Il cigno non è nero, ma bianco sporco.

di UGO MORELLI.

 

Senza titolo1

Neppure il trauma relativo a Covid_19 ha evidenziato il tacito frame insostenibile nel quale siamo immersi. Anzi, le reazioni sono state, nella principale parte dei casi, di sorpresa di fronte all’inatteso. Ma dov’è l’inatteso? Non esiste alcun inatteso. L’evento era sempre già presente, ma non colto dal nostro orizzonte, perché siamo accecati dalla tenacia con cui perpetuiamo le nostre abitudini, anche quando sono autodistruttive e distruttive. Il “cigno nero”, reso noto da Nassim N. Taleb, nel suo libro Il Cigno Nero, pubblicato in italiano da Il Saggiatore, è un modo per indicare un evento per il quale non avevamo alcun indizio. Nessuna prova rendeva immaginabile quello che stava per accadere. Un evento “cigno nero” è prevedibile solo a posteriori. Non è affatto così per il coronavirus. Non c’è evento critico che componga il mosaico del dramma collettivo evidenziato dalla pandemia, che non fosse già in atto da tempo nella nostra esperienza e nelle nostre vite. Il cigno del Covid_19 non é nero ma bianco evidente, un bianco molto sporco, e individuabile da tempo. I segni dell’insostenibilità si sono presentati uno dopo l’altro da molti anni. La stessa Sars di cui Covid_19 è parte non è certo la prima. Le forme di vita, dal lavoro, alla distruzione dell’ambiente, ai consumi, alla produzione, al tempo e ai suoi usi, allo stress nella tenuta esistenziale individuale riguardo ai ritmi di vita, alla ricchezza senza felicità individuata perfino dagli economisti, all’indifferenza e alla solitudine, alle città invivibili, all’insostenibilità nell’uso dei patrimoni naturali, all’aria, all’acqua, al suolo, alla disuguaglianza, all’iniqua distribuzione delle possibilità di vita, per citarne solo alcune, erano non solo in crisi, ma al limite o oltre il limite della sostenibilità. Erano, insomma, come una bomba sul punto di esplodere. Covid_19 sta svolgendo la stessa funzione che svolge un evidenziatore con cui si sottolineiamo le parti di un testo: le parole e le righe ci sono già tutte ma giacciono sulla pagina e non vediamo di non vederle; l’evidenziatore le rende visibili. Un esempio fra tutti è il lavoro e il modo di considerarlo. Non riusciamo a pensare e a vivere il lavoro in modi adatti alla creazione di una civiltà sostenibile e planetaria, perché siamo incagliati in vincoli ideologici e consuetudinari che continuano a definire i codici delle nostre vite. Il principale di quei vincoli riguarda l’orientamento di base con cui il lavoro si pensa e si pratica, sia a livello personale, che sindacale, aziendale e collettivo.

Si parte più o meno implicitamente dal lavoro come necessità e come dovere; dall’ideologia del lavoro come destino, come concessione e come necessità; dalla morale della fatica e dell’occupazione lavorativa come fattore reputazionale e identitario. Il lavoro si ammanta di un senso normativo che gli conferisce una connotazione sacrale e religiosa. Unitamente a questi aspetti, sono gli interessi materiali intorno al lavoro e, quindi, il lavoro come oggetto di scambio, cioè come merce, a prendersi l’intera scena del modo di intendere e praticare il lavoro. Sarebbe invece necessario connettere finalmente il lavoro alla qualità della vita e alla sostenibilità. Bisognerebbe partire dal significato del lavoro, dall’intersoggettività al lavoro e dal pluralismo delle forme lavorative per cambiare i modi di pensare e vivere il lavoro.

E invece sono quelle di sempre le forme di lavoro da cui ci accingiamo a riprendere, verso cui spingiamo, a maggior ragione utilizzando la disoccupazione e i rischi occupazionali come cause di forza maggiore che impedirebbero di riflettere e di pensare a diverse prospettive e, soprattutto a fare un programma radicalmente alternativo.

Da dove bisognerebbe partire per guardare il lavoro da un altro punto di vista? L’ipotesi è che ci voglia una scelta radicale, che connetta i valori storici del tempo profondo delle relazioni e dell’azione umana, con il tempo, le forme di vita e le condizioni demo-economiche del presente e del futuro.

Un vincolo riguarda una concezione e una prassi del lavoro come merce da vendere da parte di chi ha solo quello per vivere, e come merce da comprare per chi domina finanza e economia. L’altro riguarda i vecchi linguaggi e le vecchie prassi del lavoro come destino, come valore supremo della vita, come unico mezzo per essere liberi, simbolizzato per sempre da un’agghiacciante scritta all’ingresso di un luogo simbolo della distruttività umana. Presi in questa tenaglia, di volta in volta ci affidiamo a quelle che sembrano “rivoluzioni”, come l’automazione, l’infosfera, la robotica, gli assegni assistenziali di diverso genere, dal reddito di cittadinanza, ai sussidi, alla cassa integrazione. Tutto questo apparato, che andrebbe visto come un unico fenomeno dalle tante facce, indica che siamo dentro un modo di pensare e di agire da cui non riusciamo ad uscire.

Non riusciamo, cioè, a pensare il lavoro a partire dal suo significato relazionale, emancipativo, realizzativo, relativo, da cui far discendere gli aspetti organizzativi, di scambio, contrattuali, normativi. Se si pone al centro l’azione e la sua produttività riconoscibile come una delle fonti del significato della vita umana, il lavoro emerge per i suoi significati esistenziali. Il modo di offrirlo, di domandarlo, di organizzarlo, di tutelarlo, di trovarlo, di cambiarlo, dovrebbero dipendere dal significato esistenziale, se no perché si lavora? Si lavora per vivere o si vive per lavorare. Si lavora per sé, per il senso che ha l’azione finalizzata per noi umani, da cui deriva il senso collettivo e la civiltà, o si lavora solo per altri?

A partire dal significato del lavoro e non dal lavoro come merce, ne derivano conseguenze profonde sui tempi di lavoro, sulla distribuzione del lavoro, sull’appropriazione dei risultati del lavoro, sui compiti, sui luoghi dove lavorare, sul benessere lavorativo, sulla produzione di che cosa e per chi…sulle forme di vita sociale, sulla sostenibilità, sulla mobilità, sulla distribuzione della popolazione sul territorio, sulle congestioni e sugli abbandoni dei luoghi, sulla vivibilità e la tenuta dei paesaggi della nostra vita.

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