IL Partito Comunista d’Italia in Irpinia: il caso Buttazzi (2/2)

di Annibale Cogliano.

Quanto alle specifiche ragioni politiche, se ad entrare nel Partito comunista d’Italia sono i socialisti di Avellino e di Atripalda, ciò è perché la loro cultura politica è permeata, da un lato dalla cultura politica di Remigio Pagnotta – la sezione di Avellino è stata sempre refrattaria all’avventura coloniale libica e all’intervento nella Grande Guerra –, e dall’altro, come abbiamo già anticipato, da quella del Sindacato Ferrovieri Italiano, ancora attivi o licenziati, che, in Irpinia (dove raggiungono la cifra di circa 600 unità) come in tutta Italia, sono la punta avanzata del movimento operaio. I ferrovieri irpini, fra l’altro, hanno pagato cara la loro collocazione politica, dopo il loro sostegno ai socialisti e anarchici manifestanti pacifici o in rivolta nella cosiddetta Settimana Rossa del giugno 1914: una ventina di ferrovieri sono stati licenziati (fra cui il leader locale Eugenio Curzio) e altre decine sono stati declassati (da macchinisti a fuochisti, da fuochisti a operai).

Bersaglio non unico, ma primo dello squadrismo fascista in Avellino, qualche anno dopo saranno ancora i ferrovieri, sovversivi comunisti. Anche nel resto della provincia, molte comunità cittadine sono attraversate da fenomeni analoghi, con ferimenti persino di bambini e carabinieri, omicidi, occupazioni di circoli, municipi, devastazioni di sedi, incendi. Fra i principali attori vi sono sempre o gli ex combattenti decorati, invalidi e mutilati, o i dirigenti delle neo costituite sezioni fasciste, o i nazionalisti. In provincia la violenza squadrista si conclude con pacificazioni coatte mediate dalla Prefettura in veste di colomba pasquale. Sola eccezione alla pacificazione è la città di Avellino, in cui, a fine maggio 1923[1], si consuma la tragedia più devastante e sanguinosa dello squadrismo, il cui sipario si chiude con il beffardo e goffo tentativo (in parte riuscito) di costruire un mito intorno al giovane squadrista leccese, Gino Buttazzi, ucciso accidentalmente da un suo stesso compagno.

Il mito si avvia immediatamente con la macchina del rovesciamento di responsabilità. Il Fiduciario provinciale, il giorno successivo alla morte di Buttazzi, comunica al Ministro dell’Interno: «Con animo dolorante, ma fiero, partecipiamo che ieri sera fascista ventenne Buttazzi Gino, veniva assassinato in un vilissimo agguato dal comunista Battista. Nostro compagno indimenticabile rappresenta prima vittima tentativi riscossa antinazionale. Segretario Federale Carfì». Non meno menzognero il telegramma inviato a Mussolini, la sera della stessa morte di Buttazzi: «Da Napoli, 22/5/923, ore 21 / Presidenza Consiglio Ministri / Ieri sera fascisti disperdevano gruppo socialisti avellinesi che con garofani rossi percorrevano vie città motteggiando e manifestando gioia per sconfessione nostro indirizzo politico. Oggi milite Buttazzi proditoriamente aggredito da socialista immolava sua magnifica giovinezza nostra causa. Nostra passione ha avuta sua prima vittima mentre tutti partiti avversari iniziarono loro riscossa. Ossequi. Fiduciario Provincia Avellino Carfì.» Dello stesso tenore il rapporto telegrafico inviato al Ministro dell’Interno dal, comandante della Compagnia dei CC. RR. di Avellino, capitano Liberati: «Avellino 22/5/23, ore 20,35/ Ore sedici oggi questa città per rancori politici socialista Battista Lazzaro esplodeva proditoriamente colpo di rivoltella contro fascista Buttazzi Gino rendendolo cadavere. Omicida latitante. Ambiente fascista molto eccitato. Adottate necessarie misure per mantenimento ordine».

In contemporanea, monta l’aggressione degli squadristi. «Una trentina di giovani – scrive il Prefetto, da mero spettatore –, quasi tutti studenti, guidati dal Labia, riunitisi in un attimo, si diressero verso Porta Puglia, e gridando e sparando colpi di rivoltella in aria, imponevano la chiusura dei negozi per lutto; risalirono verso la Piazza ed il Corso Vittorio Emanuele in istato di grave eccitazione, sempre gridando e richiedendo la chiusura dei negozi. Portavano con loro alcune latte di benzina. Una squadra di essi si portò alla casa del Battista, scassinò la porta, trasportò in strada le poche suppellettili e le incendiò. In Corso Vittorio Emanuele i fascisti furono affrontati da agenti della forza pubblica, che riuscirono a sequestrare le latte di petrolio, dopo viva colluttazione, e a sciogliere i dimostranti».

La calma riportata è però solo un pio desiderio, perché gli squadristi continuano e continueranno ad imperversare per la città indisturbati, anche se colti in flagranza. Bersaglio successivo – comunica il Prefetto – è il coriaceo Circolo ferrovieri, i sovversivi per eccellenza:

In questo mentre [sempre nel pomeriggio del 22 maggio], un gruppo di fascisti con un autobus della SITA si portò alla Stazione, irruppe nel Circolo ferrovieri, e, dopo averne danneggiato le suppellettili, appiccò il fuoco allo stesso. Intervenuto il Vice Commissario della stazione con carabinieri ed agenti che aveva a sua disposizione, riuscì a far allontanare i fascisti, non essendo prudente procedere ad arresti, data la scarsa forza disponibile in confronto del numero dei fascisti. Buon numero di questi però fu identificato e denunciato.

La caccia ai sovversivi continua nella giornata del 23, malgrado numerose pattuglie dislocate per la città, limitandosi il Prefetto a dire che non vi è «nulla di grave, trattandosi di sporadiche colluttazioni con alcuni elementi sovversivi, che vengono bastonati». Di più: a essere tradotto nelle carceri è una vittima degli squadristi, il socialista “sovversivo Alfredo Spagnuolo”, che, nonostante sia nelle mani degli agenti, è ferito al torace e alla testa dai fascisti, che fanno uso di pistole e armi bianche, fermati appena per impedirne il linciaggio.

Unitamente a Spagnuolo, nella giornata del 23, vi sono altre vittime, tutti sovversivi ovviamente, nel corso di un vero e proprio progrom da parte degli squadristi e della Milizia (che si chiude con numerosi ferimenti e cinque uccisi (Pellegrino Tulimiero, Ettore Sansone, Ciro Sparavigno, Ciro Petracca, Domenico Bonfino).

La calma reale giungerà solo con i funerali di Gino Buttazzi, celebrati nella giornata del 24, che, stando al rapporto del Prefetto «riuscirono solenni per concorso di popolo e per compostezza e senza il minimo incidente».

I funerali di Gino Buttazzi. Sul caso Buttazzi vedi anche qui :
http://www.avellinesi.it/persone/buttazzi.htm

In realtà, la popolazione è ammutolita e sgomenta: per due giorni i fascisti hanno scorrazzato per le vie della città, minacciando e aggredendo non solo i sovversivi, ma chiunque capitasse a tiro o fosse sospetto ai loro occhi.I sovversivi sono costretti alla clandestinità, rispetto alla quale intervengono non più gli squadristi, ma le istituzioni allineate con il regime fascista in costruzione. L’anno successivo, il 20 ottobre 1924, la Prefettura comunica al Ministro dell’Interno sull’attività del PCd’Italia[2]: «[…] In relazione alle varie comunicazioni di codesto Ministero, con le quali avvertiva di una intensificazione della propaganda comunista nel Regno, debbo informare che anche qui si è notato un certo risveglio sovversivo ad opera particolarmente dell’avv. Giordano Bruno e di Iandoli Gaetano (quest’ultimo anche schedato), entrambi di qui, di fede comunista.»

L’attività dei comunisti avellinesi e atripaldesi è quella di organizzare e difendere gli interessi contadini nei comuni prossimi al capoluogo. Le misure adottate; vigilanza, uso di fonti confidenziali, pedinamento della polizia, appostamenti nei luoghi di raduno dei contadini, perquisizione domiciliare nelle case di Giordano e dell’ingegnere Iandoli alla ricerca di documenti sequestrabili (in particolare si cerca un opuscolo dal titolo “La crisi economica dei contadini nel Mezzogiorno”), arresti arbitrari intimidatori seguiti talvolta da liberazione l’indomani derll’arresto.

Fra il 1925 e il 1926, gli sparuti comunisti sono definitivamente fuori gioco; e paradossale che possa sembrare, ai limiti dell’incredulità, a segnare la fine dell’attività sovversiva è un intervento politico soft, di stampo paternalistico potremmo dire, interno al fascismo, da parte dell’avvocato Alfredo De Marsico, celebre giurista e principe del foro campano, nonché mentore del fascismo avellinese e nelle grazie personali di Mussolini (che lo designa familiarmente come il fascista liberale). A rivelarcelo è il primo segretario della Federazione irpina, Bruno Giordano, attraverso la documentazione relativa ai processi di epurazione dei fascisti più compromessi, conservata nell’Archivio Centrale di Stato[3]. Nell’ottobre del 1944, De Marsico (ministro di Grazia e Giustizia nell’ultimo rimpasto di governo,   dal febbraio del 1943 sino alla caduta di Mussolini il 25 luglio), sotto processo per dispensa dall’insegnamento universitario, consegna una memoria con citazione di notissimi testimoni a discarico, da lui sostenuti e difesi in più occasioni, nonostante fossero ferventi antifascisti, tutti aiutati nel corso della sua carriera politica e forense: Domenico Sandulli, del Partito d’Azione;  Bruno Giordano, che ha fatto pratica professionale di avvocato nel suo studio, sentito per rogatoria dal prefetto di Avellino, che conferma «il contegno» critico verso il fascismo e che, arrestato per reato politico, ottenne la libertà provvisoria in seguito a testimonianza favorevole del prof. De Marsico»; Raffaele De Caro, di Benevento, già ministro dei Lavori Pubblici nel governo Badoglio; Gaetano Petrella, prefetto di Chieti; il prof. Edoardo Ventura dell’Università di Bologna, di cui è stato collega; il prof. Piero Calamandrei, ordinario dell’Università di Firenze e dopo la liberazione della città, rettore, aiutato attraverso perorazione a Mussolini, per impedire che fosse inviato al confino nel maggio del 1943; il prof. Carlo Alberto Jemolo, ordinario di Diritto ecclesiastico all’Università di Roma, aiutato per la liberazione del figlio, arrestato per antifascismo. Lasciamo la parola a Giordano:

Nel settembre 1926 fui tratto in arresto dalla locale Questura e denunziato al Procuratore del Re di Avellino come capo del movimento comunista, insieme con altri due compagni[4] presso i quali fu trovato del materiale di propaganda. La denunzia fu poi estesa ad altri 19 compagni per i delitti di cui agli artt. 247 e 251 del vecchio Codice Penale. Fra gli altri indicai a testimone il prof. Avv. Alfredo De Marsico e con tutta coscienza posso affermare che per la sua autorevole, leale e coraggiosa deposizione, dopo circa due mesi di detenzione, tanto io che i miei compagni ottenemmo la libertà provvisoria ed in seguito per il suo personale interessamento, fummo tutti prosciolti dalla Sezione di accusa della Corte di Appello di Napoli. Successivamente, durante il periodo fascista, egli, conservandomi i suoi cordiali rapporti, si è sempre interessato della mia sorte, sebbene io avessi cercato di ridurli al minimo possibile per non esporlo ad attacchi e comunque creargli fastidi.

I capi d’imputazione: «incitamento all’odio tra le classi sociali, sovvertimento e trasformazione del governo e per adesione associazione segreta[5]».

L’assoluzione, per la quale si è prodigato De Marsico, giungerà il 13 gennaio 1928 con sentenza della Corte d’Appello di Napoli.

I due comunisti, cui Giordano si riferisce nella deposizione per rogatoria, sono il calzolaio Alfredo Pastena e il sarto Generoso Galasso, che insieme ad altri 19 militanti costituiscono la cellula Karl Liebknecht. Fra i componenti la cellula vi sono Ciro Zeccardi, vittima dello squadrismo fascista, e Giuseppe Battista, il fratello di Lazzaro (incriminato falsamente – come abbiamo già visto – per la morte di Gino Buttazzi), e alcuni intellettuali, che troveremo alla caduta del fascismo fra i fondatori del Partito d’Azione o del Partito comunista.


[1] Cfr. per quanto segue Archivio Centrale dello Stato, Roma, PS 1923, b. 80.

[2] ACS, PS 1924, b. 91, fasc.lo 5, “Partito comunista”.

[3] Cfr. ACS, Epurazione, Consiglio di Stato, 5^ sezione, dal 17.561 al 17.574, fasc.lo Alfredo De Marsico. Sugli arresti (una ventina) dei comunisti irpini nel 1926 e per il giudizio sul Partito e i militanti del 1925, cfr. la relazione di Bruno Giordano, tenuta alla conferenza provinciale del 22-23 luglio 1944, in Archivio Partito Comunista, Istituto Gramsci Roma, Mf 062.

[4] I due comunisti sono il calzolaio Alfredo Pastena e il sarto Generoso Galasso, che insieme ad altri 19 militanti costituiscono la cellula Karl Liebknecht. Fra i componenti la cellula vi sono Ciro Zeccardi, e Giuseppe Battista, il fratello di Lazzaro, incriminato falsamente per l’omicidio di

[5] Cfr. Clericuzzo, I comunisti irpini…, cit.

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