Il boato dentro il quotidiano

di EMILIA BERSABEA CIRILLO.

Quarant’anni fa, il 23 novembre, lo trascorsi fino al dopo pranzo in Basilicata, a Barile, ospite di una coppia di amici. Era una giornata bellissima, limpida e calda, inusuale per quel mese sempre triste e piovoso soprattutto nei paesi dell’Appennino interno. Ricordo solo che nell’aria si avvertiva un odore di gas, abbastanza forte e penetrante che creò un certo sconcerto tra di noi. Cosa era e perché arrivava così a zaffate? Chiesi al marito della mia amica e quegli addusse la causa a certi lavori che stavano facendo in paese, poco lontano dalla loro casa.

Non dimentico le montagne azzurre del Vulture e la campagna splendida, il mio sudore sotto un maglioncino rosso che mi ero fatto ai ferri, il colore verde e giallo delle mele nell’orto, quell’aria silenziosa, levigata di certe domeniche proprie dei paesi di argilla. A pranzo si accennò al fatto che il livello del lago di Monticchio era un poco sceso e fu data colpa alla siccità, a quel caldo esagerato che ci assediava da mesi. Avevo mal di testa, un cerchio mi stringeva le tempie. Cercai di riposare, inutilmente, per alleviare la stretta. Quando partii, facevo fatica a tenere gli occhi aperti

Arrivai ad Avellino alle diciannove. In casa c’era  tutta la mia famiglia. Ci preparavamo ad affrontare la nuova settimana. Mio padre e Gerardo guardavano la televisione, mia madre stirava, mio fratello Carlo ripeteva la lezione di inglese, Antonella si asciugava i capelli in camera, io le raccontavo di Barile, della   puzza di gas, del mio mal di testa.

Il boato ci colse così, nel nostro innocente attimo quotidiano, come uno scontro tra due camion nel cortile di casa. Le mura vacillarono, i vetri tremarono, i lampadari oscillarono impazziti.

“Il terremoto!” gridò mio padre e ci raccolse tutti sotto la piattabanda del muro maestro della stanza da letto. Mia madre recitava l’Ave Maria ad alta voce, la copertina della Bibbia che mio fratello aveva in mano sbatteva sotto il mio mento, “Non cadrà questa casa” assicuró mio padre per farci coraggio “il tufo è solido” . Ma intanto quel movimento, come di una giostra senza più cardini, non passava e afferrava ai piedi, come a volerci tirare giù.

Rimanemmo stretti in un abbraccio convulso, per tutto il tempo.

Per un minuto e mezzo il Fato maligno infierì sulla nostra terra, riducendo in briciole quello che l’uomo aveva messo su, pietra dopo pietra, nel tempo. Messo su con amore, con maestria, con fatica, per dare forma e riparo a un luogo, perché le foreste e l’argilla e le valli diventassero case, strade, piazze, chiese e che in quegli spazi scorresse il tempo e l’esistenza della gente che vi era nata o che decideva di fermarsi. Le voci tacquero, da altre parti dei paesi urlarono lamenti impastate alla polvere, alcune ripresero a dire, altre finirono murate per sempre. Niente fu più lo stesso. E perché mai avrebbe dovuto.

In quel pomeriggio, quasi sera di novembre si capovolsero i destini di un Sud così interno da sembrare invisibile al mondo. Eravamo come una regione dimenticata dell’India, del Ruanda, dell’Amazzonia, buona solo a produrre emigrazione e soldati mandati in guerra. Ma improvvisamente l’Irpinia fu su tutti i giornali, sulle televisioni, sui satelliti, tutti seppero “Vi è un luogo al centro dell’Italia circondato da alte montagne, “ come canta Virgilio,, che divenne “famoso e celebre in ogni posto”.

Noi eravamo in quel luogo. Noi eravamo quel luogo.

Come in tutti i perfetti capitomboli, si ritorna sempre nella posizione di partenza. E noi, dopo quarant’anni, sono trascorsi tanti anni e come disse la Becchi Collidà “passano gli anni e il nuovo non viene” , siamo qui ad aspettare un futuro sommersi dalle erbacce del presente.

Cosa non ha funzionato? Perché siamo una terra senza gente che la abita, malgrado le tante case e villette ricostruire? Perché non si viene a vivere nei nostri paesi? Cosa ne sarà di loro, quando i vecchi saranno morti? Vale tanto poco la memoria? Credo che non ci sia stato un progetto politico ampio, moderno, lasciatemi il termine, azzardato per la nostra terra. Tanto si è detto e scritto, che non voglio aggiungere parole a parole. Ma avrebbero fatto bene, i tessitori di consensi del tempo, a consultare una Sibilla Cumana, una Ursula Le Guin, un Gianni Celati, un Burri per avere un percorso operativo da seguire.

 Siamo una provincia che è agli ultimi posti in Italia per infrastrutture, per occupazione, per innovazione. Siamo un territorio geografico non produttivo, pur avendo eccezionali potenzialità. Avremmo dovuto fare quello che scriveva e andava dicendo Rossi Doria, puntare su un’agricoltura alta, su un turismo agroculturale e non decidere per paternalistici “aiuti a pioggia.” Ma oggi è un giorno di ricordi e di lutto per tutti noi e finiamola qua.  

 Solo molti anni dopo, ho scoperto che la puzza di gas, il mio feroce mal di testa, l’abbassamento del livello dell’acqua del lago di Monticchio erano segni premonitori della catastrofe che stava arrivando. La Terra ci avvisa sempre, a modo suo.

Non sono mai tornata a Barile. 

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