L’ Irpinia degli anni ’70 (3)

di ANNIBALE COGLIANO.

Le elezioni politiche e amministrative della prima metà degli anni ‘70

Le elezioni politiche del 7 maggio 1972 (circoscrizione Avellino-Benevento-Salerno) registrano puntualmente la forza e la crescita dei nuovi e vecchi protagonisti. «La D.C. spegne la Fiamma», titola la “Tribuna dell’Irpinia”[1], per il suo 48,8% (in termini assoluti 11.000 voti) e l’aumento percentuale di punti rispetto alle elezioni del 1968 (in cui pure era aumentata dell’1,3% rispetto alle elezioni del 1963) e di 7 rispetto alle regionali del 1970, prosciugando i suoi alleati di centrosinistra (socialisti, socialdemocratici, liberali).  Ne escono ridimensionate le aspettative della Destra, che aumenta del solo 0,9% i voti della precedente consultazione (eletto è Covelli, segretario nazionale del Partito monarchico). Sul piano elettorale è ancora Sullo (ministro della Ricerca scientifica) il primo eletto in Irpinia[2]; De Mita è primo però con 130.000 preferenze nella circoscrizione (rispetto alle 120.000 di Sullo), ed è in buona compagnia con i suoi fedeli della corrente di Base, Giuseppe Gargani, Scarlato, Pica[3].

I comunisti crescono di mezzo punto rispetto al 1968, e di 3 punti rispetto alle regionali del 1970, attestandosi sul 19,3% (eletto in Parlamento Stefano Vetrano, ex dirigente sindacale[4]), assorbendo solo parzialmente il PSIUP in discesa, che, con l’1,6%, segna la sua quasi scomparsa dalla scena irpina, e dando un aiuto per l’elezione di Manlio Rossi Doria, nel collegio senatoriale di S. Angelo di Lombardi.

Le elezioni successive del 12 maggio 1974 (referendum per l’abrogazione del divorzio), anche se non possono essere considerate politiche in senso stretto, non sono meno politiche: il segretario della Democrazia cristiana, Amintore Fanfani, ha imposto anche a tanti del suo partito, il referendum popolare per l’abolizione del divorzio (legge Fortuna-Baslini del 1° dicembre 1970), chiedendo alla società civile di annullare un diritto appena faticosamente conquistato qualche anno prima. Sul piano nazionale ne esce battuto da uno schieramento politico molto ampio, che va dalla estrema sinistra alla destra liberale, malgrado l’appoggio massiccio della Chiesa, che ritiene di poter imporre per legge quello che per essa è un valore sacramentale (l’indissolubilità del matrimonio). Sono numerosi anche i cattolici che non accettano l’integralismo fuori stagione e il ritorno al collateralismo democristiano. Il referendum in tutta Italia è respinto con il 60% dei voti, esattamente il contrario in Irpinia, dove passa invece con il 61%. Ma il 39% dei voti per il no all’abolizione di un diritto civile apre  una dialettica inusuale nella società, che può qualificarsi, in prosieguo del ’68, come rivoluzione culturale più di massa: la libertà di scelta coniugale e l’autonomia della donna; la parità dei generi; il femminismo che va oltre l’emancipazione puramente economica per investire globalmente il campo dei rapporti uomo-donna; un nuovo diritto di famiglia da conquistare; la necessità di regolare l’aborto, che, clandestino, miete migliaia di vittime ogni anno; la lotta per eliminare sul piano giuridico la normativa assolutoria per il delitto d’onore, di stampo feudale se non millenario nella società occidentale;  la libertà sessuale anche al femminile; la sacralità del corpo femminile, attentare il quale non è più una questione di pudore, ma di offesa grave alla persona; ecc.

I comuni dove il no è vincente sono i comuni classici delle occupazioni delle terre, delle rivolte del secondo dopoguerra e dove, in genere, storicamente la sinistra è più radicata[5].

Da registrare piuttosto un limite che è anche un interrogativo: va a votare in Irpinia solo il 66% degli elettori. Arretratezza e/o mancata condivisione di tanti democristiani della scelta conservatrice del centro nazionale? Anche nel comune capoluogo vince il fronte antidivorzista, sia pure con un margine ridotto (il 52%). Altri dati apparentemente anomali: in Grottaminarda, centro commerciale e dove la famiglia non è certamente un valore assoluto, il sì prende il 65,34% (2.338 su 3.578 voti validi); in Ariano, seconda città della provincia il sì ottiene il 66,50%. Conta probabilmente in entrambi i comuni, collocati nell’area dell’insediamento Fiat, più che la scelta di merito, la promessa democristiana con la relativa speranza occupazionale.

Le elezioni regionali del 15 giugno 1975 registrano per la prima volta un calo della Democrazia cristiana, che passa al 40%, e una crescita significativa del Partito comunista (in linea con il trend nazionale), che per la prima volta supera la soglia del 20%, attestandosi sul 23%. Le politiche del 1976 vedono però di nuovo in ascesa la Democrazia cristiana che ottiene il 45, 49%, e un ‘ulteriore balzo in avanti del Partito comunista che tocca il 26,61%. A farne le spese in entrambe le consultazioni sono indistintamente i partiti del centro-destra e i socialisti, espressione della polarizzazione in atto nel Paese delle due grandi forze storiche del secondo dopoguerra e dei processi culturali innovativi degli ultimi anni.

La Campania, regione di profondi squilibri territoriali e sociali: comunisti e democristiani a confronto

Fuga dalle zone interne e dalla montagna, emigrazione, inurbamento caotico, squilibri territoriali profondi, degrado del territorio: sono i nodi  classici della questione meridionale dopo l’Unità, riprese nel secondo dopoguerra nel dibattito meridionalistico e nelle ipotesi di programmazione governative e delle proposte delle opposizioni. Osso e polpa – per dirla con un celebre meridionalista, Manlio Rossi Doria, senatore eletto nel collegio dell’Alta Irpinia e consigliere comunale ad Avellino nei primi anni ’70 – era la metafora di successo per designare non solo il dualismo Nord-Sud, ma anche lo squilibrio territoriale interno di una regione quale la Campania, dove popolazione, abitazioni e industrie sono localizzate in un lembo finitimo del territorio (in Napoli e comuni limitrofi e in alcune aree della provincia di Caserta), a fronte del deserto progressivo del restante.

Con gli inizi degli anni ’70 vi è una ripresa in forme nuove delle questioni antiche, con l’Irpinia che diventa teatro di confronto e di sperimentazione di un nuovo modello di sviluppo, i cui protagonisti, al vertice, sono la sinistra democristiana e la sinistra comunista. La proposta comunista è un’articolazione su scala provinciale e regionale della teorizzazione ingraiana del nuovo modello di sviluppo, che affida allo Stato e alla programmazione economica una modernizzazione compatibile con la qualità della vita (salari adeguati, orari, piena occupazione, servizi sociali), il rispetto dell’ambiente e delle vocazioni territoriali (in Irpinia l’agricoltura). Vertenza Campania è il nome dato a tale proposta, che ha il suo battesimo nel il 12 novembre 1972, con una manifestazione regionale nel capoluogo irpino (50.000 partecipanti, annota il Prefetto), con coinvolgimento delle tre organizzazioni sindacali di massa, il consiglio regionale, i 5 consigli provinciali della regione.  La proposta democristiana, dopo l’infrastrutturazione a macchia di leopardo operata nei due decenni precedenti dalla Cassa per il Mezzogiorno, punta a poli di sviluppo – nel caso irpino l’industria in montagna –, confidando sia nelle Partecipazioni Statali che nel ruolo propulsivo del mercato, da sollecitare con finanziamenti pubblici a fondo perduto e da orientare con le leve del comando di cui dispone (fra l’altro, ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno è De Mita nel 1974). Nessuna delle due linee sarà alla fine vincente: la prima perché velleitaria, ai limiti dell’utopia nel quadro storico sociale e produttivo dato[6]; la seconda perché il mercato e le stesse Partecipazioni Statali obbediranno alla pura logica del profitto e alle compatibilità di sbocco commerciale in una crisi mondiale che vede annaspare i paesi egemoni e saltare gli equilibri degli scambi nei blocchi costruiti nel secondo dopoguerra. La prima, quella di Bassolino, ha il grande merito di porre per la prima volta la questione della regione non come una pura unità amministrativa, ma come area da governare in modo organico e senza gerarchie territoriali. In termini di cultura politica è l’uscita dal municipalismo e dal corporativismo territoriale, la sconfessione della politica secolare come esercizio di potere e di controllo di feudi elettorali. La seconda, più realistica, ha il merito sì di portare reddito e occupazione in alcune aree, ma solo per qualche tempo e al costo di sconquassare ulteriormente il territorio, che vedrà aggravarsi i mali antichi, sino alla scomparsa dei più elementari anticorpi democratici.

Tutte e due le proposte hanno come sfondo il compromesso storico, la linea di reciproco avvicinamento del Partito comunista e di parte della Democrazia cristiana[7]: dopo il colpo di stato e la repressione feroce che ne è seguita in Cile per la rottura fra la Democrazia cristiana e il Partito socialista, suggerisce un incontro programmatico ed ideale fra ideologie e forze che sinora si sono fronteggiate, una ancorata al Governo e un’altra confinata all’opposizione sin dalla rottura dell’unità nazionale alla fine degli anni ’40. Il comune riferimento alla Costituzione ha sinora comunque garantito il quadro democratico e uno sviluppo economico e sociale, ma, per la profondità della crisi in atto, ciò non è più sufficiente, come non è più sufficiente il centro-sinistra, che ha incluso i socialisti, ma ha tenuto fuori i comunisti.

La relazione di Bassolino al XIV congresso provinciale del Partito comunista, del febbraio 1975[8], e l’intervento di De Mita al congresso regionale dello stesso Partito comunista nell’anno successivo consentono di cogliere non solo le idee, ma il cammino nel territorio provinciale effettuato da entrambe le forze negli anni ‘70, almeno sino a quando s’interrompe il processo con l’assassinio, nel maggio del 1978, da parte delle Brigate Rosse del segretario nazionale della Democrazia cristiana.

Il sistema capitalistico è attraversato da una crisi storica strutturale – è l’incipit della relazione di Bassolino –; il movimento del ’68 e del ’69 ha incrinato l’egemonia democristiana sul piano culturale e sul terreno strutturale del suo blocco sociale e ha posto al Partito comunista compiti di nuova elaborazione; la crisi ha spostato a sinistra gli equilibri mondiali a favore dei paesi socialisti e del Terzo mondo, nonché della classe operaia dell’Occidente. «È la conclusione di un’epoca apertasi con la Rivoluzione d’ottobre, che ha visto il socialismo affermarsi in un terzo del mondo, il formarsi di grandi blocchi contrapposti, il nascere di potenti gruppi multinazionali e di forme di moderno neocolonialismo e neo fascismo. [… È una crisi che può indirizzarsi] verso un nuovo potere oligarchico con mostruose concentrazioni di capitale finanziario internazionale, a prezzi inimmaginabili per i popoli del Terzo Mondo e per la classe operaia dell’Occidente. Può degradare verso una moderna barbarie, un ritorno all’indietro del genere umano, la sconfitta della pace». Un ruolo autonomo dell’Europa, con apertura alla NATO e un rapporto riformistico con la classe operaia e le sue espressioni sindacali e politiche, può invertire il trend. In Italia, in generale i governi cadono e si formano in maniera determinante a seguito delle lotte di massa nel Paese.

In Italia si è inceppato e distorto un meccanismo di sviluppo che ha sacrificato il Sud, l’agricoltura, i consumi di massa. Occorre pensare ad una ristrutturazione produttiva che investa l’insieme dei comparti e dei settori produttivi, con diversa gerarchia di priorità e convenienze, ristrutturazione che può esserci solo con una svolta democratica e un governo con la presenza comunista[9]. «E nel Mezzogiorno a che punto siamo? In tutti questi anni sono avvenute trasformazioni profonde: lo spopolamento massiccio delle campagne, l’inurbamento di grandi masse e la crescita abnorme delle città, la relativa scolarizzazione di massa e il formarsi di un autentico esercito di manodopera qualificata grazie alla componente valore-istruzione della forza-lavoro, componente che entra in contrasto con la ristrettezza e l’aspetto fondamentalmente burocratico-parassitario della struttura economica produttiva. […] È la stessa gravità della crisi che scuote l’intero Paese, le lotte che dal ’68 in poi hanno intaccato vecchie posizioni, equilibri che sembravano consolidati ed eterni, a riproporre come banco di prova (nel bene e nel male) la questione meridionale. […] Ma vediamo anche, e senza eufemismi, proprio perché non partiamo da zero e sappiamo di essere diventati, in parte, anche nel Sud un’altra cosa, i limiti seri: gli errori del movimento operaio nel ’69-70, la lunga sottovalutazione (non ancora del tutto superata)  della questione agraria, i ritardi sulla questione urbana (e perciò dei nuovi modi in cui si pone il rapporto città-campagna), la non piena coerenza meridionale e meridionalista del movimento, l’inadeguatezza, la non piena tensione ideale e culturale. […] Ancora oggi incontriamo difficoltà a dispiegare tutte le forze ed energie nella battaglia attorno alla questione agraria – lungo è stato il ritardo del movimento sindacale nell’assumere l’agricoltura come prima priorità per lo sviluppo del Paese. Solo di recente, la Federbraccianti si è impegnata sul tema decisivo per il Mezzogiorno interno ma essenziale per tutta l’economia nazionale dell’uso produttivo delle terre abbandonate. E così la battaglia per gli investimenti che si scatenerà nei prossimi giorni non potrà non vedere l’impegno per l’entrata in campo di un movimento di massa, sindacale e politico, per l’irrigazione, per il piano delle acque di Puglia, Basilicata ed Irpinia, in tutto il Sud, di milioni di ettari di terra. […]

La Campania, la più grande regione del Sud, è terra e teatro di grandi contraddizioni. La prima è tra la profondità della crisi e le sue reali potenzialità: un quarto della disoccupazione nazionale, continue emergenze, l’arretratezza paurosa delle attrezzature civili nelle città e nelle campagne, il degrado delle zone interne, lo sfascio della collina e della montagna; ma anche la regione con metà dell’apparato produttivo meridionale presente a Napoli, con lo sviluppo industriale, certo distorto, a Caserta, con l’agricoltura di pianura più produttiva d’Italia, con il porto di Napoli, con immense risorse naturali e umane. […] Occorre mutare il malcontento delle zone interne, il discredito in opposizione politica a questo modello di regione, delineando in positivo un progetto politico istituzionale fondato sulla vera fondazione della Regione e dello scioglimento del rapporto non Napoli-zone interne, ma Napoli-Campania, dell’armonia dello sviluppo e dell’unità politica».

La relazione, pur nell’orizzonte propositivo ancora alto, si chiude denunciando la crisi del cammino della vertenza Campania. Di lì a qualche mese, Bassolino, chiamato a Napoli (sarà segretario regionale del Partito nel novembre 1976) lascia l’Irpinia. A sostituirlo sarà Michele D’Ambrosio, da lui stesso designato quale successore, un errore politico di cui si accorgerà più tardi: dirigente accentratore, rigido, moralista, pugno di ferro contro il dissenso interno, monarca assoluto di una forza politica che abortiva proprio quando si stava aprendo e crescendo nel dialogo. Della vertenza Campania non resterà più nulla, se non una grande utopia culturale e politica. La sinistra e le forze sindacali, nella seconda metà degli anni ’70, non potranno far altro che fare i conti con il progetto vincente democristiano, sia rispetto alle aziende insediate che a quelle promesse[10].

La Democrazia cristiana è, come abbiamo già anticipato, protesa all’industrializzazione del territorio, sia potenziando il nucleo industriale di Pianodardine e sia promuovendo un nuovo polo di sviluppo nel cuore dell’Irpinia centrale (Valle Ufita). Un prospetto redatto dalla Prefettura relativo al nucleo industriale di Pianodardine (periferia di Avellino) fotografa al contempo il vecchio e il nuovo[11]:

Prospetto aziende del nucleo industriale di Pianodardine

al 31 dicembre 1976:

Aziende insediateOccupazione (unità) attuale     finaleInvestimenti (milioni)        attuali       finali
Imatex (filatura cotone e terital-cotone)        406           500            2.200           2400
Carito Colomba frigoriferi12               12          85                85
Officina carrozzeria auto12                1265                  65
Fratelli Giulivo (marmi agglomerati)60              200200                200
Marsella F. (bituminosi)15                15100               100
Irpinia calcestruzzi20                20190               190
Ferrero (prodotti agricoli)22              120500             1.400
Amuco (indumenti da lavoro)        317              500560             1.000
Me.Res (resine) 41               120460                850
Irpinia SPA (carne in scatola)        177                2001.100           2.000
Marmifera Irpina 38                 60 
SAMSA (serrami auto-ferrovieri)121              2501.300            1.300
SAMM s.p.a. (utensileria per industria meccanica)[12]210              6007.000           12.000
Italiana Jäger Sud (strumentazioni automobilistiche)73                200400                 750
Metalrame (lavorazione rame)63                 3001.400             2.000
Totali1.733           3.11916.700         26.740

Insediamenti in atto

Insediamento in atto o in corso     Occupazione   (unità) attuale     finaleInvestimenti (milioni) attuali         finali
Italdata (lavorazioni elettroniche e meccaniche)220            600        4.500            8.000
COM.BAT (stampaggio resine)45              250500              2.000
Tecnocogne (acciai speciali)        300              30035.000        35.000
Lima Sud60               1501.000            1.500
Italrame50               1508.000           11.000
De Vizia (carpenterie metalliche)30                 60500                   800
Fratelli Urciuoli (lavorazione legno)22               120500                 1.400
Totali             735           1.53049.000          58.900

Dieci milioni circa per ogni occupato è la media per capitale investito. Ma se si scorpora l’occupazione per azienda, il tasso è estremamente differente. Prendiamo alcuni casi: per l’Amuco l’investimento è minore di 2 milioni per addetto; per la Me.Res è di poco più di 4 milioni per addetto; per la Jäger di circa 7; per la SAMSA è 11 milioni per addetto; per la Ferrero è di poco meno di 23; per la Samm (indotto Alfasud in prevalenza, ma anche Fiat  e altre aziende) il rapporto è di 33. Ciò che varia è la composizione organica del capitale investito: a monte non vi è un’opzione che seleziona una proporzione fra investimento e numero potenziale o reale degli occupati. Come dire? Gli investimenti sono a pioggia, dipendenti in gran parte dal personale politico intermediario, che stimola o raccoglie disponibilità pubbliche e private. Il polo di sviluppo (o i poli di sviluppo cui si aspira) è uno zibaldone produttivo con scarsa se non nulla autonomia, esposto quanto mai alle logiche di mercato. In aggiunta: alcune aziende, in particolare quelle delle Partecipazioni Statali sono aziende decotte, che lavorano già in perdita. Il caso più rilevante è quello della Tecnocogne (del gruppo EGAM), che presenta un investimento iniziale di 35.000 milioni per 300 lavoratori, ossia 116,66 milioni per addetto[13]. La EGAM continua a lavorare in perdita nella gran parte dei suoi comparti; è credibile che possa spendere 35 miliardi di lire per un nuovo stabilimento? L’insediamento dell’Italrame, pure dell’EGAM (il CIPE ha deliberato il 28 luglio 1975 per opere infrastrutturali) ha un costo di 8.000 milioni per 50 addetti, ossia 160 milioni per addetto. Per dirla con Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani, siamo di fronte a una nuova razza padrona che sbarca in Irpinia, il cui accogliente e stimolante molo è costituito dai gruppi dirigenti democristiani locali, che di essa – insanabile e indigeribile contraddizione – non possono fare a meno.

Intanto, a fronte di una spesa pubblica ingente e di un’occupazione irrisoria, la crisi imperversa in un’area che continua ad essere depressa. Tutti i comparti produttivi in agricoltura sono in sofferenza. La produzione di nocciuole ha una flessione del 17% nel 1976 (Avellino produce un terzo delle nocciuole nazionali: 352.000 quintali nel 1975 e 300.000 nel 1976). La produzione di ciliegie, altra coltura in cui l’Irpinia detiene il primato in Italia, passa a 89.000 quintali a fronte dei 165.000 del 1975; calo produttivo del 30% per il vino. «L’andamento congiunturale durante il primo semestre 1976 risulta contraddistinto sostanzialmente dalle stesse note negative di quello relativo all’anno 1975 e cioè ricorso alla Cassa Integrazione Guadagni, che nel 1975 è intervenuta integrando 60 mila ore salariali, aumenti degli iscritti nelle liste di collocamento, contrazione dell’occupazione, grado modesto di utilizzazione degli impianti[14], diminuzione della produzione, ridimensionamento o cancellazione dei programmi di investimento[15]». L’occupazione operaia segna il passo rispetto all’anno precedente; la disoccupazione intellettuale, non censita, è elevatissima; alla vecchia disoccupazione si aggiunge quella di ritorno, ossia degli emigrati che rientrano per la crisi in atto dei paesi ospitanti, per un totale di circa 15.000 unità, un terzo dei quali è relativo al settore industriale e un 30% al settore agricolo.

Modesta crescita vi è nel solo settore della concia, rispetto però al 1975, non agli anni precedenti. Nel settore metalmeccanico, fanno eccezione l’Italdata e la Samm, che hanno un incremento sia occupazionale (di alcune centinaia di addetti) che produttivo, anche se «tale incremento, quantunque sensibile, è lontano dalle previsioni contenute nei programmi iniziali di investimento», annota il Prefetto[16]. Per il resto dell’apparato industriale, le note sono tutte negative. Il settore tessile e vestiario lavora al 70-75% delle potenzialità produttive. L’edilizia langue. Un migliaio di lavoratori forestali sono privi di lavoro per mancanza di finanziamenti; per loro la FISBA-Cisl si batte per il superamento della precarietà con il passaggio al contratto a tempo indeterminato.

I disoccupati ufficiali iscritti nelle liste di collocamento sono 13.100 al 30 ottobre 1976; nel primo semestre dell’anno successivo, sono 16.310[17]; i lavoratori che hanno perso il lavoro sono 11.000. Alla fine del primo semestre del 1977, si aggiungono oltre 10.513 giovani che si iscrivono nelle liste di collocamento giovanili (legge 285 del 1° giugno 1977), di cui 4.590 nel solo capoluogo, e dei quali solo 119 trovano lavoro. Fra il 1978 e il 1979 non vi è nulla di rilevante nel quadro prospettato.

Non meno rosee le prospettive per i lavoratori precari: «Rilevante – scrive il Prefetto nel gennaio del 1979 – altresì il numero dei sottoccupati come i braccianti agricoli, che hanno trovato finora lavoro saltuario (in modo da poter raggiungere il minimo di giornate lavorative previste per aver diritto a prestazioni mutualistiche ed assistenziali) soltanto nei cantieri di riforestazione gestiti dal Corpo Forestale e da enti pubblici con finanziamento statale o regionale. Avellino, inoltre, detiene sempre il triste record del più alto tasso di emigrazione».

In aggiunta, l’inflazione galoppante e il caro vita portano ad un taglio di consumi di beni di non prima necessità. La lenta costruzione di alloggi e l’ancora più lenta e clientelare assegnazione, porta, in Atripalda (ma è solo la punta di un iceberg che riguarda l’Istituto Autonomo Case Popolari – IACP – in tutta la provincia), ad un’occupazione abusiva di alloggi in via di ultimazione dell’IACP, seguita da intervento politico e assistenziale della Prefettura.

Il PCI continua a battersi per uno sviluppo industriale collegato allo sviluppo del settore primario, data la vocazione agricola della provincia, ma, ovviamente, senza risultati. Ciò che può fare realmente è solo incalzare l’azione sindacale per la realizzazione degli investimenti programmati, in particolare quelli della Fiat (sciopero generale il 4 gennaio 1977), con richiesta di mantenimento degli impegni di occupazione per 4.000 lavoratori (di cui 1.000 per l’indotto), di infrastrutturazione (destinatario è la Regione) dell’area agricola, di pianificazione del comprensorio dei comuni della Valle Ufita, gravitanti intorno a Flumeri.

Sul piano politico, il compromesso storico è solo una vaga declamazione. Continua una lunga crisi al comune capoluogo e alla provincia, che durerà anni con contrapposizione frontale fra DC e PCI: giunta minoritaria e monocolore DC al comune di Avellino e giunta minoritaria alla Provincia, composta da PCI[18], PSI, PSDI (presidente un esponente del PSI; per la prima volta la DC è all’opposizione). Dal 6 giugno 1977, nuovo segretario politico della DC è un giornalista accreditato e colto del “Mattino”, Giuseppe Pisano, che si propone come il segretario che vuole portare all’intesa DC-PCI. Gli fa eco De Mita in una conferenza cittadina nel capoluogo: “La svolta politica è indilazionabile”. Ma tutto resta sulla carta[19].  Pur nei nuovi scenari parlamentari nazionali che seguono le politiche del 1976, caratterizzati da una svolta istituzionale (il leader della sinistra comunista, Pietro Ingrao, è presidente della Camera) e da accordi programmatici, il compromesso storico sul piano provinciale non trova realizzazione. Netto il rifiuto dell’ingresso dei comunisti al governo degli enti locali; la DC è disponibile a raggiungere tutt’al più un’intesa sul programma, ma non è disponibile a che il PCI assuma incarichi di governo[20].

Le foto sono di Ugo Santinelli


[1] Cfr. “Tribuna dell’Irpinia”, 10 maggio 1972 e, per i dati a seguire, 17 maggio.

[2] Novità di linea politica di Sullo, che, a pochi giorni dalle elezioni, pronuncia un discorso al cinema Giordano in cui afferma sì la validità della formula del centrosinistra, ma a patto che il PSI rinunci agli equilibri più avanzati, ossia ad un’apertura di governo al Partito comunista. Cfr. “Tribuna dell’Irpinia”, Nuova sinistra al bivio, 24 maggio 1972, a firma Pasquale Grasso.

[3] Al senato, 3 i senatori democristiani: Salverino De Vito (terzo eletto in Campania), Alfonso Tanga (quarto eletto) Vincenzo Barra (sesto eletto),

[4] Alle elezioni amministrative del novembre dello stesso anno, in cui non vi sono spostamenti di rilievo, la sola novità è costituita dal comune di Baiano, patria dell’on Vetrano, che è conquistato dal Partito comunista; il Prefetto, nella nota inviata al ministro dell’Interno, afferma che Sullo avrebbe fatto convergere voti democristiani sul PCI. Cfr. ACS, Min. Int. Gabinetto, Quadriennio,b. 370, Campania, Avellino, relazione mensile del Prefetto, 4 dicembre 1972.

[5] Sono i comuni di Andretta, Aquilonia, Bagnoli, Bisaccia, Calabritto, Caposele, Carife, Flumeri, Frigento, Lacedonia, Montecalvo, Montella, Morra De Santis, Santa Paolina, S. Martino Valle Caudina, S. Andrea di Conza, Tufo.

[6] Limiti che Bassolino ha ben presenti sin dal suo insediamento: «Porre al centro della nostra proposta economica l’agricoltura – affermava al XII congresso provinciale del partito nel gennaio 1972 – non significa difendere o essere attestati sul vecchio, ma, al contrario, avere piena coscienza del grande valore sociale, civile e moderno che ha il problema della terra e significa avere ben presenti i grandi problemi che si pongono e che bisogna affrontare: dimensioni aziendali, miglioramento e selezione delle colture, valorizzazione delle vocazioni naturali, sviluppo dell’associazionismo e della cooperazione, nuovo rapporto produzione-distribuzione con l’eliminazione della speculazione intermediaria». Cfr. IG, APC, F 038, gennaio 1972.

D’altro avviso la critica, in larga parte postuma, di Federico Biondi, che nella Vertenza Campania ravvisa limiti politici sin dall’origine: è stato nient’altro che un mito: «Poiché una vertenza presuppone uno stato di conflittualità, si sarebbe dovuto chiarire innanzitutto si si trattava di un conflitto contro poteri esterni alla regione o operanti dentro di essa. Nel primo caso si sarebbe trattato dell’apertura di un fronte di lotto nei confronti del governo e degli indirizzi della programmazione nazionale (che in quel momento erano in via di definizione, attraverso i progetti speciali) e della strategia dell’intervento della Cassa del Mezzogiorno. […] Nel secondo caso sarebbe stato necessario che fossero chiaramente definiti i termini del conflitto: di chi, su che cosa e contro chi. Una vertenza dentro la Campania non sarebbe potuta essere altro che un’azione di forte rivendicazione di ruoli propositivi da parte delle province interne, per l’avvio di una politica di sviluppo nei confronti del governo della regione e delle risposte» che questo tardava a dare sugli indirizzi della programmazione e di un riassetto territoriale. […]. Cfr. F. Biondi, Andata e ritorno – Viaggio nel PCI di un militante di provincia, Elio Sellino editore, Pratola Serra 2000, vol. II, p. 807.

[7] Qualche traccia di compromesso storico a livello provinciale vi è a fine 1974, con un’intesa programmatica Democrazia cristiana-Partito socialista-Partito comunista, a fondamento di una giunta DC-PSI al governo della provincia, che la generalità dei congressisti approva. Inutile aggiungere che tale intesa programmatica si rivelerà effimera e si risolverà in un riconoscimento del tutto formale dello sdoganamento dei comunisti al governo con la Democrazia cristiana.

Da rilevare che l’intesa porta comunque alla fine degli aspri scontri fra la federazione e il gruppo dirigente della sezione “Gramsci” del capoluogo (capeggiata da Federico Biondi ed Italo Freda), che due anni prima aveva promosso la votazione del bilancio del monocolore democristiano al governo della città di Avellino. Sul piano simbolico, la pace ritrovata avrà un suggello cameratesco: Freda, consigliere comunale, celebra il rito civile del matrimonio di Bassolino.

Nel merito: il gruppo dirigente della federazione aveva letto la votazione del bilancio priva di respiro politico e subalterna alla Democrazia cristiana. In realtà, l’appoggio della sezione cittadina al monocolore democristiano (interlocutore è la parte progressista DC) era supportato da un ricco e articolato documento programmatico (cfr. Sezione Gramsci di Avellino, Proposte per lo sviluppo economico e civile di Avellino, 1973) che merita essere riassunto: analisi impietosa dei limiti produttivi e occupazionali del polo di sviluppo di Pianodardine (e in genere dei poli di sviluppo teorizzati dalla DC, perché creano poca occupazione e fanno deserto intorno); critica puntuale del piano regolatore cittadino e dei piani di zona attuati con la legge 167  (per i quartieri dormitori creati, per l’assenza di viabilità e servizi, per l’incipiente devastazione del centro storico);  proposte per uno sviluppo armonico comprensoriale della città e dei comuni gravitanti introno ad essa (agroindustria e industrializzazione con rispetto delle vocazioni territoriali),  sviluppo della democrazia, attraverso comitati di quartiere e delle frazioni di campagna; necessità di un balzo in avanti culturale e organizzativo del Partito cittadino, che di fatto ignora la nuova classe operaia formatasi nel nucleo industriale di Pianodardine. Cfr., inoltre, F. Biondi, Andata e ritorno …, cit.,vol. II, pp. 800-804, p. 843 e segg.).

A ben guardare, alcuni di questi temi sono gli stessi della vertenza Campania di Bassolino, ma è l’iniziativa in sé, di una sezione che scavalca la federazione ad essere sotto processo; i principali ispiratori, etichettati come “i professori” sono letteralmente messi alla gogna con durissime accuse di fughe in avanti non autorizzate, un grave attentato al centralismo democratico. Guardando alla storia del PCI (e di tanti partiti comunisti) si può dire semplicemente che si è di fronte al classico rapporto problematico fra Partito e intellettuali, che fa presto a sfociare in conflitto in nome della linea – come da gergo interno – non rispettata. 

[8] Cfr. IG, APC, MF 225, p. 1687 e segg.

[9] «L’unità coatta della DC sotto la direzione di Fanfani – continua la relazione di Bassolino – ha sempre più crepe e richiede a noi un’ampia iniziativa politica, un’attrezzatura delle nostre forze per una salutare crisi di questo partito e della sua segretaria». Tre anni dopo, il nuovo segretario politico della Democrazia cristiana sarà l’interprete della convergenza politica ora auspicata, ma il compromesso storico naufragherà del tutto, e non solo perché questi è barbaramente ucciso dalla Brigate Rosse: le resistenze interne e i condizionamenti internazionali saranno più forti del ventilato riformismo e dell’ingresso del Partito comunista nell’area di governo.

[10] Intensa l’azione sindacale per sollecitare il mantenimento degli impegni per investimenti pubblici e privati, concordati attraverso il CIPE: Tecnocogne in Pianodardine e la EGAM nella Valle Caudina (Cervinara). Sindacalisti e uomini politici di rilievo nazionale sono di casa in Irpinia nel 1976 (solo per ricordare gli ultimi: il segretario nazionale del PCI, Alessandro Natta, il 17 ottobre, e Franco Marino, segretario nazionale della CISL, il 12 dicembre 1976). Cfr. ACS, Min. Int. Gabinetto 1976-1980, b. 369, relazione del Prefetto del gennaio 1977.

[11] Cfr. per queste note e per quanto seguirà, ACS, Min. Int. Gabinetto 1976-1980, b. 369, relazione del Prefetto del gennaio 1977, e Idem, b. 374, relazione del 1° luglio 1977, e b. 377, relazione del 2° semestre 1978.

[12] La Samm nasce appartenente al gruppo Comau, a metà anni ’70, come una delle undici holding della Fiat. È l’unico stabilimento del gruppo localizzato al Sud. La Samm costituisce un’anomalia da un punto di vista produttivo, perché ha un reparto di elettrosaldatura per l’assemblaggio di tutti i componenti dell’Alfasud (auto) e, successivamente un reparto di stampaggio lamiere per i modelli Fiat di fine anni ’70 (Ritmo, 127, 126, ecc.); ‘già nel 1978 è il più grande del Mezzogiorno, dopo l’Alfasud.

[13] Nella seduta del 24 novembre 1971, il Ministro delle Partecipazioni Statali, di concerto con il ministro del Tesoro, il ministro delle Finanze e il ministro del Bilancio e della Programmazione Economica, presenta un progetto di legge ad hoc per l’attività della Tecnocogne (mineraria, siderurgica speciale, meccanica tessile e meccanica varia, refrattari, servizi), che inquadra 13 aziende (cfr. AA. PP, Senato della Repubblica, V Legislatura (1968-1972).). L’EGAM affida alla Tecnocogne la realizzazione di uno stabilimento nel Mezzogiorno per la produzione e la lavorazione di superleghe e di acciai extra speciali, da utilizzarsi nella metallurgia avanzata (nucleare, aeronautica, turbine ad alta temperatura, ecc.). L’EGAM (Ente gestione attività minerarie) è un ente pubblico nato nel 1958, con la finalità di gestire tutte le attività minerarie italiane, ma è inoperante sino al 1971, quando è presieduto da Mario Einaudi, che prende il controllo di molte aziende minerarie; in seguito acquisisce l’acciaieria Cogne di Aosta e il comparto siderurgico della Breda. Nel 1974 conta 32.000 dipendenti. È solo una delle tante strutture produttive pubbliche che lavora in perdita nella gran parte delle aziende, tanto che nel 1978 sarà liquidato (IRI ed ENI si suddivideranno i comparti). Cfr. G. Baldi, I potenti del sistema, Arnoldo Mondadori 1976; N. Crepax, Storia dell’industria in Italia: uomini, imprese e prodotti, Il mulino, Bologna 2002.

[14] Il riferimento è alle aziende metalmeccaniche del nucleo industriale di Pianodardine, di recente installate, che lavorano come indotto del settore auto, tutte legate all’ALFA Sud, localizzata in Pomigliano d’Arco (Napoli) e che lavorano mediamente al 50% della capacità produttiva. Identica cosa vale per le industrie alimentari, che, fra l’altro, hanno un’occupazione prevalentemente stagionale.

[15] Nel solo settore edile, 390 ditte hanno ottenuto 290.068 ore di integrazione salariale, che hanno riguardato 3.748 operai, di cui 2.147 sospesi e 1.601 a orario ridotto. In altri settori manifatturieri, nei primi mesi del 1976, sono state concesse 220.983 ore di integrazione salariale Cfr. ACS, Min. Int. Gabinetto 1976-1980, b. 372.

[16] Relativamente all’Alfasud, alla fine del primo semestre del 1978, il Prefetto annota la crescita occupazionale e della produzione, «non tanto per fatti congiunturali, bensì per la circostanza che le aziende del ramo stanno attuando, sia pure in ritardo rispetto agli originari tempi di realizzazione, gli iniziali programmi occupazionali. Tuttavia, il grado di utilizzazione degli impianti, pur essendo migliorato nel raffronto con il 1977, rimane su livelli piuttosto modesti (60-70%)».

[17] Dei 16.310 iscritti nelle liste di collocamento, il 37% aspira a lavori nell’industria, il 26% in agricoltura, il 13% nell’impiego, il 19% nella manovalanza generica, il 5% negli altri settori.

[18] Dell’asfissia politica e programmatica sono espressione le dimissioni dal Consiglio provinciale del rag. Preziosi e del prof. Enrico Iannuzzi, presidente del Consorzio Edile Irpino, consigliere comunista alla Provincia e al Comune, che accusa la Federazione di stalinismo (è stato invitato a dimettersi da consigliere provinciale).

[19] Cfr. ACS, Min. Int. Gabinetto 1976-1980, b. 374, relazione del Prefetto del 1° luglio 1977, relativa al 1° semestre 1976.

[20] Nel secondo semestre del 1978 vi sarà crisi al comune di Avellino (dimissioni del sindaco e della giunta) per azione del PSI, contrario all’esclusione dei comunisti dal governo della città. Ma sarà solo l’ultimo atto degli equilibri più avanzati: giunge vincente in Irpinia la linea della nuova direzione politica di Craxi (svolta post-elettorale del Midas, nel 1976), che ha avviato la fine del frontismo e l’isolamento del PCI, e ha elaborato una risposta neoliberista di modernizzazione, rispetto alla crisi nazionale ed internazionale.

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