Enzo Golino, il signore della critica tra Madame Storia e Lady Scrittura

di BIANCA MARIA PALADINO.                                                                                           

Ho conosciuto Enzo Golino nel 2003, era uno dei componenti della qualificata giuria tecnica del Premio Napoli quando era presieduta da Ermanno Rea. Di quel consesso facevano parte anche Nello Ajello, Bernardo Valli, Remo Bodei, Franco Cassano, Luciano Gallino, Bruno Arpaia. Silvio Perrella era il vice Presidente. Ermanno aveva molto a cuore il tema della lettura e quindi aveva istituito una giuria tecnica che selezionava tre testi per ciascuno dei quattro settori in gara (narrativa italiana, narrativa straniera, saggistica e poesia) e una giuria popolare formata dai cosìddetti comitati di lettura costituiti a Napoli, in Campania, in Italia e persino all’estero, che decretavano il vincitore votando per un libro tra i tre del settore prescelto. Il premio dunque veniva assegnato sulla base di un giudizio popolare. Io ero il coordinatore di un comitato di lettura di Avellino, “Gli amici di Ludmilla”. In quella veste avevo spesso contatti con l’organizzazione del Premio, la cui sede (Palazzo Reale a Napoli) era luogo di accoglienza e partecipazione dei lettori. Golino fu il primo giurato tecnico che conobbi, me lo presentò Ermanno Rea.

Era appena arrivato a Napoli, aveva ancora con sé la valigia, scambiammo poche parole. Il giorno dopo ci ritrovammo in una conversazione sui libri in concorso e mi ripresentai, quasi indignato mi ricordò che ci avevano già presentati! Avevo sottovalutato le caratteristiche per le quali era noto: l’estrema attenzione e una memoria straordinaria. Tra tutti era quello che metteva più soggezione, sembrava distante e diffidente ed invece era molto curioso, scrutava cose e persone, ascoltava, osservava, analizzava ogni parola verbale o scritta che fosse. Molto pacato, rigoroso, ma anche diretto. Abile nella conversazione con capacità di affondo da schermidore! Non amava le chiacchiere, ascoltava i diversi pareri ma incalzava l’interlocutore con domande puntuali. Conoscevo i suoi interventi su La Repubblica e l’Espresso e già nel 1983 avevo letto il saggio La critica militante, contenutoin una raccolta di Autori vari dal titolo Sette modi di fare critica, edito da Editori Riuniti. Mi aveva ricondotto a temi affrontati anche da Alberto Asor Rosa, sul cui testo di letteratura italiana mi ero formata. Così dopo diversi confronti ci scambiammo  gli indirizzi mail e cominciammo ad avere una corrispondenza letteraria che è durata fino a qualche anno fa. La prima conversazione riguardò la morte di Cesare Garboli che io avevo conosciuto nel 1997 a Torino, di qui seguirono discorsi sull’editoria, dalla cura editoriale alle problematiche distributive e di promozione del libro. Lo avevo incuriosito per la mia formazione, per i miei interessi di studi e letterari, e come molti, si stupiva che il mio lavoro fosse tutt’altro. Più tardi, nel 2006,  avrei ricevuto molti apprezzamenti per gli interventi sui testi di Rosso di Uwe Timm, e Istanbul di Orhan Pamuk, segnalati rispettivamente da Golino e da Ajello. Quell’anno Uwe Timm vinse il Premio Napoli e Pamuk il Nobel per la letteratura. Il confronto via mail con il mio interlocutore ormai mi imponeva necessari approfondimenti sui suoi saggi, troppo vasti i suoi riferimenti a testi e interpretazioni. Cominciai con Sottotiro. 48 stroncature, 2002, Manni, una raccolta di sue stroncature pubblicate insieme alle repliche degli autori dei testi recensiti. L’obiettivo era ottenere a contrario e per voce dello stesso autore una conferma delle motivazioni della stroncatura: una vera crudeltà letteraria, ma volta ad un obiettivo scientifico, dimostrare il rigore del giudizio del recensore a qualsiasi costo. Quelle stroncature erano una sorta di arringhe penali sostenute da prove inconfutabili. Tuttavia quel metodo, per quanto crudo, mi riconduceva al rigore del ragionamento, alla storica preferenza per la saggistica letteraria e sociologica, alla mia formazione giuridica, peraltro comune alla sua perché, come me, era laureato in giurisprudenza. In pratica mi aveva scelta tra i lettori, aveva intuito le mie possibilità e aveva deciso di attrarmi al giudizio critico letterario, come un docente con un allievo, ma in modo socratico, senza gerarchie. Avevo buone referenze, sapeva che avevo collaborato con Gian Carlo Ferretti con cui condividevo gli studi sull’editoria,  naturalmente connessi anche alla letteratura, ma allora non sembrava interessarmi la critica letteraria. Intanto le letture del Premio Napoli allargavano i miei orizzonti e lui aveva deciso di scortarmi dalla riva del saggio a quella della letteratura. Di qui lunghe dissertazioni su testi o temi letterari; giochi di scrittura; lettura di recensioni. Sembravano solo conversazioni ed invece erano guide, tracce, opzioni: a me la scelta tra i percorsi. Mi incoraggiò a scrivere e mi suggerì di cambiare lavoro, di puntare di più sui miei interessi culturali, ma non ho mai cambiato lavoro. Naturalmente nel corso degli anni abbiamo continuato a confrontarci su libri, lettura, editoria, ma ormai bastavano poche battute per intenderci. E’ stato invece un amico paziente e comprensivo che mi ha aiutato ad accettare e comprendere che la mia vita, che ritenevo fosse divisa tra sapere ed altro, tra la dimensione di provincia e il mondo,  era unica e complessa. Chi più di lui avrebbe potuto? Aveva sempre avuto interesse agli aspetti sociali della letteratura e ai profili psicosociologici delle persone che si occupano di cultura. Già nel 1969 aveva pubblicato Cultura e mutamento sociale, Edizioni Comunità(aveva lavorato per la Olivetti di Adriano ed aveva collaborato a Il Mondo di Pannunzio); nel 1976 Letteratura e classi sociali, Laterza; nel 1980 La distanza culturale, Nuova Cappelli. Golino era stato responsabile del settore cultura della Rai e delle pagine culturali de Il Corriere della Sera, La Repubblica, L’Espresso. Il linguaggio, la società e la storia costituiscono i pilastri su cui si fonda tutta la sua attività critica, come dimostrano i numerosissimi interventi e recensioni di testi italiani e stranieri, raccolti nel volume di oltre 1000 pagine dal titolo Madame Storia & Lady Scrittura. Saggi cronache interviste, 2011, Le Lettere. In questo ambito di interessi si colloca anche Parola di Duce. Il linguaggio totalitario del fascismo e del nazismo. Come si manipola una nazione, 1994 ed. aggiornata 2010, Rizzoli da me segnalato per la presentazione al Circolo della stampa di Avellino il 5 ottobre del 2010  in un dibattito tra l’autore, Generoso Picone e Saverio Festa.

Una serata che si rivelò un po’ eccentrica e provocatoria, come era nello stile di Saverio, del tutto difforme dallo stile sobrio e perfettamente understatement di Golino, poco poté la moderazione di Picone. Tuttavia fu lieto di quella occasione. I contesti sociali e culturali lo incuriosivano molto. In questa medesima direzione va inteso anche il suo interesse per Pasolini a cui ha dedicato Tra lucciole e palazzo. Il mito Pasolini dentro la realtà, 1995 e 2005 II ed., Sellerioe Pasolini e Il sogno di una cosa. Pedagogia Eros Letteratura, 1985 e II ed. 2005. Ne fu un attento studioso prendendo le distanze da quello che chiamava il pasolinificio. In Pasolinitrovava la naturale confluenza dei suoi stessi temi d’interesse cui peraltro si aggiungeva la poesia, un genere a cui ha sempre dedicato attenzione con una brevissima ed efficace rubrica su L’Espresso negli ultimi anni.   

Le sue conoscenze andavano ben oltre quelle  letterarie, come confermano alcuni interventi sui testi delle canzoni di Sanremo e sugli effetti sociali della musica cosiddetta “leggera”. Gli piaceva la musica e conosceva i testi di molte canzoni napoletane, che citava per scherzare quando voleva tradurre efficacemente un concetto. Era stato anche un bravo ballerino, come racconta Scalfari in La sera andavamo in via Veneto, 1986, Mondadori, “Io ed Enzo Golino ci difendevamo nel charleston” (p. 69). Da buon napoletano aveva il senso dell’ironia e sapeva cambiare registro passando dall’impegno alla leggerezza senza mai scadere nel cattivo gusto. Elegante e ricercato nell’abbigliamento  apprezzava il buon gusto nell’aspetto, nel linguaggio e nel comportamento. Apparteneva a quella generazione di intellettuali napoletani che avevano lasciato la città d’origine per darsi un futuro ma anche per imporre il prestigio della meridionalità. Golino, come Ajello, come Rea, come tanti ha dedicato tutta la sua vita alla lettura. Pur vivendo a Roma da tanto non conosceva delle parti o dei luoghi della città. Ciononostante era anche snob e mondano come la sua posizione esigeva.

Dopo la presentazione di Parole di Duce è tornato ad Avellino altre due volte. Il 1 marzo del 2011 nel ventennale della scomparsa di Alberto Moravia lo invitai a presentare i tre volumi editi da Bompiani: Lettere ad Amelia Rosselli, a cura di Simone Casini,  René de Ceccatty, Alberto Moravia e Cinema italiano, a cura di Alberto Pezzotta e Anna Gilardelli. Proprio in questi giorni si celebra il trentennale (il 26 settembre) e in molti articoli di giornali e radio vengono citati quei testi. In qualità di moderatrice della serata concordai con lui,  Generoso Picone e Aldo Spiniello che ciascuno avrebbe presentato un volume: Enzo Golino l’epistolario tra Moravia e Amelia Rosselli; Picone la biografia di De Ceccatty, e Spiniello il volume di raccolta delle recensioni cinematografiche scritte da Moravia per Il Corriere della sera. Poi si aprì il dibattito sui testi. Fu una serata memorabile. Pioveva a dirotto ma la sala del Circolo della stampa era affollatissima. Ne risultò un dibattito interessante soprattutto sul volume delle recensioni cinematografiche e sull’approccio critico al film del letterato rispetto allo sguardo dell’esperto di cinematografia. Organizzai anche, nei giorni successivi,  una breve rassegna di tre film (gli Indifferenti; il Disprezzo e il Conformista) tra i 20 tratti dai romanzi di Moravia dal titolo, suggeritomi proprio da lui,  CINEMAMORAVIA.  La terza ed ultima volta che è stato in città fu in occasione della presentazione del suo Dentro la letteratura. Ventuno scrittori parlano di scuola, natura, operai, lingua e dialetto, storia, 2011, Bompiani. Lo presentai al Caffè letterario, allora gestito dal compianto Tonino Petrozziello. Più che una tradizionale presentazione di un libro fu una piacevole conversazione in presenza di un pubblico vario ma attento e in qualche caso anche ignaro dell’illustre critico letterario che aveva di fronte.

Golino è forse stato l’ultimo critico letterario del giornalismo culturale. Almeno di un certo stampo, che nella brevità di una griglia tipografica concentrava l’estrema attenzione al testo e al linguaggio, il rinvio a saggi di approfondimento  e un giudizio netto e lapidario, come ci si aspetterebbe da ricerche accademiche.  In un suo articolo (4 marzo 1986) apparso su La Repubblica dal titolo La bonaccia del Mar della Critica, oggi raccolto in Madame Storia & Lady Scrittura nel paragrafo Corsa alle idee (p. 57 e segg.) scrive: “E se la critica letteraria fosse ormai soltanto un’appendice burocratica dell’organizzazione universitaria, un blando sostegno giornalistico alle strategie pubblicitarie dell’industria editoriale? Spesso certi libri e certi articoli comunicano questa fastidiosa impressione. A rifletterci bene, è un’impressione che deriva dalla mediocrità di quei prodotti e dal fatto – qui si passa a considerazioni più generali – che l’intero settore, accademico e militante, da tempo vola basso. L’eccezione, come suol dirsi , conferma la regola, e talvolta viene quasi malvolentieri riconosciuta, come se fosse un evento imprevisto che turba la bonaccia, scompiglia le carte….Le avventure metodologiche degli anni Sessanta e Settanta , la riscoperta dei formalisti russi, la pubblicazione o la ristampa di testi seminali hanno esaurito il loro potenziale di rinnovamento. L’avanguardia insomma, è diventata routine, ricerca applicata. Nulla di male, è un processo fisiologico, ma è giusto prenderne atto senza lasciarsi contagiare da deprimenti nostalgie. Tanto più che la critica letteraria …riflette sul disagio di esprimersi in una civiltà dominata da mass media più potenti.” Che cosa resta dunque al critico militante se non il piacere della lettura? Lascio alle sue stesse parole il bilancio di una vita ben spesa: “Una vita da lettore vale la pena di essere vissuta. ..Credo si possa essere critici militanti in molti modi, tenendo una rubrica sui giornali o su Internet, o curando un’antologia, o scrivendo un saggio, o insegnando a scuola, o dirigendo le pagine culturali di un quotidiano…purché sia riconoscibile un’idea di letteratura con qualunque metodo questa idea venga assunta dal critico e sperimentata nel vivo dei testi”.

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