Antonio Di Nunno, tra utopia e realtà

di ANTONIO GENGARO.

C’è un prima e un dopo nella storia recente della città di Avellino . Il prima , nel periodo post repubblicano, furono i Sindaci eletti dal Consiglio comunale, liberali, monarchici, democristiani, figli di accordi politici tra partiti, amministratori di risorse delegate dal governo centrale e regionale. Il dopo, i Sindaci eletti dal popolo, gestori di risorse proprie dei comuni o legate a progetti finanziati con fondi europei, nazionali, regionali. Tonino Di Nunno è stato lo spartiacque tra le due ere, tuttora recordman imbattuto per numero di votanti e percentuali ottenute. La sua azione politica fu svolta tra utopia e realtà, tra la ricerca dell’anima smarrita della sua comunità, dopo l’ubriacatura del dopo terremoto ed il sogno di costruire una realtà a misura d’uomo, “la città giardino”.

Appena insediato si accollò l’onere di pagare quasi 100 milioni di euro di debiti del post sisma , costringendo il Consiglio comunale ad autentiche maratone sul tema. Aveva ottenuto, anche per il suo carisma in seno alle associazioni nazionali delle autonomie, una legge nazionale che si faceva carico, con una percentuale a fondo perduto, dei maggiori oneri per espropri ed occupazioni da parte dei comuni. Poi passò alla realizzazione della città del futuro, con al centro la qualità della vita, la cultura, la sostenibilità ambientale, la questione sociale, il perseguimento dell’interesse pubblico. Affidò lo strumento urbanistico agli architetti di fama internazionale, Gregotti e Cagnardi, tradito da chi venne in seguito e dal settore urbanistica. Si fece finanziare il sistema di trasporto ecocompatibile , la metro leggera, in seguito modificato nel progetto e a distanza di 18 anni non ancora funzionante. Sbloccò i fondi per la realizzazione del primo lotto della città ospedaliera in piena post tangentopoli, l’ opera è stata  realizzata in 5 anni, in collaborazione con l’azienda Moscati, che ha eseguito il secondo lotto. E il CDR a Pianodardine? Avellino è stata la prima realtà in assoluto a rompere il fronte del no agli impianti per la trasformazione dei rifiuti in Campania, tale decisione ha tenuto indenne il capoluogo e la provincia da gravi crisi sanitarie. Addirittura Di Nunno intervenne per non far realizzare l’opera a Salza irpina, sulle falde acquifere, e fosse ubicata nel nucleo industriale. Di cosa parlano oggi i sindaci dell’ATO rifiuti, cosa decidono? E la vexata questio del gassificatore di Chianche? La logica ed il buon senso avrebbero voluto che nel capoluogo si chiudesse il ciclo dei rifiuti puliti, ma dov’è la classe dirigente e il Partito democratico? Il nostro partito, da anni dedito esclusivamente a logiche correntizie e di potere, non esprime più nessuna politica per il territorio. Ed infine il PICA (Progetto integrato città di Avellino), più di 80 milioni di euro per rilanciare il ruolo della città attraverso il recupero, l’acquisizione ed il restauro di alcuni complessi storici e la promozione della loro vocazione  culturale. Tale programma è stato scientificamente smantellato dalle amministrazioni successive. Le opere sono state realizzate e acquisite al patrimonio pubblico, mai affidate in  gestione come da progetto.  L’Asilo Patria e Lavoro era uno dei tasselli di tale iniziativa. Per chi non ha fatto alcuno sforzo per salvare tale manufatto sarà stato molto facile cederlo, senza nemmeno una gara aperta al mercato. Come si fa a valutare 480.000 euro un complesso che solo per il recupero è costato 1.700.000 euro rimane un mistero e non buffo, purtroppo! In questa logica che fine faranno l’Eliseo. la Dogana, il Carlo Gesualdo? Agli anni, oramai lontani, dell’utopia, della visione, delle idee, del confronto, della programmazione, del rigore morale, cosa è seguito ? Oggi non è umanamente possibile governare con un Ente ridotto all’osso,( poco più di 200 dipendenti a fronte dei 600 e più del post sisma), alla luce di ciò, senza strumenti, le promesse di chi amministra sono destinate a rimanere tali, fatto salvi eventuali apporti esterni. In tale quadro si colloca il grande affaire del nuovo stadio, magari inglobato in un grande centro commerciale e direzionale, al riguardo mai un accenno alla qualità del progetto, alle procedure o ai livelli minimi di trasparenza. In pochi anni, con la fine dell’epoca di Tonino Di Nunno, Avellino è passata dall’utopia della costruzione di una città colta, solidale, verde, moderna , alla cruda realtà di una cittadina ripiegata su se stessa, dove una parte del ceto politico, per capirci quello connivente anche con il mondo delle aste giudiziarie, contribuì a realizzare il dopo.

Il rischio alto e da scongiurare è che la mala politica possa, ancora oggi, come pure è accaduto negli anni scorsi in Piazza del Popolo ed in Piazza della Libertà, condizionare le assemblee elettive irpine, e piuttosto che realizzare condizioni di dialogo e sviluppo , alimenti, soprattutto, clientele e conflitti di interesse.

P.S. A Tonino Di Nunno hanno intitolato un parco, ne sarebbe stato, al tempo stesso, imbarazzato e contento. Sarebbe stato più contento, però, se non avessero tradito la sua idea di città e non avessero svenduto, per quattro soldi,  l’Asilo Patria e Lavoro. 

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