L’amico libraio

di BIANCA MARIA PALADINO.

Un anno fa, prima che cominciasse la pandemia del Covid 19, ci lasciava prematuramente, per un infarto, Antonio Petrozziello, il libraio-amico più noto della città. Tonino aveva scelto di diventare libraio perché il padre, Raffaele, aveva lavorato nella centrale libreria Leprino, all’inizio del Corso Vittorio Emanuele, di fronte alla sede della Prefettura di Avellino. I signori Leprino non avevano avuto eredi e, quando decisero di cessare l’attività, fu proprio Tonino ad assumere la decisione di intraprendere, con l’intera famiglia,  quell’avventura affascinante a cui avrebbe sacrificato la sua vita, per circa quarant’anni. Aveva un diploma di ragioniere, ma era sempre stato innamorato di questo impenetrabile e misterioso mondo di carta. Il valore simbolico della cultura, espresso attraverso le pagine scritte, era per lui un sacro atto di fede ed il libro un necessario medium attraverso cui tutto ciò si manifestava.  Chissà, forse il bancone che separava i clienti dall’accessibilità ai libri, le lunghe colonne delle scaffalature allineate nel deposito della vecchia libreria Leprino, che si intravedevano quando ordinavi un testo, avevano concorso ad accrescere il fascino del mestiere del libraio per quel ragazzo.

Intanto, negli anni ottanta il capitalismo maturo imponeva nuove strategie di vendita, diverse distribuzioni degli spazi nelle librerie, cambiamento del rapporto con il cliente-lettore e della funzione stessa del libraio. Le librerie Feltrinelli prima e le Mondadori poi offrivano spazi aperti con percorsi e sezioni entro cui i lettori erano liberi ed autonomi nella consultazione e scelta dei volumi, diventavano centri di esposizione e vendita dei prodotti, ma anche di promozione di eventi culturali e presentazioni di libri. La libreria Petrozziello, che trovò una nuova sede lungo il Corso Vittorio Emanuele, di fronte alla villa comunale ed accanto al Convitto Liceo Classico Colletta, rispondeva quindi ai nuovi canoni: spazi espositivi aperti nell’area centrale e scaffalature lungo l’intero perimetro del locale. Ma l’accesso alla libreria era singolare, perché era posta al piano interrato. Al piano strada del locale c’era la cartoleria gestita da Ugo (il fratello), ma alla libreria vera e propria si giungeva attraverso una scala a chiocciola, piuttosto stretta. “Bisognava scendere negli abissi per poter ascendere al cielo”. Dopo aver percorso l’ellittica scalinata cercavi di  recuperare l’equilibrio per orientarti nell’ampio spazio occupato da tre grandi scrivanie su cui campeggiava l’offerta delle novità selezionate dal libraio per i suoi clienti: la prima, di fronte al suo banchetto con la cassa, era dedicata alla saggistica; la seconda e la terza, poste invece alla sua sinistra – una di fronte all’altra – erano quelle dedicate alla letteratura e alla poesia. Noi lettori ci aggiravamo avidi intorno a quei tavoloni, talvolta silenti, talaltra esprimendo ad alta voce commenti ed il nostro amico-libraio restava silenzioso, qualche volta rideva con noi, ma sempre a voce bassa e basso era anche il volume della radio, sempre sintonizzata sul canale di radiotre. Quella libreria divenne ben presto un punto di riferimento importante in città; un luogo di incontri, di scambio di pareri e suggerimenti tra lettori. Si passava in libreria quasi ogni giorno per un giro, un’affacciata, un saluto, un ordine. Lunghe conversazioni, in assenza di clienti, sull’editoria, la distribuzione libraria, su certi editori e autori. Dopo qualche tempo il libraio, timidamente, cominciò ad organizzare qualche incontro con scrittori ed a creare un elenco di clienti che invitava a partecipare alle presentazioni. E poi le iniziative e progetti di lettura con le scuole, la passione e promozione del cinema, il sostegno a tante iniziative culturali provenienti da privati o associazioni a cui forniva la vendita di volumi, suggerimenti, la propria mailing-list per il buon esito della manifestazione.

Sembrava che tutto andasse bene per un bel po’ di tempo. Poi qualcosa è accaduto. Il mestiere del libraio è, tra le attività commerciali, quella più delicata e impegnativa, ma anche quella meno remunerativa, soprattutto perché i costi da sostenere sono tanti, il margine di guadagno sul prodotto è basso e la fatica di trovare o incentivare i lettori molta. Inoltre il libro si acquista sempre in una sola copia e quindi bisogna vendere tanti libri diversi per ottenere la redditività dell’impresa. Ed allora… non bisogna mai perdere di vista la contabilità; non bisogna mai distrarsi dall’aspetto commerciale; il conto-vendita o conto-deposito offerto dall’editore può diventare una grossa cambiale che si presenta all’incasso. Ma non si può fare bene il libraio se non hai una vera passione per i libri. Ed allora qual è il punto di equilibrio? Banalmente: la vendita e la capacità di valutare le rese, e naturalmente non perdere di vista i costi. In ogni caso, ad un certo punto il sogno di quella libreria svanì. Ma il libraio non voleva e non poteva chiudere, così ci fu un primo  cambio di sede e drastica riduzione dei cataloghi, poi un secondo in un caffè letterario, un’ambigua coniugazione tra una vetrina per flaneur e disorientati lettori.

Noi vecchi frequentatori della libreria tentammo di sostenere con manifestazioni di solidarietà quel tentativo di riemergere, con letture, interventi sui quotidiani, qualche presentazione nella quale lo coinvolgevamo. Ma non erano più i tempi del convegno sull’editoria organizzato da me con il sostegno di Generoso Picone, Assessore alla cultura del Comune di Avellino o di altre importanti iniziative di filosofia del compianto Saverio Festa, incontri nelle scuole con autori noti che lui stesso o insieme a docenti attivi erano stati il vanto e l’entusiasmo della città. Poi c’era il cinema e la sua adesione e sostegno al Laceno d’oro. Il cinema in piazza Duomo d’estate. Tutto questo era finito a poco a poco quando aveva cinquant’anni o poco più. Dopo la chiusura del caffè letterario tentava di organizzare ancora qualche iniziativa o progetto per le scuole. L’incontro con Grazia Gotti, mia cara  e vecchia amica, nota libraia per ragazzi, che si tenne al Godot e nelle scuole per parlare del suo libro sulle donne che parteciparono all’Assemblea Costituente è forse l’ultimo evento importante che era riuscito ad organizzare con successo e risale al 21 novembre del 2017. Poi il silenzio, fino al pomeriggio del febbraio dello scorso anno in cui ricevo la telefonata di un amico che mi dice: “Tonino è morto”. Lo sgomento, la rabbia, l’incredulità. D’un tratto ti tornano in mente tutte le sue espressioni, di gioia e di amarezza e sono queste ultime che ti fanno capire perché il suo cuore non ce l’ha fatta. Quella sera per il Laceno d’oro al cinema Partenio veniva proiettato l’ultimo film del suo regista preferito, Ken Loach, Sorry We Missed You, il cui tema era proprio la disperazione della perdita del lavoro.  

Un segno del destino? Una dichiarazione metaforicamente affidata all’arte perché quel suo modo sempre così dignitoso, la sua stessa timidezza e riservatezza gli impediva di urlare? La verità è che lui ci manca proprio adesso, un periodo in cui molti si sono accorti che quando non ne puoi più di questo mondo ce ne è un altro nel quale ti puoi calare in modo indolore. A dieci mesi di distanza ci ha lasciati anche il signor Raffaele. Non dimenticherò mai il suo dolore davanti al corpo disteso e ormai sereno del figlio. Due generazioni di librai nella stessa famiglia, ma il ricordo di Antonio è importante perché ci ricorda che esistono persone, luoghi e mestieri che uniscono, sia pure nel rispetto delle individualità, delle diversità. I librai in fondo fanno questo: ci accolgono nei loro spazi, ci offrono mondi diversi e vari, non ci condizionano, ci rispettano nelle nostre diversità e lavorano tanto per rendere possibile questo.

1 Comment

  1. È una storia immensa, meravigliosa e dolorosa.
    Avellino non potrà dimenticarla.
    Tutti noi cosa possiamo fare, perché questa storia possa ripetersi … con le dovute risposte di remunerazioni, di successi e di felicità?

    "Mi piace"

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