CHICHILICANTI Un sogno per il 23 novembre

di Ugo Morelli.

Era un gioco. Soltanto un gioco. O almeno così mi sembrava. Chi doveva dirmelo che si sarebbe trasformato, almeno metaforicamente, in una delle principali forme determinanti per la mia vita. Per l’oggetto che studio, il cervello umano, ma per qualcosa di più: la mia struttura esistenziale originaria e quello che ne rimane, i suoi frantumi. E la forma, si sa, fa il contenuto e viceversa. Quel gioco si è trasformato in sogno. Un sogno di mezzo autunno, imprevisto come tutti i sogni, eppure chiaro e limpido, più ancora del reale. Così come imparavamo dopo un lungo esercizio a fare in modo che rompendo una noce, il gheriglio, che certamente non chiamavamo così, ma che assumeva un nome tra uno scioglilingua e un timbro musicale, quel gheriglio appunto, che noi chiamavamo chichilicanto, rimanesse intero, intatto, che le sue parti non si scomponessero, pur essendo fragili ed esposte ai nostri gesti inesperti e approssimativi – uno dei tanti rituali di iniziazione che la nostra esperienza di bambini cresciuti in fretta per educazione e per necessità, ci poneva innanzi – allo stesso modo imparavamo come erano fatti i nostri paesi con la loro essenziale bellezza e fragilità. Diventavano gare di reputazione tra di noi, quegli esercizi, e non avevamo certo a disposizione degli schiaccianoci ma era tutto un gioco di ricerca delle pietre adatte a svolgere una funzione che diventava un esercizio di dosaggio della forza e della delicatezza, del peso del corpo e della leggerezza, della misura del gesto e dei suoi effetti. Li disponevamo in bellavista i chichilicanti che ci riuscivano e, inutile dirlo, a vincere era chi su un numero di noci certamente non illimitato e ovviamente prestabilito riuscisse ad ottenere, rompendole, dei gherigli intonsi. Le gare si ripetevano di anno in anno e il gioco valeva per le noci fresche, quelle appena estratte dal mallo che tingevano di marrone le dita, premiandoci con un profumo che ancora attraversa narici e cervello. Il sogno di mezzo autunno mi ha portato ancora una volta ad associare il chichilicanto alle nostre case, quelle case che non esistono più nella maggior parte, o che sono diventate le nostre case vuote che qua e là ancora si intravedono, sbirciando e selezionando tra un’edilizia estranea e sovrapposta, figlia non riconosciuta di una ricostruzione a dir poco distratta, prodotta per punteggiare malamente gli spazi dei paesaggi della nostra vita. Quelle case erano fragili pur essendo di pietra, tirate su con mezzi minimi se non quasi inesistenti, ma avevano la capacità di stabilire un dialogo con lo spazio e il paesaggio. Le mani artigiane ed esperte che le avevano costruite, scegliendo i luoghi per posizioni ed esposizioni, avevano documentato con i loro gesti un’armonia tra gli esseri umani e il loro mondo. Certo erano fragili, come un gheriglio, come un chichilicanto. E nel sogno, siccome i chichilicanti che si riuscivano a realizzare venivano disposti a piramide con tre di loro alla base e uno sovrapposto, anche per mostrare con una certa vanteria il risultato delle proprie capacità, l’architettura composita delle case dei paesi dell’Irpinia mi si è presentata come una composizione di chichilicanti. E alla stessa maniera con cui alla fine del gioco ognuno di noi si divertiva a tirare giù i chichilicanti degli altri, nel mio sogno il terremoto ha tirato giù i luoghi della vita, la loro storia e la loro memoria e, per sempre, una parte di me e, penso, una parte di noi.

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