Un comunista fuori dal coro: Federico Biondi

di FRANCO FESTA.

QUELLA CASA A VIA DALMAZIA.

Federico Biondi impiegava un po’ di tempo ad aprire la porta di casa. La sua stanza di lavoro era alla fine di un lungo corridoio in penombra, corredato da librerie costruite con mattoni forati e ricolme di libri. Nella seconda stanza a sinistra, arredata con mobili antichi, si intravedeva un bellissimo pianoforte. Rare volte, a qualche amico più caro e fidato, il professore dedicava l’esecuzione intensa di qualche brano di Chopin. La cucina era più avanti, e quello si sussurrava fosse il luogo dove Federico preparava il mitico “nocillo” di san Giovanni, per pochi eletti amici, con il rispetto rigoroso di tutte le regole della tradizione. Il professore, che viveva solo, e che aveva accolto il visitatore con un sorriso gentile e con la sua voce lievemente querula, si avviava lento verso il suo studio, dove passava quasi tutto il suo tempo. Prendeva posto dietro la sua scrivania e quasi spariva dietro le pile di libri.

Qualunque fosse il carattere della conversazione, Federico sapeva ascoltare e suggerire vie di uscita, indicazioni di lavoro, strade nuove. La filodiffusione, quasi sempre in sottofondo, rimandava nella stanza le note di un brano di musica classica, di cui Federico era straordinario conoscitore, come testimoniava d’altronde la immensa collezione di cassette e di nastri che riempiva due pareti fino al soffitto. Molto spesso, nelle lunghi notti d’insonnia, era proprio alla registrazione di brani di musica che dedicava il suo tempo, trovando in questa pratica un poco di sollievo e di gioia. Era Bach il suo autore preferito, ma spesso si soffermava sulle vertigini delle sinfonie di Mahler, una chiave, diceva, per cogliere le convulsioni del primo Novecento. Federico era animato su ogni cosa, non solo sulla musica, da una curiosità febbrile, sostenuta da una straordinaria intelligenza. Come il fratello Enrico, scienziato memorabile e innovatore didattico indimenticabile, era affascinato dalle nuove tecnologie. Un computer troneggiava ormai a lato della sua scrivania, per il resto occupata, oltre che da libri, da pile di cartelle, di giornali, di riviste, e Federico, nei suoi ultimi anni, aveva imparato ad usarlo, almeno per riversare in digitale i suoi scritti. Ma era emozionante poter sfogliare i suoi quaderni di appunti a mano, di storia, di filosofia, di letteratura, scritti con una calligrafia chiara, elegante e nervosa. Fino agli ultimi giorni di vita il professore ha continuato il suo lavoro di ricerca, di approfondimento, di scoperta. Anche se il suo sguardo era perennemente rivolto a ciò che accadeva fuori, oltre il muro del carcere borbonico di fronte, alla città rumorosa e lontana, che lo ha visto protagonista indiscusso per più di settant’anni, a partire, giovanissimo, dai giorni della rivolta antifascista, dopo il 25 luglio 1943, che gli costarono un mese di carcere. Destino singolare il suo, quello di svolgere, in una città prima monarchica, poi per decenni democristiana, un ruolo assoluto di guida, di riferimento politico, civile e spirituale , pur essendo un comunista. E che comunista. Per chi volesse capire quale è stata la storia del comunismo italiano, non è solo ai grandi libri di storia nazionale che deve fare riferimento, ma a tutti i suoi scritti, e al suo pensiero, mirabilmente condensato nei due volumi di “Andata e ritorno- viaggio nel PCI di un militante di provincia”, edito nel 2000 da Sellino. Non è un titolo scelto a caso, perché contiene l’immagine di un percorso, di un suo rapporto con il PCI mai statico o uguale a se stesso, fatto di accettazioni supine della linea suggerita dall’alto, ma sempre critico, autonomo, originale.

La riduzione di Biondi a migliorista-così veniva definita quella parte del PCI, i cui più importanti riferimenti nazionali sono stati Giorgio Amendola e Giorgio Napolitano, meno dogmatica, più aperta a una visione graduale delle trasformazioni del Paese in senso socialdemocratico- non rende esattamente la complessa grandezza del personaggio e la sua visione dei problemi. Biondi è vissuto, tranne brevissimi periodi, in perenne contrasto con i gruppi dirigenti del suo partito. Il suo punto di vista è stato sempre teso a una analisi concreta dei problemi della città, prima e dopo il terremoto. Il “Quaderno di proposte” della sezione Gramsci è stato per molti anni un punto di riferimento avanzato di ogni discussione. Al di là del merito delle questioni poste, alcune ancora attuali, altre ormai superate, resta uno dei pochissimi tentativi di sviluppare un ragionamento organico sui problemi di Avellino e sulle possibili soluzioni, un ipotesi alta e coraggiosa di assegnare al capoluogo un ruolo di guida rispetto a tutta l’Irpinia. Fantascienza, se confrontata agli attuali balbettii di programmi elettorali inventati, posticci, incollati con lo sputo, spesso dominati da interessi speculativi; in ogni caso, tranne rare eccezioni, senza una visione di cosa sia oggi Avellino, di quale sia il suo posto nel futuro. Fu l’urbanistica il suo cruccio perenne, fu uno dei primi che ne colse il carattere non tecnico, ma politico, che la interpretò come autentica arma per il cambiamento della città. Negli anni ‘70, nel PCI, vi fu un aspro confronto, e spesso Biondi si trovò, su queste questioni e su altre, in minoranza, osteggiato nelle sue scelte, ritenute morbide e acquiescenti nei confronti della DC: ma non arretrò mai. Certo è che quella rottura interna, specie tra le sezioni “Gramsci” e “Alicata”, impedì la formazione ad Avellino, di un gruppo dirigente unitario e forte, che potesse contare più efficacemente nelle scelte del PCI e che potesse dare al nuovo problema politico emergente, la questione urbana nel Mezzogiorno, il valore che le spettava. Se quella rottura fu voluta, se servì a fare in modo che la città avesse un ruolo marginale in Irpinia e a spostare l’attenzione solo sulle zone interne, difficile dirlo. Fu così, e ancora oggi Avellino paga quelle scelte. Federico visse quegli anni con dolore, spesso con rabbia trattenuta, e il suo difficile carattere, spesso rigido e spigoloso, mai ipocrita e servile, non lo aiutò.

Poi vennero gli anni del terremoto, e le distanze con il gruppo dirigente provinciale del PCI si acuirono, fino alla sua definitiva emarginazione nel 1985. Il primo quinquennio dopo il sisma fu vissuto da Biondi, capogruppo del PCI in Consiglio Comunale, in una contesa spesso impari, fatta di momenti di scontro e di collaborazione, con una DC che a parole continuava ad ascoltare le sue indicazioni su alcuni temi della ricostruzione, ma nei fatti perseguiva, dall’alto della sua maggioranza assoluta, una politica cinica e brutale, dedicata a dirottare sulla città, in modo scriteriato e opaco, tonnellate di denaro pubblico. Pur venendo meno il suo diretto impegno politico, non venne però mai meno, per Biondi, la funzione di stimolo, di studio dei problemi che si andavano presentando, di indicazione di soluzioni. La svolse nella sua abitazione, a via Dalmazia, per la quale passarono tutti quelli che, nei diversi partiti, facevano a lui riferimento, oltre agli amici consueti e più cari, oltre ai suoi allievi prediletti dell’Istituto Agrario, la scuola della sua vita, il suo porto tranquillo. Fu così ancora per molti anni. Quella casa in affitto fu una scuola viva di democrazia, di confronto, di conforto, una luce vivissima nella notte della città. Ora che è vuota- anche se le cose più importanti di Federico sono state raccolte, con un atto di straordinaria grandezza civile e di lungimiranza, dal Centro Dorso, presso il Victor Hugo- è assai doloroso passare per quella strada, alzare invano lo sguardo verso le sue finestre, cercare sul citofono il suo nome, sapendo che Federico non c’è più.

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