MARIO CESA, la luce della madre.

di GENEROSO PICONE.

Il titolo dell’ultimo lavoro di Mario Cesa, “Cum luces matre” (“Infinitum duo” per l’esecuzione di Sergio De Castris al violoncello e Giuseppe Giulio Di Lorenzo al pianoforte, cofanetto con doppio cd, Ema Vinci, per l’acquisto: http://www.emavinci.it, info 349.5630021 o email@emavinci.it.), si regge su un iperbato: utilizza, cioè, una figura retorica che se non avesse lunga consuetudine di frequentazione da Torquato Tasso a Eugenio Montale potrebbe apparire costruita e addirittura modellata precisamente sull’idea di musica che ha il compositore avellinese. L’iperbato consiste nell’allontanare una parola dall’altra che in uno schema ordinario sarebbe dovuta apparire prossima sintatticamente e concettualmente: nello spazio che si apre va a inserirsi un ulteriore termine che rischierebbe di sabotare il senso della frase ma, al contrario, ne rivela il nucleo sostanziale del significato.

   “Cum luces matre”, nel paradigma di Cesa, rappresenta un esempio di sperimentazione delle tessere dell’enigma, per riandare a un altro suo testo musicale contenuto nelle “Opere per flauto” interpretate ad Roberto Fabbriciani ed edite nella scorsa primavera: una prova del gioco combinatorio che interroga le potenzialità delle varianti e trova la verità del fine. Qui, la trasposizione della parola “luces” al centro assume un valore fondante perché l’opera – che occupa un intero cd per la durata di un’ora e 5 minuti, ritornando con i moduli 8 e 9 nella quarta sezione del secondo disco – è un appassionato omaggio alla memoria della madre. Mario Cesa ne rievoca la figura attraverso una rivisitazione dei gesti, tessendo la trama di un dialogo scandito i 12 moduli apparentemente autosufficienti ma dalla coerenza formale che lascia intravedere un preciso collegamento, come nota Maria Gabriella Della Sala nella nota di accompagnamento. “Luces” ne è il cardine, si intromette e denota, si mostra il simbolo della luce della giornata e della vita in una dimensione ancestrale che esalta il rapporto di amore e di conflitto su cui si basa la dialettica tra madre e figlio. Il suono di “Cum luces matre” ne scandisce i momenti, nella ripetitività ricorrente dei timbri, nel “lavoro motivico” di cui parlava Arnold Schoenberg, nello sviluppo lento e quindi accelerato, nell’apertura del ritmo che consegna ambiti all’introspezione, nell’intreccio delle tessere della quotidianità che raccontano un mondo.

  La madre, la propria madre. Ma non soltanto la sua, dal momento che Cesa pare voler offrire all’ascolto un’opera aperta che nell’esecuzione si disponga ad accogliere reinterpretazioni e varianti così come l’esperienza personale e artistica suggerisce, per poi consegnarsi all’ascolto in una omogeneità unitaria. Della Sala la definisce “concreazione”, intercettando un tema costante del lavoro di Mario Cesa che gli deve venire dalle ricerche e dagli studi sulla musica popolare per definire la composizione “una forma solo transitoriamente compiuta perché espressione di una più vasta ed eterna esperienza in continuo divenire”.

  Quale altro argomento se non quello del ricordo di una madre può adattarsi a essere declinato in questo modo? Quale altro sentimento si presta alla soggettività autobiografica della narrazione? Cesa in “Cum luces matre” ripercorre il suo legame originario che lo porta a trovare il punto di partenza del suo itinerario culturale, la ragione dell’ossessione verso la materialità del suono, la dissonanza percussiva, la reiterazione dei ritmi. Tutto ciò costituisce un’eredità materna diventata base per il suo viaggio nelle possibilità del molteplice, come Gianvincenzo Cresta spiega nel suo saggio del 2001 sulla musica di Cesa.

  Qui il viaggio a-temporale pare richiudersi nella circolarità di un tragitto. Si nasce da una madre, se ne impara la lingua dei sentimenti, ci si distanzia e alla fine si ritorna a lei. Anche in sua assenza, soprattutto quando non c’è più. Un viaggio difficile e complicato, del resto ancora Schoenberg avvertiva che “se qualcuno intraprende un viaggio per raccontare qualcosa, non sceglie la linea più diretta”. Mario Cesa ne è consapevole e la sua fedeltà allo spirito che lo aveva animato agli inizi, negli anni ’70 in cui affermava con irriverenza “la musica non è gastronomia”, viene premiata dalla cura, dall’attenzione, dall’assoluto rispetto con cui il violoncellista Sergio De Castris e il pianista Giuseppe Giulio Di Lorenzo si misurano con i suoi lavori dal 2011. L’anno scorso alla sua presenza eseguirono in prima mondiale “Fictallata” per violoncello e pianoforte, presente nel cd accanto a “Frammenti Narranti” per violoncello, brano che Cesa ha scritto espressamente per De Castris. In “Cum luces matre” la loro adesione al progetto costituisce un valore aggiunto.

DA “IL MATTINO” del 20 ottobre 2020

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