“Morire quanto necessario…Rinascere quanto occorre”

di UGO MORELLI.

Alberto Burri, Gibellina

Sarebbe tempo di scelta. Tempo di separare la parte migliore dalla parte peggiore di ogni cosa. In questo caso qual è la cosa? La nostra vita, che non è una cosa. L’apocalisse in corso è una rivelazione dell’impossibilità di procedere come prima, come se niente fosse accaduto. Allo stesso tempo è una rivelazione del possibile davanti a noi. E la cultura è davanti a noi. È lì la sua generatività, dietro sono le sue ceneri. L’apocalisse ce lo chiede e noi ci chiediamo se saremo in grado di ascoltare. L’indicazione, come quasi sempre, ce la dà la poesia, in questo caso di Wislawa Szymborska:

Morire quanto necessario, senza eccedere.

Rinascere quanto occorre da ciò che si è salvato”.

Il valore che siamo in grado di riconoscere è intimamente legato alla nostra capacità di provare senso di colpa, congiuntamente alla capacità di creare l’inedito.

Una pars destruens intricata con la pars construens. Non sono due, ma una, e ambiguamente e insieme agiscono, allo stesso tempo, in un continuo gioco di prevalenze.

La nostra capacità creativa può fondersi, combinarsi, con quella di altri e raggiungere un tipo di socializzazione che si sostituisce al bisogno del senso di colpa e alla concomitante attività riparativa che ci porta quasi sempre al punto di partenza e alla conferma dell’ordine precedente.

Si tratta allora di cercare di dare voce alla necessità di lasciar morire quanto è necessario che muoia, perché quello che prima non c’era nasca. Come accade ai grandi artisti creativi, che non hanno spesso nessuna capacità di provare senso di colpa, purché l’inedito si manifesti e affermi, dovremmo perseguire lo sconcertante, per raggiungere risultati diversi e superiori da quelli che sono raggiungibili mediante un lavoro normale di costruzione e soluzione di problemi.

Lasciar morire senza eccedere vuol dire avere rispetto per la memoria ma, appunto, come indica lo stesso concetto di rispetto, tenere con essa la giusta distanza. Avremmo bisogno di una certa spietatezza al fine di perseguire lampi di comprensione profonda. Quello che ci serve è una sorta di atto antisociale, un atto di disobbedienza, come espressione progettuale, attiva, che ci costringa a porre al centro l’ambiente e gli altri e a riconoscerli importanti, riconoscendo la nostra dipendenza da loro e creando finalmente un’altra idea è un’altra prassi di noi stessi. Questo significherebbe ri-nascere, come dice la poetessa, rinascere quanto occorre utilizzando in modi netti, in molti casi radicalmente diversi da quelli precedenti, ciò che si è salvato e stabilendo con la sua disponibilità un rapporto gentile, reciproco, riconoscente. Solo a queste condizioni potremmo scegliere di fare sul serio non limitandoci al pianto di coccodrillo così frequente in questi mesi di pandemia, in cui si sente raccontare del valore delle cose piccole, della scoperta dell’ordinario, della disposizione ad accorgersi dei momenti intimi. Tutto questo sarebbe poca cosa e connesso a emozioni superficiali e passeggere se non fosse strettamente orientato a una scelta trasformativa. Non il bisogno quindi, né la dipendenza del bisogno che continuiamo a porre al centro della nostra esperienza, consegnandoci a bisogni illimitati che danno vita al nostro consumismo e alla nostra estetica triste; ma il desiderio, come matrice emozionale di base che ci tormenta e ci muove, può probabilmente condurci ad una inedita progettualità di noi stessi e delle nostre forme di vita. Così come delle cure ambientali sufficientemente buone nella primissima fase dello sviluppo permettono al bambino di iniziare ad esistere, di fare esperienza, di costruirsi in un processo continuo di individuazione , ma anche di dominare gli istinti e di affrontare le difficoltà inerenti alla vita , alla stessa maniera noi dovremmo renderci conto delle nostre dipendenza dell’ambiente ed elaborare la ferita narcisistica della nostra presunzione di superiorità per cercare di uscire dalle secche di un modo di vivere e di forme di vita che mostrano di essere fallite. È richiesto perciò un atto antisociale che in questo caso si configurerebbe come espressione di speranza. Un atto antisociale nei confronti della socialità così come l’abbiamo costruita finora. Sarebbe un tentativo di comunicare a chiunque lo possa capire che con i nostri comportamenti ci siamo sottratti da soli ciò che ci è effettivamente consentito di vivere, mettendolo in discussione e in crisi per eccesso di uso con effetti distruttivi, riconoscendo finalmente superfluo in buona misura inutile ciò che in precedenza avevamo e che ci sembrava irrinunciabile. Desiderio e dipendenza sono sodali e strettamente interconnessi. Riconoscere di essere dipendente da qualcuno o da qualcosa vuol dire rendersi conto che non si potrebbe vivere senza ciò che dall’altro o da un contesto di vita ci derivano come condizione stessa della nostra vita. Desideriamo ciò che ci dà vita in quanto riconosciamo la nostra dipendenza ed è perché la riconosciamo che la desideriamo, quella dipendenza. Non è difficile accorgersi che abbiamo creato una semantica della parola dipendenza che tende a connotarla come prevalentemente se non esclusivamente negativa. Eppure, per innalzarsi verso le stelle, come il campo semantico del desiderio indica, abbiamo bisogno di riconoscere di dipendere dall’ oggetto desiderato. Può accadere, come è accaduto e accade nelle nostre forme di vita dominanti, che la mediazione simbolica fra la nostra autonomia, la sua ricerca, e la dipendenza, vadano in crisi e che si istituisca un orientamento, con tutte le prassi relative, che ritiene che si possa vivere di godimento fine a se stesso. Può aiutarci, questa propensione distintiva di noi umani a trascenderci, a lasciar morire senza eccedere supportandoci nel rinascere quanto occorre per scegliere forme di vita inedite, se non altro a partire dal fatto che solo un mondo che non c’è ancora può essere il mondo della nostra vivibilità appropriata, essendo il mondo come l’abbiamo costruito finora fallito. Certo tra desiderare e scegliere potrebbe esserci uno iato incolmabile. Il desiderio è per sua stessa natura tendenzialmente illimitato. È proprio questo livello che si situa probabilmente il maggiore impegno necessario per creare le condizioni di una vita vivibile, di una vita abitata, uscendo dalle strettoie di una vita alienata. Per provare a riuscirci abbiamo bisogno di riconoscere l’intreccio strettissimo tra desiderio e pulsione e non di negare la tendenza al godimento illimitato. Possiamo chiamarla tendenza o tentazione ma quello che conta è l’impegno a cercare di elaborare la complessità del desiderio che non ci libera dalla pulsione in quanto non è alternativo al godimento. Lo sforzo che ci tocca, se ne saremo capaci, è più complesso. Non si tratta di tracciare un confine tra godimento e desiderio ma di riconoscere che c’è un godimento pulsionale che esclude il desiderio, e un godimento pulsionale che invece lo implica, che si converte al desiderio. Non possiamo interpretare la pulsione come male, né possiamo esaltare il godimento assoluto della pulsione contro il desiderio. Abbiamo bisogno di convertire la pulsione in modo tale che si converta appunto, in desiderio. È quello che fanno gli artisti, quando non negano l’apertura vertiginosa che deriva dalla rottura anche prolungata con il dominio di senso dominante, per far scaturire da quella che è anche una ferita le meraviglie della propria capacità creativa. Se il desiderio è irriducibile non si tratta di negare la sua irriducibilità ma di canalizzarla, convertendola in una direzione che sia armonica ed emancipativa, e per esserlo accolga il dosaggio del limite come condizione di possibilità.

Scegliere, quindi, è morire e rinascere, guidati dalla ricerca delle condizioni per armonizzare la spinta necessaria a trascenderci e quella indispensabile per contenerci.

Nessuno può dire se ne saremo capaci, ma ognuno può rendersi conto che solo dalla elaborazione di quella scelta dipende il nostro presente e il nostro avvenire.

Ci serve un’inedita intricazione tra epigenesi, trascendenza e incompletezza: tra ciò che diveniamo essendo; il nostro tendere oltre e il vuoto che, se non ci annulla, ci dona un utero per nascere ancora.

Per scegliere oggi dobbiamo scegliere l’impossibile che solo può fornirci l’ispirazione. Che non viene da dentro né da fuori. Se potessimo definirla non sarebbe più tale. Appartiene al regno dell’ambiguo. Come tutte le cose che, indefinite, ci contengono: sospesi eppure germinali; incompleti e per questo vivi. Come il desiderio: non sappiamo se e quando, né come e dove, e per questo sempre e in ogni luogo.

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