Gianni, il maestro semplice che mi insegnò ad amare l’Irpinia

Un ricordo di Gianni Celati

Di EMILIA BERSABEA CIRILLO.

Non conoscevo l’Irpinia, prima del 23 novembre 1980. Quella che sarebbe diventata la scena delle mie scritture mi era ancora ignota. Pensavo che il dentro, i paesi dell’interno, fossero bui e neri, poveri e freddi. Volevo aria e mare: Napoli, per dirla in una parola. Se penso a quel periodo, penso che le cose che cominciavo a scrivere non avevano una spina dorsale. Erano prove un po’ amebiche, che non si tenevano in piedi. Mancava un luogo, mancavano i nomi dei luoghi, avevo paura a nominare Avellino, avevo paura ad espormi.  Ma poi è venuto il terremoto e le cose si sono capovolte.

Lo scenario dei paesi era desolante: rovine, pietre smosse, un patrimonio storico e abitativo andato in frantumi.   Non avevo altro che macerie e crolli e paesi fangosi che scendevano a valle. Ed io ero là, in quel fango e in quelle pietre e non volevo andare più via. Mi dicevo, ma allora se resto ci sarà pure un motivo, se resto e voglio raccontare, devo partire da quello che è sotto i miei occhi e dalle parole che ascolto. Cominciai così a scrivere di paesi, di quei paesi che visitavo per il mio lavoro di architetto, di quello che restava o di quello che intuivo fosse stato, ascoltavo le parole della gente nei bar, dal panettiere, nelle chiese e tornavo a casa con forti emozioni,   . Mettevo giù raccontini massimo di due paginette, nei quali cercavo di raccontare quei luoghi come se fossero estranei a loro stessi.

Era il 1995, frequentavo come tanti in quegli anni la libreria Petrozziello e fu proprio il caro Tonino, con quel luccichio negli occhi di chi ti sta offrendo una chicca irrinunciabile, che una mattina di ottobre mi porse un libro. “E’ proprio adatto a te” mi disse. Era il primo numero della rivista l’”Almanacco del Semplice”, diretto da Gianni Celati, edita da Feltrinelli. La rivista nasceva dall’esperienza di un ciclo di letture in prosa a “Viva Voce”, promossa dalla Fondazione San Carlo di Modena e si avvaleva del contributo di Michelina Borsari, Ermanno Cavazzoni, Gianni Celati e altri scrittori. Il fondamento era che la lettura e la scrittura di fantasia, al pari delle erbe coltivate nel giardino dei semplici, contenesse “una eminente virtù medicinale, che può aiutare casi gravissimi o accompagnare una convalescenza, lunga a volte tutta la vita.” Gli argomenti trattati erano i più disparati, raccolti in un catalogo dai titoli affascinanti, tipo: Una cosa banale che però fa battere il cuore a chi legge, o Inferni, purgatori, paradisi immaginati e viaggi nell’aldilà, o ancora Racconti di viaggi molto brevi. Comprai la rivista, la lessi da cima a fondo, mi venne un’idea, poi ebbi i miei soliti timori, infine stampai due miei racconti di viaggi molto brevi, uno dedicato a Materdomini, l’altro al Convento delle Clarisse di Santa Lucia di Serino e li spedii alla Fondazione San Carlo di Modena. Senza alcuna speranza di avere una risposta.

Lo scrittore Gianni Celati (1937-2022) (foto: Andrea Samaritani / Ipa / Fotogramma)

Invece, tempo passò, la risposta ci fu e positiva. I miei due brevi racconti di viaggi erano piaciuti molto a Gianni, mi comunicò Michelina Borsari in una inaspettata telefonata pomeridiana, e sarebbero usciti nel numero tre del “Semplice”. Il Gianni era Celati, come avrete capito. 

Di Celati avevo letto negli anni precedenti, da “La banda dei sospiri” a “Quattro novelle sull’apparenza” accostandomi a un modo di narrare essenziale, tra il fantasioso e il realistico, che mi era piaciuto. Ma amavo “Verso la foce”,  diario di un viaggio fatto negli anni ottanta da Celati con Luigi Ghirri e altri fotografi lungo il Po, diventato per me una sorta di Bibbia letteraria: ogni luogo poteva essere narrato, osservato e  attraversato  come se fosse il  personaggio di una umana solitudine, di una vita che scorre tutti i giorni nella sua ripetizione. Ogni luogo offre un pretesto per raccontare il tempo che lo ha attraversato, che si chiude o si apre come un sipario sul teatro dell’esistenza.   Nessun fracasso, nessuna esuberanza: guardare un paesaggio, passare in mezzo a una piazza, ascoltare le voci o i rumori, produce in chi ne scrive una sorta di trasformazione, un nuovo saper nominare le cose.

Così, quando nel settembre del 1996, Generoso Picone, allora assessore alla Cultura della giunta Di Nunno invitò Gianni Celati ad Avellino per una lettura di alcune sue prose, corsi a conoscerlo. Arrivai nella chiesa del Carmine, diventata da allora una sala per incontri culturali che chiacchierava proprio con Generoso. Era un uomo alto, ossuto, le mani grandi, dalle movenze eleganti, lo sguardo apparentemente tranquillo. Quando Generoso ci presentò, lui mi sorrise e disse “Ho pescato le sue prose da una pila alta così di manoscritti.” E mi ringraziò per averli inviati al “Semplice”. Arrossii, balbettai qualcosa. Non ero abituata a quella sincera umiltà. Non ero abituata a quella semplicità, in uno scrittore famoso.

Celati, capii col tempo, era un assoluto fuori classe. Non voleva gloria, voleva stare nelle emozioni autentiche. Estremamente rispettoso del lavoro degli altri, aveva grande cura delle parole. Come tutti i grandi pensatori solitari, aveva a cuore le sorti del mondo e della letteratura.  Quella sera in una sala affollata, lesse brani dalla “Recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto” e alcuni “Sonetti del Badalucco nell’Italia odierna.”, metafora della situazione culturale e politica del nostro paese.

“Di cosa è marcia questa patria trista? È marcia per mancanza di vergogna e il perdente si gratta la sua rogna.” Leggeva bene Celati, da attore provetto, con quella sua voce lenta, incredibilmente dolce, quel suo accento padano-lombardo sottile come un sussurro. I personaggi della sua storia erano finti perdenti, finiti in provincia, alla loro ultima recita, “…signora l’arte drammatica è finita…non capisci che non abbiamo nessun posto dove andare …Se potessimo recitare solo per gli animali, forse ci ascolterebbero…” Vecchiatto e la moglie Carlotta restano personaggi beckettiani, al loro ultimo nastro, eroi drammaticamente soli, pronti a scomparire nel vento.

Fu una serata di riflessioni, di questioni sulla scrittura e sul mercato editoriale. Aveva già intuito il suo decadimento, lo scivolare dell’editoria verso la semplificazione, verso offerte populiste a tanto al chilo. Lui ascoltò  tutti gli interventi, firmò le copie dei libri, ringraziò  con la sua modestia gli intervenuti. Era veramente sincero di essere stato accolto da un pubblico così folto e attento. La cosa mi colpì molto.

Ricordo che Generoso mi invitò a cena, con loro. Io al solito non sapevo. Celati insistette e passò dal lei al tu. Io fui lusingata e accettai, piccola provinciale privilegiata.

Il ristorante che ci accolse fu “Zia Pasqualina”, ad Atripalda. La cena fu a base di piatti irpini, non ricordo molto della conversazione, fu una serata molto bella. Celati mi disse che dovevo continuare a scrivere di piccoli viaggi. Mi sentii confortata. Pensai che   quella era la vita che volevo, crescere con persone come lui.   

Celati non ha mai saputo quanto sia stata importante il nostro incontro, come da allora ho continuato a scrivere di Irpinia, cercando una mia strada, nell’apparente deserto di questa provincia. Da quell’incontro nacque nel 1999 il “Pane e l’argilla, viaggio in Irpinia”, un exursus tra i paesi del cratere e non solo, illustrato dal carissimo maestro Giovanni Spiniello, che resta un punto cardine della mia produzione.

Ho trovato grazie ai libri di Celati, alle sue osservazioni, alle sue novelle sulle apparenze, un mio sguardo, un mio punto di vista. Ho percorso gli argini del Po, ho visitato i paesi della bassa padana, le colline e le rovine dei nostri paesi, rintracciando similitudini, tra loro, perché l’esistenza, i costumi degli italiani, i riti e i consumi, le modificazioni del paesaggio, nel nostro occidente, sono fatte proprio della stessa materia.

Da quella sera ho incontrato Celati altre volte.

A Carpi, al premio Loria, mi disse “Vedi, oramai scrivono tutti, anche i gatti. Tu continua per la tua strada”, sempre con quella sua gentilezza, quel suo garbo, quell’attenzione agli altri che lo rendeva speciale. E ancora ad Avellino, qualche anno dopo, dove presentò il suo libro “Avventure in Africa”, un diario del suo viaggio in Senegal, e ancora a Torino, al Salone del libro, alla presentazione dell’Ulisse da lui tradotto per Einaudi, già provato dalla malattia, quando avvicinandomi a lui, disse “Emilia, di Avellino, da così lontano sei venuta!”, cosa che mi commosse non poco.

Per me è stato, anche se non lo ha mai saputo, un vero maestro, colui che ha battuto la strada di sabbia per indicarmi nuovi percorsi: la provincia, che non è un limite ma un luogo letterario, le novelle, che vanno scritte anche se è un genere poco amato dall’editoria. Niente è destino, niente è orizzonte, ma tutto è destino e orizzonte, insieme, e credere all’apparenza è dare corpo ai sogni che si agitano in noi.

Tutto si può narrare, soprattutto quello che sembra inenarrabile. È in questo che si misura la forza di uno scrittore.

Qualche sera fa, ascoltando il concerto dedicato a Franco Battiato ho pensato a Gianni Celati, al loro essere stati uguali modelli di umanità e di creatività per tanti. Quella loro spiritualità, quella loro wanderlust, quel cercare il silenzio è proprio dei maestri “in cammino” che non vogliono sentirsi tali e che lasciano in chi li ha conosciuti una infinita gratitudine.  

 “…Le cose sono là che navigano nella luce, escono dal vuoto per aver luogo ai nostri occhi. Noi siamo implicati nel nostro apparire e scomparire, quasi che  fossimo qui proprio per questo. Il mondo esterno ha bisogno che lo osserviamo e raccontiamo, per avere esistenza. E quando un uomo muore porta con sé le apparizioni venute a lui fin dall’infanzia, lasciando gli altri a fiutare il buco dove ogni cosa scompare…” scrive Celati, in “Verso la foce”.

 Ecco che sono qui, a fiutare e a domandarmi cosa nasconda questo misterioso vuoto, caro indimenticabile Gianni.

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