Tre solitudini e un’inutile conversazione agostana

di UGO MORELLI.

Non cercare eventi capaci di segnare una svolta. Uno di quegli eventi grazie a cui potrebbe cambiare la storia. Quei fatti, cioè, che modificano la direzione e trasformano le situazioni. Non ne troverai uno. Lo dice pacatamente, reggendo il sigaro con il pollice, l’indice e il medio. Quasi a tenerlo lontano, ma allo stesso tempo non volendo rinunciare al suo conforto, pericoloso e attraente. Con gli occhi chiari, appena velati da occhiali a scomparsa, e una erre arrotondata in modo inconsueto, né moscia né francese. È impossibile ricordarsi degli occhiali, quando pensi a lui da lontano, quando ne ricordi i momenti e la compagnia. Lo ascoltiamo, nella sua rassegnazione appena indignata, con un rigore e un autocontrollo che non hanno niente a che fare con lo stile che qui domina ogni conversazione, anche quella su argomenti banali. Refrattario alle lodi di ogni tipo e riservato fino all’eccesso. Puntuale nella ricerca della parola, come nella cura della descrizione.

Ci guarda dall’alto un bassorilievo stilizzato di un volto noto, quasi agiografico e certamente abusato. È lì perché gli hanno intitolato quello che dovrebbe essere un parco, o forse un giardino. Semicoperto da un rampicante che solo in parte nasconde la vergogna dello scempio urbanistico che ne sostiene l’immagine scolpita. Miseria e nobiltà di un principe comico che aveva trasformato la prima nella seconda, non solo per il gioco del destino ma per la forza della sua arte. Non riesce, invece a nascondere la vergogna l’erba spelacchiata di quel giardino, ricoperta di cartacce, con alberi sparuti, dove bambini spaesati imparano la prepotenza e l’arroganza, perpetuando la cultura locale.

Eventi in grado di produrre una svolta non ne sono mancati. Non è questo il problema. Non hanno cambiato la storia in una direzione migliore, non perché non fossero importanti, ma per la forza imperitura di neutralizzarne la portata, o quello che avrebbero potuto portare.

Lo ascoltiamo, in silenzio pensoso, il nostro amico. Uno di noi per non rischiare di ripetere analisi più volte discusse fino alla noia e al sentimento oppressivo di inutilità che ne deriva. L’altro dei tre, che sta curando la pipa col pigino con maestria consumata, per un sentimento tra senso di colpa e responsabilità, proprio di chi c’era, ha visto, ha persino provato, ma registra quotidianamente un fallimento irrisarcibile e la convinzione di vivere una situazione insalvabile. La piega impeccabile della camicia stirata con cura, che indossa con misura ed eleganza, descrive bene una precisione che si è rivelata non solo inutile ma anche dannosa, per l’ostracismo che è riservato a chi, come lui, è stato scomodo ma temuto, e poi solo scomodo e non più temibile. Qui le cose vanno così: o si domina o si è dominati, e se si è dominati si può essere servi o esclusi. Caricando la pipa di grammi adeguatamente calibrati di tabacco, con gesti resi sapienti proprio dalla tecnica e dalla ripetizione, lo scetticismo si palesa sulle labbra sottili del nostro amico, preparando l’irruzione di uno degli acuti con cui esprime i suoi disappunti.   

Intanto volteggiano le mani dell’altro, con le sue dita che si congiungono in un gesto eloquente, mentre con l’altra mano aspira lievemente dal sigaro una boccata di fumo che si eleva nell’aria torrida di un agosto tropicale. Una delle sue giacchette, sempre ricercate, leggermente sgualcita dall’uso, lo protegge come se ce ne fosse bisogno. Benché sorrida ironicamente ogni tanto, schioccando leggermente le labbra, come per dire che ci vuoi fare, e la sua delusione si combini bene con le boccate di fumo profumato e le mani composte dell’altro che, tenendo la pipa come una parte di sé, esclama commenti satirici e rincara la dose, avverto che stiamo parlando come se ancora una volta ci credessimo. Come se da qualche parte ci dovesse pur essere qualcosa o magari qualcuno con cui allearsi per cambiare le cose.

E ritorna puntuale la teoria delle occasioni mancate e della ricerca ripetitiva dei perché.

Il più recente degli eventi, l’alta capacità; e prima ancora la ricostruzione dopo il sisma del 1980; e gli interventi straordinari per il sud; e le strategie (sic!) per le aree interne, sfilano davanti a noi, mentre lo sguardo inciampa in quelle che furono le colonne del porticato di una delle chiese storiche del paese, demolita e non ricostruita, collocate sul nulla e verso un sedicente consorzio di bonifica, la cui funzione e la cui ragion d’essere nessuno sa spiegare, neppure coloro che, essendone dipendenti, ci campano da una vita.

Musiche neomelodiche ostacolano la comprensione delle parole, provenienti dal bar sui cui tavoli esterni siamo ospitati che, dopo un certo periodo di cura, si sta adeguando allo spirito del luogo. Nel controllare il sigaro che brucia in modo sghembo, senza provvedere magari con un supplemento di fuoco dall’accendino, il nostro amico fedele a uno stile inglese ci sciorina gli ultimi ritrovati delle feste e sagre agostane che, come una teoria ineluttabile, punteggiano anche quest’anno i luoghi d’Irpinia. Si vive solo in agosto, quando gli esuli più o meno volontari di queste terre tornano, un po’ per rituale e in parte per malinconia. Il principe De Curtis continua a guardarci da dove se ne sta, come chi la sa lunga, più lunga dei nostri arrampicati commenti e delle nostre prediche inutili. Da quel muro sovrastante che opprime lo spazio che ne regge l’immagine scolpita con dubbio gusto, le nostre parole sembrano rimbalzare su noi stessi. Non penetrano, non passano e ancor meno penetrano e passano nel muro di gomma dell’indifferenza che inchioda questo mondo su se stesso. Avremmo voluto, forse, essere almeno un poco scomodi, ma, deposta per un furtivo istante la pipa sul tavolino, quello di noi che di solito parla meno ma quando lo fa scassa una chiesa, allarga le braccia in segno di sconforto. Ci parla delle ultime alleanze fra poteri economici locali, sempre pronti al dialogo, si fa per dire, con il potere politico, e dei tentativi di esprimere posizioni di minoranza che di certo rovinano lo stomaco di chi li fa. Quanto a incidere poi, a creare un evento, pare proprio che non si riesca. Come l’afa che ottunde, di questo agosto crudele, le discontinuità si esauriscono prima ancora di divenire visibili. Piantine di fragile fogliame che il sole essicca quasi prima dell’alba, in modo che nessuno si accorga che avevano provato a nascere. La musica neomelodica si fa più assordante e sgradevole e il sole implacabile disegna le ombre verticali dei nostri passi, mentre, dopo un rapido saluto, che ne andiamo ognuno per conto nostro, portandoci con noi le nostre solitudini.       

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