (presidente della Direzione generale della sanità pubblica) riconoscerà l’inefficacia della profilassi proposta, pur sempre facendola risalire alle esigenze di guerra: «Io devo confessarlo senza reticenza. La profilassi di questa malattia non si è giovata affatto delle ordinarie misure. L’essenza della malattia, la sua potenza diffusiva, e sovratutto il meccanismo con cui avviene il contagio, sono tali da sottrarsi al governo delle ordinarie provvidenze»[6]. E tratterà di nuovo della questione chiave di una profilassi mancata, la sola che avrebbe potuto evitare quanto è accaduto, buttando alle ortiche la raccomandazione continua dell’igiene e gli inutili se non dannosi medicamenti proposti: l’affollamento (oggi con il nome di distanziamento sociale) e l’isolamento degli infettati. Ma l’autocritica è ambigua: l’isolamento «potrà riuscire in circostanze favorevoli speciali, ma nella grande maggioranza dei casi si risolve in una utopia». Quanto all’affollamento: «Purtroppo, le prevalenti esigenze dell’ora hanno compromesso il successo anche di questa misura. Mentre si chiudevano i locali di pubblico ritrovo, si limitava l’orario di pubblici esercizi; si protraeva l’apertura delle scuole; si costringevano le funzioni religiose e via dicendo; si doveva chiudere gli occhi agli impressionanti affollamenti di treni, delle vetture pubbliche, di ogni altro locale disponibile, pei continui, tumultuari movimenti di popolazione determinati da esigenze della guerra, del traffico. Si pensi, ad esempio, che in poche settimane si sono dovuti trasportare, da un capo all’altro del paese, 200.000 prigionieri, fra nostri e quelli dell’esercito nemico, senza contare i continui spostamenti di truppe. Ciò senza contare gli avvenimenti patriottici che hanno richiamato nelle pubbliche vie, in sale chiuse, un numero strabocchevole di persone, fra cui dei convalescenti, dei malati appena avviati alla guarigione»[7]. Lutrario si spinge a dire persino che si sarebbe dovuto proporre l’isolamento e la proibizione di visita agli ammalati. Infine, a titolo di giustificazione, il Direttore della sanità pubblica compara l’Italia agli Stati Uniti, paese che, a suo avviso, ha un maggiore senso di disciplina e di responsabilità individuale. Pur modello di società civile e di governo, in questo paese si sono avuti 400.000 decessi da settembre a dicembre, e a San Francisco l’obbligo di uso della mascherina con multa di 5 dollari per i trasgressori, presto è stato disatteso, in primis dal sindaco e dal dottore proponente.

Nel suo come in altri interventi è confermata ovviamente l’inefficacia della profilassi e delle terapie impiegate (preparati a base di aglio, tinture di iodio, acido fenico, aspirina, canfora, olio, vaccinoterapia di Pfeiffer, iniezioni endovenose d’acido fenico e metalli colloidali, olio di ricino, bicarbonato di sodio, salassi). Le autorità sanitarie sanno bene che sono di nessun giovamento, quando non dannose, come frequentemente e inutilmente ripetuto da rapporti di riviste mediche[8]; ma meglio di niente, non fosse altro che per produrre effetti placebo o di autoassoluzione.

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La seconda ondata (la terza succederà ad una breve pausa dell’ultima decade di novembre), raggiunge il picco di morbilità e letalità in ottobre, il tempo del dies irae dell’epidemia nell’esercito e in tutto il paese. «Gli ammalati si contano a milioni[9]» e i decessi fra la popolazione civile sono in media più di 3.000 al giorno (il 23 ottobre si giunge a 3.500) – scrive Lutrario.

Solo la Marina ha una sorte differente. L’infezione, dalla fine di maggio a tutto giugno, ha colpito, se pure in forma lieve, dalla metà a due terzi degli equipaggi e dei marinai a terra, tanto da compromettere l’attività bellica per una ventina di giorni. Solo a Taranto vi sono stati alcuni decessi. Non rilevante invece l’infezione durante la seconda ondata da settembre a dicembre, perché chi era stato infettato precedentemente si era immunizzato. Mortale invece l’influenza per tanti che non erano stati colpiti precedentemente. Eloquente la progressione registrata: in giugno 46, in luglio 17, in agosto 6, in settembre 175, in ottobre 250, in novembre 223, in dicembre 231, in gennaio 50; in tutto 998 decessi su 140.000 militari in marina, per un tasso di mortalità dello 0,71%. Non è possibile invece una statistica della letalità, perché non vi è stata una registrazione degli infettati in forma lieve.

Ma non è tanto la marina che conta per il prosieguo della guerra, quanto piuttosto l’esercito e la popolazione civile quando la seconda ondata raggiunge il suo picco. Gli alleati spingono affinché l’esercito italiano si decida a sferrare l’offensiva sul fronte orientale. Il capo di Stato maggiore, Armando Diaz, è titubante, pensa di rimandare le operazioni alla primavera, probabilmente non solo per l’intralcio dell’inverno alle porte, ma anche per lo stato sanitario delle truppe. Di diverso avviso sono il Governo e il suo primo ministro. Se Diaz può essere piegato, più arduo è piegare il morbo che devasta il Paese e mantenere l’ordine pubblico, fondamentale anche per la tenuta dell’esercito. In qualche caso, come nelle Marche, a fronte di un personale medico carente o del tutto assente, alcuni amministratori minacciano le dimissioni. Sono i primi scricchiolii.

Il ministro dell’Interno è ondivago. Nella prima quindicina di ottobre, anche a seguito delle numerose rimostranze che giungono da ogni parte d’Italia, è obbligato a chiedere a Diaz il passaggio alla popolazione civile dei medici della Croce Rossa e di parte di quelli in servizio fra l’esercito (ne otterrà circa 1200 su 16.000 in servizio, di cui poco più di 700 dai soli servizi territoriali e il resto fra l’esercito operante), ed è obbligato ad istituire nuclei ispettivi nelle regioni più colpite dalla pandemia con compiti non solo sanitari e di assistenza farmaceutica, ma anche di approvvigionamento alimentare[10]. Ma sottrarre medici all’esercito non è un’operazione a costo zero. Il 19 ottobre, l’intendenza della IVa e VIa armata, rispettivamente di stanza sul Grappa e sugli Altipiani, comunica le difficili condizioni in cui si esplica il servizio sanitario, dopo l’assegnazione degli operatori sanitari della Croce Rossa e di molti medici dell’esercito alla popolazione civile: 30.000 sono gli infermi, di cui 4.000 malarici e il resto per l’influenza in atto, 11.000 sgombrabili dagli ospedali delle due armate (che in tutto dispongono di 40.000 posti letto, insufficienti per i feriti che giungono quotidianamente dal fronte): ogni medico deve curare in media 150 malati, senza considerare che molti di loro sono pure ammalati della stessa influenza[11]. Il 21 e 26 ottobre, il Comando supremo consegna alla Segreteria un promemoria relativo alla IVa armata, segnalando: a) 20.000 ricoverati per influenza[12], insufficienza dei posti letto per i feriti delle operazioni di guerra in corso; b) impossibilità di effettuare gli sgomberi degli influenzati bisognevoli di lunghe cure nel paese per divieto del Ministero dell’Interno; c) deficienza di ufficiali medici dopo la cessione di 450 medici alla Sanità pubblica[13]. Le proposte del Comando supremo, inattuabili, danno conto del caos e del corto circuito fra esercito e società civile: inviare in licenza dagli ospedali militari i convalescenti di tutte le malattie per almeno 20 giorni; sgombrare nel paese i malati celtici, i malati infettivi convalescenti, i neuropatici, e, qualora tali misure non fossero sufficienti, sgombrare nel paese anche gli influenzati leggeri.

Intanto, fra la popolazione civile la guerra passa in subordine: hanno la meglio la fame e il carovita, la carenza se non l’assenza completa del personale sanitario, la mancanza di medicine o gli abusi nei prezzi, il trasporto e la sepoltura dissacranti delle decine e decine di migliaia di malati deceduti.

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Michele Pietravalle, del Consiglio Superiore di Sanità, così denuncia il quadro degli ultimi mesi di diffusione del contagio: «Nei comuni grandi, medi e piccoli, non solo si è dovuto constatare la mancanza di personale sanitario, pompato forse eccessivamente e tumultuariamente dalla guerra, non solo il difetto di ogni forma sussidiaria dell’assistenza sanitaria degli infermi a domicilio ed in locali ospedalieri, ma persino la insufficienza del servizio di polizia mortuaria. Anche il servizio farmaceutico ha dato luogo ad inconvenienti, a deficienze, ad abusi per quanto concerne i prezzi inaspriti, spesso ingiustamente, provocando lagnanze, proteste delle quali si è resa interprete anche la stampa, con increscioso discredito per l’esercizio farmaceutico in Italia»[14].

Quanto alla carenza di medicinali, già in settembre, la Direzione Generale di Sanità pubblica aveva rilevato che «molte delle materie prime che per lo innanzi si adoperavano nell’industria farmaceutica occorrono oggi nelle fabbricazione del materiale di guerra»[15], tanto da dover ricorrere all’importazione o alle forniture degli alleati.

Il Comitato per la mobilitazione industriale dell’Italia centrale (Ancona, Chieti, Terni, Roma), il 7 dicembre, relazionerà al ministro dell’Interno[16]: dal 10 ottobre al 27 novembre, su 40.048 operai, gli infettati sono stati 12.426 (74.697 giornate di assenze dal lavoro, a una durata media della malattia di 6 giorni), con punte di oltre il 30% nel mese di ottobre. Sono però fortunati: i decessi registrati sono pochissimi, perché le maestranze infettate nella primavera hanno guadagnato l’immunità. Con differenze però: l’area meno colpita è quella di Terni, in cui, su circa 13.000 operai, solo l’11% ha contratto l’influenza[17]; quella più colpita è la zona di Ancona, con il 29%.

Il 20 ottobre, il presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, V. E. Orlando, non ha trovato di meglio che inviare ai prefetti una ennesima circolare che, con il paravento del Consiglio Superiore di Sanità, impartisce disposizioni affinché continuino a minimizzare e rassicurare la popolazione:

Alle SS. LL. non può sfuggire l’importanza di questo ordine del giorno. Con esso il nostro supremo Consesso tecnico in materia d’igiene e sanità ha voluto soprattutto e in linea principale, riassumere e tradurre in un’affermazione recisa e solenne il responso unanime, le dichiarazioni che tutti i competenti non hanno esitato a fare circa la nota epidemia che attualmente ci travaglia come tutti gli altri paesi d’Europa, e non della sola Europa. Con questa affermazione il Consiglio superiore ha esplicitamente inteso di opporsi alle voci sorte e diffuse fin dal primo accenno intorno ad una più larga e intensa manifestazione della forma morbosa epidemica, apparsa da noi fin dalla primavera scorsa. Si parlò infatti fin d’allora di una malattia terribile, misteriosa, ignota nella sua causa e invincibile nei suoi effetti. Ora si tratta da noi, come si è trattato negli altri paesi, di voci arbitrarie, assurde, frutto di incompetenza e di fantastica sovreccitazione. Le osservazioni cliniche, come le indagini di laboratori hanno escluso ed escludono, in modo assolutamente indubbio, l’origine esotica della malattia, e attribuiscono in modo altrettanto indubbio a quella forma morbosa che è conosciuta sotto il nome di influenza la manifestazione pandemica attuale[18].

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Più volte la voce di pace, separata o fra tutti e due gli schieramenti, è corsa con insistenza fra i militari e la popolazione civile, alimentata in particolare in Italia dalle forze di opposizione interna e dal Vaticano. Orlando è obbligato dalla forza delle cose: se l’epidemia fosse esplosa fra il 1915 e il 1917, sarebbe stato difficile pensare ad un prosieguo della guerra, con il rischio di una guerra civile.

Minimizzare è stato ed è però impossibile. È il Reparto censura militare di Genova, che intercetta la posta civile diretta all’estero, molto di più delle caute note dei prefetti e dei servizi informativi, a presentare un quadro drammatico e potenzialmente esplosivo in tutta la penisola. La morte è di casa in ogni famiglia, accompagnata dalla penuria dei beni di prima necessità, dalla fame, dal carovita, dalla speculazione. “Libera nos a fame, a bello, a peste”: il Medioevo torna d’attualità.

Ma non si tratta della morte di sempre o del piombo nemico, che pure è inaccettabile. È una morte non addomesticabile. Se l’isolamento sociale e la contumacia dell’ammalato sono largamente evasi in tutti i campi della vita associata, le misure profilattiche, con poche varianti da un capo all’altro dell’Italia, trovano invece severa applicazione per i corpi dei deceduti, sino alla disumanizzazione della morte stessa. Vietati: il conforto dei familiari, le condoglianze, la messa in chiesa, le campane che annunciano la dipartita, i rintocchi funebri e il corteo che accompagnano il defunto al cimitero. Al divieto dall’alto si associa la paura del contagio dal basso: il cadavere, ritenuto infettivo, spesso resta insepolto, lasciato in casa per giorni e talvolta anche per strada. Il personale necroforo è ridotto: per malattia, per paura o anche per decesso. I vincoli di solidarietà familiari, di vicinato, di comunità, si dileguano. Deve intervenire una polizia mortuaria estranea precettata dall’autorità comunale, sanitaria o prefettizia. Sono i soldati della milizia territoriale, non poche volte, ad essere comandati per il trasporto e il seppellimento di cadaveri senza bare, avvolti in un misero lenzuolo e ammassati l’uno sull’altro su carri funebri anonimi, che sfilano tutto il giorno, spiati da lontano dagli usci e dalle finestre socchiuse. Non di rado, fosse comuni sono la sola possibilità di accoglienza per il gran numero di decessi giornalieri.

Per descrivere questa apocalisse, diamo la parola ad alcuni sunti di lettere censurate, che lasciamo con ortografia e sintassi invariate.

Da Isernia, il 5 ottobre, Donato Barbato a Ferdinando Barbato, in Conshohocken (Pennsylvania):

Questa è una malattia che corre da per tutto l’aria è infettata e non c’è una casa tranquilla e libera. Questa malattia la chiamano influenza perché vengono con le febbri fortissime, tosse e catarro in modo che spezza la persona anche se sia robusta tutte le forze. Poi per nulla si aggiunge la bronchite e polmonite, e si muore dopo tre o quattro giorni. Solo a Isernia vi sono 6.000 malati e i medici non sanno loro stessi dove andare prima, una casa scendono e un’altra ne salgono, e ne muoiono 7 o 8 al giorno e forse anche più. Siccome tutto il popolo è impressionato perché in una casa basta ammalarsi in uno che tutti si infettano, e questo è il brutto, perché nessuno assiste un altro perché tutti hanno paura del contagio. È venuto l’ordine del Municipio che chiunque muore non si suonano più le campane, né anima uscita né tampoco il cadavere può trasportarsi in chiesa, appena spirato si avvolge in un lenzuolo bagnato nel sublimato appena fatta la cassa vi si mette il morto dentro e si trasporta subito al cimitero per mezzo di una carrozza mortuaria ed è tutta montata di nero, hanno fatto questo per far meno impressionare il popolo a non sentire così suonare le campane[19].

 Da Castelbaronia (Avellino), l’11 ottobre, Giuseppe Melchionna a Luciano Melchionna, in New York:

Qui corre un’epidemia tremenda ne sono morti parecchi e parecchi, qui tengo 10 ammalati in casa, solo io, Arturo e mamma Tonia stiamo alzati. Però tutti sono in stato di guarigione.

Da Guardia Lombardi (Avellino), il 13 ottobre, Gaetano Magnotta a Leone Magnotta, in New Yok

Qui caro figlio c’è una malattia che viene chiamata febbre spagnola che grazie a Dio fino ad oggi qui ci sono molti ammalati, ma ancora non ci sono morti, ma tutta la provincia di Avellino e Napoli ne muoiono molti a Napoli 200 o 300 a giorno, Avellino lo stesso, a Torella ne muoiono 7 o 8 al giorno

Da Monterosso Almo (Ragusa), il 18 ottobre, Rita Meli a Gregorio Palombino, in Buenos Aires:

Stiamo attraversando momenti tristissimi fra peste e guerra. In tutta l’Italia vi è una grande epidemia chiamata febbre spagnola e che anche capitò a Monterosso; non vi potete immaginare quanta gioventù muore, se dura ancora non restiamo nessuno… si muore come l’animali senza conforto di parenti e di amici… è morta verso l’una, era ancora verso le sette e non si parlava di portarcela, non si potevano avere ragazzi nemmeno pagati, pregai tanti amici nostri e tutti si rifiutavano; si dovette andar io e tua zia aiutarci a portare la cassettina al cimitero.

 

Da Roma, il 21 ottobre, Albert Santier alla Neu Züricher Zeitung, che la censura della posta estera di Milano annota come Informazioni inopportune sulla situazione sanitaria in Italia – Si stralcia traducendo dal tedesco:

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Mentre in Svizzera persino i paeselli di montagna pubblicano ogni settimana la dolorosa statistica dei casi di influenza, soltanto pochi comuni dell’Alta Italia, tra cui la città di Milano che sempre dà l’esempio, seguito poi con esitazione da Roma, compilano dati statistici, che d’altronde non sono esatti che per i casi mortali, poiché i casi i casi di malattia vengono segnalati soltanto quando l’ammalato è ammesso in qualche ospedale pubblico. Da quei dati si vede che l’influenza apparsa in Italia questa primavera in forma poco grave, infierisce da un mese in tutta la penisola con la minima violenza e sotto apparenze assai serie. Mentre a Milano la media dei casi mortali di influenza ascende ad un centinaio ed a Napoli, dove la situazione sanitaria sta migliorando, si registrano ancora certi giorni sino a 150 casi di morte, il maggior numero di vittime si verifica a Roma, dove la malattia continua ad estendersi sempre più. Il bollettino ufficiale dà un totale di 190 casi mortali [giornalieri] d’influenza, cifra massima che, speriamo, non verrà sorpassata. Nelle provincie pare stia peggio, specie in Sicilia, negli Abruzzi Meridionali, nella provincia di Benevento ed in altre province del Mezzogiorno. Non si tratta qui di esagerazioni, precisamente perché mancano dati controllabili, e bisogna quindi accogliere le dicerie con riserve. … Il servizio sanitario è insufficiente, benché le autorità militari abbiano concesse numerose licenze a medici militari. Il chinino dello Stato fu presto esaurito… Più grave ancora fu la mancanza del latte a Napoli, dove il prezzo del calmiere per il latte è di lire 1,50 il litro, si poté appena trovare del latte a non meno di L. 3 al litro e conosco della gente che dovette pagare sino a L. 4 per avere poi del latte annacquato.

 

Da Bisaccia (Avellino), il 17 ottobre, Angelamaria Ruglio ad Antonio Ruglio, in Hartford (Connecticut):

Spero che lì non ci sia questa peste che qui infierisce, perché qui 2 o 3 per casata muoiono, portano i morti dalla mattina sino ad un’ora di notte, e appena spirati li portano, il dottore è ammalato ed il medico Cafazzo pure con la febbre, e pur troppo senza medici e senza medicine si muore.

Da Catania, il 22 ottobre, Maria Chiarenzo ad Antonio Chiarenzo, in New York:

In Catania sono mancate in un mese 8000 persone, signore, signorine in tutte le famiglie c’erano 2 o 3 morti e i vivi tutti ammalati, i cadaveri stavano tre o quattro giorni dentro, finalmente dopo di questo il Prefetto ha ordinate le automobili per il trasporto dei morti.

 

Da Firenze, il 15 novembre, la ditta Olivier & C a Olivier & C., in New York:

Vogliate notare chela situazione sanitaria attuale influisce molto sulla produzione di tutti gli articoli, trecce e cappelli (di paglia) poiché l’epidemia colpisce specialmente il contado. L’esecuzione delle commissioni è sempre più difficile, ci si portano solo ridottissima quantità in circolazione per il lavoro

 

Da Roma, il 5 dicembre, realtà e dicerie si mescolano: O. Valpiani a Pereyra Lucena de Mon, in Buenos Aires:

Noi, grazie a Dio seguitiamo bene malgrado l’epidemia chiamata febbre spagnola stia facendo molte vittime. È una malattia terribile e misteriosa, che, Dio voglia, non passi l’Atlantico. Con le restrizioni alimentari che è ancora più pericolosa. L’altro giorno l’autorità fece analizzare diverse latte di conserve alimentari che avevano questa iscrizione: Societé des produits hiberiques e si trovò in esse il germe difterite. Si scoperse che erano fabbricate in Spagna da una società tedesca che le inviava in casse dove era dipinta la bandiera inglese…. L’altro giorno da un conoscente, giunto da Ginevra, ho saputo che tre facchini nell’aprire una cassa rimasero morti ed uno moribondo.

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Chiudiamo questa rassegna con un ultimo caso, quello di Milano, paradigma dell’aporia fra pietas e misure profilattiche, su cui ampi ragguagli dà Il Corriere della Sera del tempo[20].

In Milano, come in tutte le grandi città, la profilassi per i funerali e le inumazioni presenta insofferenze e rimostranze aggiuntive rispetto ai centri minori, dato l’alto numero di morti giornalieri per sola spagnola. Il 19 ottobre, due giorni dopo in cui l’Ufficio comunale di sanità ed igiene ha comunicato 108 decessi e 662 casi di denuncia di nuova infezione per influenza, il consigliere comunale ing. De Marchi presenta un’interpellanza al sindaco «per conoscere se la civica amministrazione ritiene che le norme adottate in questi giorni per il trasporto delle salme corrispondano al decoro della città ed al più elementare rispetto dovuto ai defunti ed alle famiglie superstiti»[21]. Se la limitazione di affollamento per i funerali (messa in chiesa, corteo funebre) è in qualche modo passata, il trasporto anonimo delle salme suscita indignazione per la ulteriore spersonalizzazione della morte. Il sindaco risponde informando che «superato il periodo tumultuario dei primi giorni, si sta già provvedendo perché il trasporto delle salme possa avvenire in una forma più decorosa, in attesa di ritornare all’uso delle consuete carrozze funerarie [e che si istituiranno] in diversi punti della città altrettanti adatti depositi di feretri. Il funerale muoverà così dalla casa dell’estinto, potrà soffermarsi alla chiesa, e giungerà al più vicino deposito in un tempo brevissimo. Ferme restando le disposizioni prefettizie, che vietano i cortei funebri, il feretro potrà essere portato al deposito con accompagnamento sacerdotale. Dai depositi, durante la notte, col mezzo delle vetture tranviarie funerarie, le salme saranno trasportate al cimitero»[22]. «Questi provvedimenti – commenta Eugenia Tognotti – ebbero un enorme impatto sull’immaginario collettivo: orribili immagini di morti trasportati in carri collettivi, talora senza cassa, avvolti in un semplice lenzuolo, circolarono per la città, tra il 18 e 23 ottobre, suscitando indignazione e orrore. Se ne coglie l’eco nelle proteste dei lettori dei giornali, nelle interrogazioni dei consiglieri di opposizione, nei continui aggiustamenti delle disposizioni: a Milano già da venerdì 25 ottobre fu ripristinato in tutta fretta il trasporto individuale delle salme. Per evitare affollamenti, la carrozza funebre – seguita solo dai parenti stretti e dal rappresentante del clero – doveva recarsi a piccolo trotto verso la stazione di deposito e non al cimitero»[23]. L’amministrazione comunale di Milano fa approntare due depositi di feretri, uno al cimitero monumentale e l’altro alla stazione tranviaria di Porta Romana; «nessuno potrà seguire la carrozza, tranne il sacerdote che però dovrà essere in vettura. Così nessuna sosta in chiesa è ammessa, per evitare affollamenti intorno alla salma e perché le funzioni religiose possono svolgersi in forma di ufficio anche senza la presenza del defunto. Di poi, nessuna cerimonia potrà svolgersi; le salme verranno trasportate al Cimitero per mezzo di treni tranviari funebri speciali»[24]. Il 23 ottobre (86 decessi e 1031 denunce di infezione), l’Amministrazione comunale, con un comunicato stampa, tenta di tranquillizzare la popolazione richiamandosi al passato:

 

In relazione a voci diffuse nella cittadinanza di salme che sarebbero state portate ai cimiteri senza l’osservanza delle prescritte regole ed inumate senza cassa, siamo in grado di riferire che l’azione dei competenti Uffici fu sempre regolarissima. Infatti il trasporto al cimitero di salme non rinchiuse in casse avviene ora, come del resto in passato nei periodi normali della salute pubblica, precisamente quando per ragioni urgenti si rende indispensabile che le salme siano subito allontanate dalla casa demortuaria. In questi casi, le salme, non potendo, ai termini delle disposizioni in vigore, essere collocate nelle casse se non dopo trascorso un determinato numero di ore, sono avvolte, non in semplice lenzuolo, ma in tela impermeabile e in una coperta di lana e trasportate in speciali lettighe al cimitero. Trascorso il periodo regolamentare esse sono collocate nelle casse e inumate alla presenza delle rispettive famiglie. È quindi da confermarsi in modo assoluto, e ciò a sollievo di quelle preoccupazioni che fossero rimaste, che nessun cadavere fu caricato sui carri collettivi senza la rispettiva cassa, che solo a richiesta dei parenti venne fatto uso della lettiga con tutte le cautele e prescrizioni dettate per tale servizio e che nessuna salma venne inumata senza cassa[25].

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Il 30 ottobre (106 decessi e 570 denunce di infezioni) ancora una nota dell’Amministrazione comunale: il servizio delle inumazioni ai cimiteri è regolare, ma i cimiteri, già chiusi il 27, resteranno chiusi dal 1° al 3 novembre, i giorni deputati dalla tradizione cristiana alla visita cimiteriale.

Tanta sarà stata la pressione e tanto il malumore cittadino che l’11 novembre tutti i provvedimenti profilattici adottati saranno intermante revocati con un’incredibile motivazione: «il quasi ripristino dello stato normale della salute pubblica»; e ciò, nonostante l’Ufficio di Sanità ed Igiene del Comune, nel bollettino quotidiano sul decorso dell’influenza, comunichi 54 decessi e 364 denunce di infezione. L’assurda decisione, che riguarda non solo Milano, ma tutti i comuni della provincia, è presa su iniziativa congiunta della Giunta del Consiglio Sanitario e della Prefettura. Non avrà pesato il merito della spagnola, quanto la battaglia finale di Vittorio Veneto della settimana precedente.

È un caso per la tenuta dello Stato e della società civile che la disgregazione dell’Impero austro-ungarico acceleri (se non determini) la fine della guerra. Grandi raduni di massa festeggiano la vittoria dappertutto, e processioni laiche senza santi si snodano per le strade cittadine dalle Alpi alla Sicilia. Le campane, in sonno per i morti della spagnola, possono ora suonare a gloria per la fine di un incubo durato quattro anni. Il contagio dell’influenza è soffocato dal contagio della vittoria. Si continua a morire di spagnola, ma non c’è spazio pubblico per il dolore. Le autorità, a lungo maledette, sono le stesse che si appropriano della pace e della morte, non di quella provocata dalla spagnola, ma di quella eroica dei caduti in guerra per la patria[26]. Il sipario si cala sulla spagnola e si apre su uno spettacolo diverso da quello augurato, aiutato anche dal progressivo scemare del contagio e dei decessi. Il dolore e la morte restano, ma solo come fatto privato. Mi siano consentiti ricordi e considerazioni personali: nella mia infanzia e adolescenza ho sentito a iosa racconti di parenti sopravvissuti al contagio e/o memori di chi non ce l’aveva fatta; ma, tranne accenni fugaci nei libri di storia[27], non ho mai trovato letteratura al riguardo che la narrasse, a fronte di tanti narratori e storici (Tucidide, Lucrezio, Boccaccio, Villani, Manzoni) che sulle epidemie avevano scritto pagine memorabili. La censura di guerra resterà ancora per mesi, ma sono altri i fattori per cui cala il sipario sulla spagnola. Sicuramente interviene l’autocensura come componente psicologica di massa: il disfattismo introiettato come colpa o negato negli anni di guerra, si sublima nell’obbligo morale della condivisione della pace vittoriosa e della morte per la patria, a fronte della quale la morte di malattia, nel proprio letto è ben poca cosa. E poi il dopoguerra ha altre urgenze: prigionieri che ancora non ritornano e di cui si teme la sorte, o che, quando tornano a casa, portano altre e non meno terribili malattie infettive (dissenterie, tifo, malaria, vaiolo, encefalite); scemi di guerra non più finti per sfuggire al combattimento, ma uomini traumatizzati per sempre e in viaggio verso il nulla dell’ebetismo o della follia; orfani abbandonati; lutti difficili da elaborare; fame, carovita, tesseramento alimentare; incette e speculazioni di ogni sorta, disoccupazione, guerra fra poveri e fra i sessi. Il tutto fra speranza di un altro mondo da costruire e terrore di un’altra guerra da affrontare, quella per la sopravvivenza, il cui nemico è del tutto indefinito e allo stesso tempo non meno potente e opprimente.

Il nostro saggio potrebbe terminare qui, ma c’è ancora la coda del lungo dramma da raccontare. Le migliaia di celebrazioni per la vittoria se hanno l’effetto di rimuovere o di ricacciare nel privato la spagnola, comportano ulteriore contagio e morte fra popolazione ed esercito che s’incrociano, si abbracciano, si baciano, si stringono in affollamenti impensabili sino a qualche giorno prima. L’incubo della guerra, della spagnola e di altre malattie non meno micidiali, è ancora più lungo per le popolazioni delle terre riprese al nemico e delle terre redente. Nella pianura friulana, appena sgomberata alla fine della guerra, le condizioni di vita sono tragiche, come, il 13 novembre, recita il rapporto del comandante di cavalleria, V. E. Savoia Aosta: la popolazione muore letteralmente di fame per le requisizioni del raccolto di granoturco, degli animali bovini effettuate dagli austro-ungarici in ritirata; mancano o sono presenti in minima quantità beni di prima necessità, quali zucchero, caffè, olio, pasta, riso, sapone; pessime sono le condizioni sanitarie ed elevata è la mortalità per la spagnola, che ha colpito principalmente le donne e i bambini; assoluta è l’assenza di assistenza medica e di medicinali. Nelle settimane successive, un promemoria dell’Ispettore generale di sanità per la zona di guerra, riferirà dei prigionieri italiani rientrati dai campi di prigionia e degli internati civili: deperimento fisico, fame, rigori invernali, viaggio faticoso e stressante favoriscono morbilità e mortalità. Le attese di soccorso e di assistenza frustrate sono ragione di rancore verso lo Stato italiano. In Trieste sono ammassati non meno di 100.000 prigionieri italiani che attendono il rientro a casa; per tanti di loro il viaggio di ritorno finirà lì, fra freddo, bora, neve, notti all’addiaccio.

L1011629

Nella prima settimana di dicembre comincia la terza ondata della spagnola, colpendo prevalentemente le province del centro-nord. Il generale Morrone, l’8 dicembre, comunica al Comando supremo (all’Ufficio riordinamento e mobilitazione di Abano) che nell’ospedale di Udine vi sono 4.000 ricoverati, di cui 800 con problemi polmonari causati dalla spagnola, con pochissimi medici a disposizione, al pari di altri ospedali delle zone rioccupate. Nell’ospedale di tappa di Brescia della Ia armata, al 30 gennaio 1919, 3.000 ricoverati debbono ancora fare i conti con la spagnola: negli ultimi due mesi vi sono stati 402 decessi (letalità 13,4%) con la punta massima in ottobre.

Bisognerà attendere gli inizi della primavera del 1919 per tirare un sospiro di sollievo e assistere alla fine di un’altra guerra, quella del nemico invisibile, che resterà nella storia come spagnola.

Invece, l’Intendenza generale dell’esercito, attraverso il tenente generale medico ispettore, Lorenzo Bonomo, nel fornire un bilancio dei risultati ottenuti dalla Direzione generale della sanità militare, traccia un quadro trionfalistico della profilassi e delle terapie adottate e delle conquiste scientifiche realizzate sul campo. Della sua lunga relazione sarà sufficiente riportare qualche passo:

[…] I servizi sanitari che l’Italia ha istituiti sul teatro della guerra per vastità di organizzazione, per ricchezza e modernità di mezzi e d’impianti, appartenenti al Corpo Sanitario Militare, all’insegnamento, all’esercizio libero, alle pubbliche amministrazioni, hanno funzionato in modo assai lodevole. Essi hanno corrisposto alle molteplici e sovente ardue necessità nei riguardi tecnici e nell’interesse militare e sociale da costituire motivo di legittima soddisfazione per il Paese il quale ha trovato in sé tutto il complesso materiale sanitario in una misura che ha sorpassato i bisogni e capacità tecniche specializzate in modo da assicurare all’Esercito un’organizzazione sanitaria tra le più perfette e capaci, degna dei tempi e dell’alto suo mandato.

In una guerra che rimarrà memorabile per la potenza dei mezzi di offesa, per il numero dei combattenti, per la durata e per la violenza delle battaglie, per la proporzione dei feriti e per le cause epidemiche da combattere, l’organizzazione sanitaria ha rappresentato una sorgente di forze ed uno dei principali fattori della resistenza bellica. […]

Non meno importanti sono stati i risultati pratici ottenuti dai servizi igienici e profilattici, al cui ordinato ed armonico funzionamento in tutte le Armate è dovuta la efficace difesa della salute dell’Esercito e del Paese contro le malattie epidemiche, le quali, se apparvero fra le truppe sul teatro della guerra, furono prontamente circoscritte e spente senza il menomo intralcio delle operazioni belliche. Queste giammai risentirono delle malattie infettive ed epidemiche, le quali furono, nelle guerre anteriori, triste fattore di avversità e di sconfitte.

L’organizzazione dei servizi igienici e della diesa profilattica con larghezza dei mezzi e con sapienti direttive informate alle più recenti conquiste scientifiche, curata nei minimi particolari, ha permesso il regolare svolgimento della guerra di fronte a molteplici fattori di contagi. […][28]

 Le malattie circoscritte e debellate nell’elencazione sono il colera, il tifo e il paratifo, la meningite cerebro-spinale, il tifo esantematico, la tubercolosi, le malattie veneree e cutanee parassitarie. Ma l’estensore della nota si guarda bene dal menzionare la spagnola. Per essa non c’è posto nello spazio celebrativo e tripudiante della memoria pubblica e ufficiale.

 

 

[1] Al riguardo è la peste nera della seconda metà del Trecento a segnare una svolta nel campo medico in Europa: il contagio è dovuto al contatto interumano e dipende da ciò che fuoriesce dal corpo con il respiro, la tosse, lo starnuto. L’idea nasce attraverso una evidenza empirica, che per secoli era mancata per i tanti distorcenti ipse dixit, attribuiti ai grani maestri del pensiero (Aristotele in primis): i marinai malati che sbarcano a terra, o singoli individui e gruppi infettano immediatamente e mortalmente le persone sane con cui vengono a contatto. È il respiro del malato, è l’espettorato che va evitato per non contrarre la peste polmonare. Che tale convinzione sia supportata e s’intrecci con l’antica teoria dei miasmi, ossia della putrefazione dell’aria dovuta a influenze astrali che corrompono il corpo umano e lo rendono contagioso, non toglie nulla al salto scientifico che si compie e ai risvolti nella profilassi pubblica e nelle proposte terapeutiche.

Non possiamo rimproverare agli uomini di quel tempo di non aver saputo riconoscere batteri e virus, ma è un grande passo in avanti che abbiano osato accantonare la punizione divina e che siano andati oltre il fatalismo della congiunzione astrale, talvolta affermando di non avere alcuna idea circa la causa della pestilenza, e, con una rottura epocale, suggerendo rimedi diversi da preghiere, messe e processioni penitenziali, costruzioni di chiese, invocazioni o invenzioni di nuovi santi, passività e rassegnazione, e, in alcuni casi giungendo anche ad autopsie che hanno permesso di distinguere fra peste bubbonica e polmonare. Passo in avanti di cui alcuni risvolti pratici ci appaiono oggi ingenui o inutili se non dannosi (unguenti, suffumigi, salassi, ecc.), ma non quelli legati a misure preventive igieniche individuali e collettive e a ciò che oggi chiamiamo isolamento e distanziamento sociale, che, paradossalmente, a differenza di quanto accadeva in tanti antichi Stati (basti pensare a Venezia o a Firenze), spesso sono solo enunciati verbali : pulizia del corpo e dell’ambiente, diete salutari, quarantena, e, soprattutto, divieto di processioni, funerali, cerimonie nuziali allargate, affollamenti in genere, promiscuità fra malati e sani. Possiamo oggi sorridere davanti ai quadri e miniature che ci mostrano medici con maschere e nasi-proboscidi, ma siamo di fronte agli antesignani degli schermi filtranti davanti alla bocca proposti durante la spagnola.

[2]. Cfr. E. Levati, La spedalità italiana nel 1914, Fratelli Lanzani, Milano 1914.

[3] Il dottor Devoto, membro del Consiglio Superiore di Sanità, argutamente problematizza la chiusura delle scuole elementari: è opportuno tenere a casa in tuguri affollati o modestissimi alloggi e poco igienici i bambini, o tenerli in spazi più ampi e meglio igienizzati? Cfr. Relazione Lutrario…, del 1919, cit., pp. 29-31

[4] Così come relaziona l’ispettore sanitario del V corpo d’armata il 28 settembre, dopo l’insorgenza di diversi focolai infettivi: isolamento degli infermi negli ospedali per infettivi, disinfezione degli oggetti di corredo degli infermi e dei sani dei reparti infettati; parziale o totale attendamento, a seconda delle possibilità, per evitare addensamenti di truppe negli alloggiamenti; risanamento di questi e rigorosa osservanza della igiene personale; miglioramento del vitto con distribuzione di viveri di conforto. Cfr. AUSSME, E-3, b. 233.

[5] Ivi, sub data.

[6] Cfr. Relazione di Lutrario…, cit.

[7] Ivi, pp. 21 e segg.

[8] Cfr. Ivi, intervento a seguire alla relazione di Lutrario, di Rho, membro del Consiglio Superiore di Sanità.

[9] Cfr. Relazione di Alberto Lutrariodel 27 febbraio 1919 e relativa discussione, cit.

[10] Cfr. dispaccio telegrafico dell’8 ottobre, ACS, Min. Int., DGSP, b. 180.

[11] AUSSME, F-3, b. 233, sub data, fogli sciolti.

[12] Una cospicua letteratura e memorialistica (valga per tutti, anche per la bibliografia di riferimento, il testo di P. Giovannini, L’influenza spagnola: controllo istituzionale e reazioni popolari (1918-1919), in Sanità e società, Casamassima, Udine 1987, vol. II (che riporta i casi delle regioni dell’Italia centrale), offre un quadro tristissimo e tragico della frustrazione, dell’abbandono dei malati, sballottati da un ospedale da campo all’altro, spesso senza assistenza sanitaria, fra freddo, neve, ghiaccio, pervasi da sentimenti d’angoscia di fine imminente, non dissimili a quelli della popolazione civile, come vedremo più avanti attraverso le lettere censurate.

[13] Il 4 novembre, giorno della fine della guerra, il Ministero della Guerra (Direzione Generale Sanità Militare, Div. IV, sez. I) darà il suo ultimo bollettino sulla pandemia: infettati e decessi fra le truppe distinti per corpi d’armata:

dal 5 al 10 ottobre 1918, 18.963 infettati e 1095 decessi (letalità 6%) nell’esercito operanti; 8.544 infettati nell’esercito mobilitato;

dall’11 al 15 ottobre 1918, 17.932 sono gli infettati e 3214 i decessi;

nell’esercito mobilitato gli infettati sono 10.507; mancano le indicazioni dei decessi.

[14] Cfr. Relazione Lutrario…, del 1919, intervento di Pietravalle, p. 46. Memore di tali limiti, Pietravalle sarò negli anni a venire promotore dello scorporo della sanità pubblica dal Ministero dell’Interno per la costituzione di un apposito dicastero.

[15] Cfr. AUSSME, E-3, b. 233, p. 27.

[16] Cfr. AUSSME, E-3, b. 233.

[17] Cfr. ACS, Min. Int., DGSP 1910-1920, b. 191.

[18] ACS, Min. Int, DGSP 1910-1920, b. 180, circolare del 20 ottobre 1918.

[19] Questa come le altre lettere che seguiranno sono in ACS, DGSP, Sanità pubblica 1910-1920, b. 178; la data si riferisce a quella del rapporto, che segue di qualche giorno la missiva.

[20] Corriere della sera, numeri del 19, 20, 30 ottobre, e 11 novembre 1918

[21] Ivi, 19 ottobre 1918.

[22] Ibidem.

[23] Cfr. E. Tognotti, La “Spagnola”…, cit., pp. 79-80.

[24] Cfr. Corriere della sera, 20 ottobre 1918.

[25] Ivi, 23 ottobre 1918.

[26] Cfr. E. J. Leed, Terra di nessuno. Esperienza bellica e identità personale nella prima guerra mondiale, il Mulino, Bologna 1985 (1a ed.1979), in particolare il cap. VI, “Il veterano fra fronte e patria”.

[27] Eugenia Tognotti comincia il suo saggio (La “spagnola” in Italia…, cit.) con una domanda retorica provocatoria: “Una congiura del silenzio?”

[28] Cfr. AUSSME, F-3, b. 233, “Direzione sanità 3^ armata (1915-1919), Servizio sanitario in zona di guerra” – Relazione-bilancio dell’Intendenza generale del 19 marzo 1919, Ufficio Generale Medico Ispettore – Considerazioni sul funzionamento dei servizi sanitari di guerra”.

 

 

Le foto sono di Ugo Santinelli.

 

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