“Ariaferma” di Leonardo di Costanzo

di CARLA PERUGINI.

Due uomini camminano appaiati lungo un muro. Visti di spalle si assomigliano, sincronizzati come sono nel passo e nei colori scuri del vestiario. Il più piccoletto porta un secchio pieno di verdure dell’orto: le hanno appena colte insieme e da una sua laconica frase l’altro (e noi con lui) scopre di aver vissuto l’infanzia nello stesso quartiere napoletano. In realtà non potrebbero essere più diversi: l’uno è il capo delle guardie, l’altro un carcerato.

La macchina da presa ce li allontana sempre più, fondendoli con quel paesaggio aspro e solitario, fatto di rocce scure e aguzze che lo rendono simile all’immaginario di un pianeta sconosciuto. E davvero un pianeta ignoto per noi cittadini liberi è quello del carcere, dove ex cittadini, dopo aver offeso la libertà degli altri (ma di nessuno veniamo a sapere il reato, se non per allusioni), sono divenuti sudditi, soffrendone la privazione, addomesticati ormai dall’obbedienza verso tutte quelle regole che fanno della prigione, come avrebbe scritto Joseph Brodsky che la provò in Unione Sovietica sulla propria pelle, una drammatica mancanza di spazio equilibrata da un eccesso di tempo.

Nella fatiscente galera sarda destinata alla chiusura, si ritrovano a convivere, per una serie di circostanze impreviste, un manipolo d’agenti con una dozzina di prigionieri. Confinati in uno spazio ancora più ristretto per gestire al meglio la mancanza di servizi e di sorveglianza, questi uomini (è un cast tutto al maschile) di varie età e provenienza, sperimentano, come animali che debbano spartirsi un territorio insufficiente per tutti, sia le asprezze e le difficoltà della convivenza, sia le astuzie dell’intelligenza e lo stupore dei sentimenti, perché (ed è questo, credo, il messaggio del film) anche nel peggiore degli uomini puo’ celarsi una fiammella di quella natura che tutti ci accomuna. “Homo sum, humani nihil a me alienum puto”, aveva già sentenziato il drammaturgo Terenzio due secoli prima di Cristo, smentendo così quell’affermazione con cui il capo delle guardie carcerarie (un intenso Toni Servillo) aveva gelato le caute manovre d’avvicinamento del boss don Carmine (un altrettanto straordinario Silvio Orlando), ribadendo la distanza incolmabile fra chi s’addormenta con la coscienza a posto e chi quel sonno ristoratore s’è condannato a non provare più.

Ma sarà proprio lui, Gaetano, a colmarle quelle distanze, inaugurando un percorso di comprensione dei bisogni dell’altro e di superamento delle assurdità e delle crudeltà gratuite del sistema punitivo, che finirà per trasformare quella piccola comunità di estranei in un esemplare modello di possibile riscoperta di vicinanza.

Senza retorica buonista né trovate a effetto, il regista ischitano, già autore di varie pellicole di forte impegno civile, sa mantenere per ben due ore alta la tensione, raggiungendo il massimo dei risultati con il minimo dei dialoghi e una scenografia più teatrale che cinematografica. E con un uso sapiente della luce e del buio, dagli esiti quasi caravaggeschi, come nella scena in cui il più giovane dei prigionieri, ragazzo problematico e dall’incerto destino, si offre di lavare il più reietto di tutti, un vecchio isolato e disprezzato dagli altri, con un gesto di pietas, in cui possiamo riconoscere l’identità più nobile del nostro essere uomini.

Carla Perugini

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