Clima e cambiamento

di UGO MORELLI.


Denmark-Copenhagen-Cisternerne-Event Horizon Exhibition by Tomas Saraceno-Photo©Piergiorgio Pescali

Clima

“Come scienziata del clima, voglio che lo sappiate: io non ho speranza”, così si è espressa Kate Marvel, una delle più importanti studiose del clima a proposito del sesto rapporto sul cambiamento climatico appena pubblicato dall’IPCC, il Panel intergovernativo sul cambiamento climatico (https://www.ipcc.ch/report/ar6/wg1/). La rilevanza dei dati per le aree locali è più evidente che mai. Non si tratta solo di innalzamento della temperatura. Il cambiamento climatico sta portando molteplici cambiamenti diversi in molte regioni – che aumenteranno con l’ulteriore riscaldamento. Questi includono modifiche all’umidità e siccità, venti, neve e ghiaccio, zone costiere e oceani. Il cambiamento climatico sta intensificando il ciclo dell’acqua. Questo porta precipitazioni più intense e inondazioni associate, nonché siccità più intensa in molte regioni. Negli ultimi trent’anni, sostiene il rapporto, i governi centrali e locali sono stati messi a conoscenza dei cambiamenti e della gravissima crisi in atto, ma non hanno fatto quasi nulla per intervenire in modo effettivo. In base al rapporto, il cambiamento climatico è molto diffuso, rapido e in corso di intensificazione. Secondo gli scienziati che stanno osservando i cambiamenti del clima terrestre in ogni regione e in tutto il sistema climatico, molti dei cambiamenti osservati sono senza precedenti da migliaia, se non da centinaia di migliaia di anni, e alcuni dei cambiamenti già messi in moto, come il continuo innalzamento del livello del mare, sono irreversibili per centinaia di migliaia di anni. Tuttavia, forti e durature riduzioni delle emissioni di anidride carbonica (CO2) e altri gas serra limiterebbero il cambiamento climatico. Mentre i benefici per la qualità dell’aria arriverebbero rapidamente, e potrebbero volerci 20-30 anni per vedere stabilizzare le temperature globali, secondo il rapporto approvato venerdì da 195 membri rappresentanti dei governi coinvolti nell’IPCC. Per le aree alpine rilevante è anche che un ulteriore riscaldamento amplificherà lo scongelamento del permafrost e la perdita del manto nevoso stagionale, con scioglimento dei ghiacciai e delle calotte glaciali e perdita del ghiaccio marino artico estivo. Per la prima volta, il sesto rapporto di valutazione fornisce una valutazione regionale più dettagliata di cambiamento climatico, compresa un’attenzione alle informazioni utili che possono informare la valutazione del rischio, l’adattamento, e altri processi decisionali. Dal rapporto emerge un nuovo quadro che può aiutare a tradurre i cambiamenti fisici nel clima nelle conseguenze per gli ecosistemi locali. Sarebbe importante vedere finalmente emergere scelte precise e profonde per organizzare la speranza.

Cambiamento

“Mai tacersi ciò che può essere pensato contro il proprio pensiero”, scrive Friedrich Nietzsche. Sembra difficile, vero? Forse lo è. Certamente non nel comprendere la frase. Ma nel metterla in pratica. In questo tempo di pandemia e di paura, non ci risparmiamo la retorica. Così cambiamento e sostenibilità riempiono le bocche più del cibo. Per non parlare della resilienza. Parola impresentabile e decisamente offensiva. Riguarda i metalli e non le persone. Si traduce, di fatto, nel dire di arrangiarsi a chi patisce disuguaglianze e emarginazioni. Come dire: tirati su da solo, quando nessun io può esistere senza un noi. Eppure, il cambiamento è il nostro destino. È perché cambiamo che siamo vivi. Torniamo a Nietzsche. La prima cosa che ci dice è che per cambiare bisogna pensare contro se stessi. Bisogna dubitare delle proprie convinzioni e certezze. È necessario mettere in discussione la forza dell’abitudine. Di fronte a queste affermazioni che indicano cose non facili da fare, uno dice: ma perché dovrei farlo? E tanto più lo dice quando quello che dovrebbe mettere in discussione è qualcosa che è stata vantaggiosa, che ha garantito assistenzialismo e anche una certa ricchezza. Per non rimanere solo nelle riflessioni, ma calarle nella realtà, in Irpinia vi sono alcuni esempi che ci possono aiutare, non solo a capire, ma anche a cambiare: il terremoto, l’industria e ora l’alta capacità. I vantaggi immediati che sono derivati all’inizio dalla ricostruzione selvaggia e interessata sono stati anche la causa del declino, nel momento in cui sarebbe stato necessario cambiare. Si sarebbe evitato un disastro paesaggistico, sociale e ambientale e vi sarebbe stata innovazione verso la progettazione di ambienti con varietà diverse di pietre e di soluzioni. Non è andata così, perché non solo si è taciuti a se stessi ogni dubbio, ma di cambiare non se ne poteva neppure parlare. L’industria si è sempre trovata di fronte a una svolta da cogliere e che non ha mai colto: quella di collegarsi all’agricoltura e alla sostenibilità, in modo da evitare soluzioni posticce spesso finite nel nulla. La domanda è sempre più orientata a preferire la sostenibilità e la ricchezza variegata dell’offerta che l’Irpinia può esprimere, ma si resiste a proporre le cose di sempre.  Per chi ha solo un martello, ogni problema diventa un chiodo. L’alta capacità è un progetto che si sta misurando con domande molto importanti e, soprattutto, si propone come un’opportunità di accessibilità e di apertura, densa di vie per differenziare e arricchire la società e l’economia. La si tratta con logiche paesane e localistiche che rischiano di far passare inutilmente anche quel treno. I rischi sono alti in quanto spesso si sbaglia a chiedersi tra cosa si sceglie. Non si sceglie tra proseguire così o cambiare. Se si ascoltano: la domanda dei consumatori, sempre più sensibile alla sostenibilità; la crisi ambientale e climatica; e i più importanti soggetti finanziari che richiedono bilanci di sostenibilità per erogare finanziamenti, si sceglie tra anticipare le scelte e iniziare a innovare, cambiando gradualmente, o rimanere immobili e farsi sorprendere quando sarà diventato tardi. Ammesso che tardi già non sia.

Orizzonte degli eventi

A Copenhagen, fino al 30 novembre, si svolge la mostra dell’architetto e artista argentino Tomás Saraceno, Event Horizon. L’orizzonte degli eventi, in termini fisici è quel confine valicato il quale qualsiasi particella dell’Universo da noi conosciuto non può più sfuggire all’attrazione del buco nero che crea quel limite. Oltre l’orizzonte degli eventi, le teorie fisiche che governano il nostro mondo e i nostri sensi perdono qualsiasi significato. La mostra si propone di rappresentare un percorso verso il futuro, il nostro futuro sul pianeta Terra. Saraceno ha ricreato una situazione espositiva, visitabile con un espediente evocativo, in barca, mostrando quello che potrebbe divenire un mondo antropizzato in modo insostenibile, una Terra in cui l’uomo, avendo superato l’orizzonte degli eventi che separa la salvezza dall’autodistruzione, non riesce più a controllare la dinamica dei fattori. Il silenzio richiesto durante la visita è elemento necessario per entrare in sintonia con lo spirito della mostra: in un ambiente tenebroso e instabile, fluttuante e precario, si sperimenta un sentimento di smarrimento e perdita. Il pensiero stesso è vincolato e si perde il senso del futuro.

Ciò che Tomás Saraceno vuole cercare di trasmettere con la sua installazione sono possibili risposte ad una semplice domanda: come potremo vivere in un futuro dove molte città saranno inondate dal mare, mentre altre zone del mondo saranno costrette a fare i conti con la siccità e con la calura causate da un aumento della temperatura?

Ispirati dal mondo dei ragni che affascinano l’artista da sempre, diveniamo spettatori e allievi ad un tempo: ne ricaviamo un’ispirazione di umiltà e una disposizione a imparare ad ascoltare per cercare di creare inediti stili di vita e un mondo nuovo, a fronte del fallimento del mondo attuale.

In Event Horizon insomma ci sentiamo ricondotti alla nostra essenza; ci sentiamo parte del tutto in un mondo da cui veniamo e a cui alla fine torniamo.


Denmark-Copenhagen-Cisternerne-Photo©Piergiorgio Pescali

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