Oltre il feticismo del paesaggio

di UGO MORELLI*

Casa Filette

Utilizzando un paradosso possiamo sostenere che se non disponessimo del sistema sensorimotorio combinato con il nostro pensiero simbolico, per noi il paesaggio non esisterebbe. L’educazione al paesaggio richiede perciò un paio di premesse necessarie. La prima riguarda l’esigenza di definire con una certa precisione di cosa parliamo quando parliamo di paesaggio. Ci portiamo dietro una visione idealizzata del paesaggio che lo considera soprattutto come aspetto esteriore degli ambienti in cui viviamo a partire da una considerazione che potremmo definire “romantica”, che ne idealizza il contenuto, il senso e il significato. La seconda premessa riguarda le forme narrative con cui il paesaggio viene descritto, analizzato e raccontato. Se proviamo a fare un salto di qualità giungendo a definire il paesaggio come l’esito del nostro accoppiamento strutturale con gli spazi della nostra vita, possiamo riconoscerne la natura esistenziale che lo connette alla nostra stessa vivibilità e, più strettamente, alla nostra biologia evolutiva. In questo senso il paesaggio è il nostro spazio di vita possibile, inteso concretamente come acqua, aria, suolo, energia, fattori necessari o meglio indispensabili per la nostra esistenza. Dal punto di vista educativo ne consegue che noi giungiamo a creare l’idea stessa di paesaggio muovendoci negli ambienti della nostra vita fin dalla nostra origine ed estendendo il paesaggio corpo al paesaggio stanza, al paesaggio casa, al paesaggio esterno che sia un cortile o una via o un quartiere, al paesaggio paese o città, al paesaggio mondo. Come abbiamo mostrato in un ampio percorso di ricerca il paesaggio, dal punto di vista del nostro rapporto e del nostro accoppiamento strutturale con gli ambienti della nostra vita, tende ad assumere le stesse caratteristiche della lingua madre. Così come noi non possiamo non imparare la lingua madre dal momento in cui partecipiamo ad una comunità di parlanti nel contesto della nostra vita fin dalla nascita e ancor prima, alla stessa maniera noi non possiamo non elaborare un’idea di paesaggio come interiorizzazione dei contesti di vita e proiezione di noi stessi in quei contesti (U. Morelli, Paesaggio lingua madre, Erickson, Trento 2014).

 Una critica al feticismo del paesaggio idealizzato e, quindi, dell’identificazione del paesaggio con il “bel paesaggio”, é perciò una condizione essenziale per sviluppare un’azione educativa efficace che voglia occuparsi del paesaggio e della vivibilità. Quest’ultima è intesa come l’insieme delle condizioni proprie di un ecosistema di cui noi finalmente ci sentiamo parte, non essendo in alcun modo e per nessuna ragione sopra le parti di quell’ecosistema, ma riconoscendo di essere una parte del tutto che non ha alcuna condizione di vita possibile se non dipendendo da quell’ecosistema. 

Appare necessario intraprendere, educativamente parlando, un percorso multidisciplinare, seguendo percorsi non solo di storia del territorio e dell’arte ma anche di filologia, filosofia e storia delle religioni, per lavorare sul paesaggio; occorre soprattutto porre al centro il sistema sensorimotorio umano, dalla percezione alla sensibilità; occorre, inoltre, considerare i contributi delle scienze della vita e della complessità dei sistemi ecologici. Questi percorsi possono portare ad avvicinarsi a concepire il paesaggio come una delle molteplici espressioni di una civiltà, prendendo le distanze dalla concezione feticistica del paesaggio come eccezione o veduta eccezionale, come panorama o come cartolina, o ancora come immagine da postare sui social media. Partendo da queste premesse, l’educazione si focalizzerà non solo sulle varie manifestazioni riconoscibili di una data cultura paesaggistica– in quanto ogni realtà sociale ed economica nel proprio contesto esprime nei fatti e con le azioni una cultura del paesaggio –, bensì sulla ricerca antropologica di costanti trasversali a diversi luoghi e epoche, muovendosi quindi a livello spaziale e temporale, cercando collegamenti tra oriente e occidente, tra antichità e contemporaneità. Ne deriverà un ampliamento metodologico dell’analisi del paesaggio e dei suoi confini tematici e geografici: un superamento sia della concezione formalista del paesaggio sia della semplice decifrazione iconografica delle sue immagini, in favore di una scienza della cultura che interpreta l’espressione del paesaggio innanzitutto come esigenza biologica.

Questa sfida alla diffusa concezione puramente estetizzante del paesaggio pone in relazione il paesaggio con le azioni e le scelte estetiche e materiali dell’epoca, in un’ottica quindi di ricostruzione della storia della cultura della vivibilità e del modello di sviluppo di un dato luogo e periodo, al fine di chiarire in che modo e a quale scopo l’eredità delle generazioni sia stata fatta propria e utilizzata dai contemporanei. Ne emerge un aspetto più che decisivo dell’educazione al paesaggio, quello dell’educazione alla responsabilità che ognuno ha come costruttore di fatto, insieme agli altri, del paesaggio della propria vita. Pur incentrandosi sul rapporto tra linguaggio, azione poetica – da poiesis che vuol dire fare, noi facciamo di fatto il nostro paesaggio – e linguaggio visivo, il confronto tra parola e narrazione non ricopre quindi solo un obiettivo filologico, volto a rintracciare le rappresentazioni e le raffigurazioni, bensì ha lo scopo di mettere in luce il valore espressivo che il modello di azione individuale e collettivo assume nel creare i paesaggi delle nostre vite [cfr. U. Morelli, I paesaggi della nostra vita, Silvana Editoriale, Milano 2020].

Analizzando i modi di intendere il paesaggio nei linguaggi dominanti non è difficile riconoscere le cifre dell’eccezionalità, dell’autentico, del meraviglioso. Una sorta di sindrome celebrativa che esalta il paesaggio nel momento in cui continua a distruggerlo. Si pensi solo al consumo di suolo che prosegue ad un ritmo forsennato, speculativo e ingiustificato. Laddove sarebbe particolarmente importante, soprattutto da un punto di vista educativo, prestare attenzione al valore e al fascino del piccolo, dell’infinitesimale, del frammento, senza il clamore del gigantismo. Oggi è tendenzialmente tutto orientato all’eccezionale e all’ossessione del cosiddetto autentico, all’insegna del nostro consumismo dominante che continua ad insegnarci che di più è meglio, creando continui vincoli a riconoscere che il piccolo e il minimo sono straordinari. Il frammento contiene tutto se si hanno i passi per avvicinarlo e gli occhi per guardarlo, se si attivano le orecchie e le emozioni per ascoltare e il tatto per toccare. Il piccolo contiene tutto se la ricerca educativa favorisce l’attivazione del sentire e del riconoscere che nel paesaggio c’è lo spazio di vita e c’è la proiezione dell’interiorità, tutto condensato. Ci sono la memoria e i millenni di vita in qualsiasi espressione di ogni piccolo posto perché ogni luogo è paesaggio a saperlo riconoscere.

Le narrazioni del paesaggio e, purtroppo anche molte attività educative, finiscono per proporsi come una sorta di ekphrasis del paesaggio ideale, invece che concentrarsi sull’insistenza dei fattori che emergono dal movimento nello spazio e dall’ascolto degli eventi prodotti dal vento sugli alberi e dalle azioni degli umani sull’ambiente. Questa convenzione rappresentativa non trova un riscontro nell’esperienza e si traduce in una ulteriore idealizzazione separata. Mentre sarebbe necessario procedere a una descrizione densa generata dall’osservazione partecipe e dall’ascolto, a una thickdescription, come la definisce Clifford Geertz, caratterizzata appunto da un “movimento intensificato” nell’ambiente per sviluppare una codificazione originale del paesaggio, approfondita e non superficiale, connettendola alla vivibilità e alla sua crisi odierna. Un’educazione così impostata individua quindi nel principio del movimento l’origine della messa a punto di una teoria della vivibilità sufficientemente buona e adatta al presente [cfr. U. Morelli, Mente e paesaggio. Una teoria della vivibilità, Bollati Boringhieri, Torino 2011].

L’educazione può essere così innanzitutto un’occasione e uno strumento espressivi, che mira ad infondere, attraverso il movimento, vitalità e realismo alle sue raffigurazioni, andando quindi a improntarne lo stile tanto quanto il contenuto di un riconoscimento del rapporto tra paesaggio e vivibilità.

L’educazione al paesaggio non sarà, allora, ridotta all’invenzione di un programma iconografico o contemplativo, anche se la contemplazione è una delle caratteristiche della nostra competenza simbolica ed estetica. Il paesaggio è concepito come simbolo della natura che nel tempo si rinnova. Ogni volta che viviamo un paesaggio è come se fosse la prima volta: si crea un legame tematico tra ogni volta che vediamo il paesaggio e noi; così come quel legame è diverso per ognuno di noi. Se la definizione di simbolo come connessione tra immagine e significato tramite un punto di comparazione, in cui la creazione e la fruizione del paesaggio si collocano in una posizione intermedia, in un precario equilibrio tra l’atto rituale del camminare e dell’osservare e il concetto puro, dal secondo, cioè dal significato, assimila la concezione secondo cui ciascun evento esperienziale agisce sulla materia cerebrale lasciando su di essa una traccia,: in questo modo si può arrivare a ipotizzare una trasmissione delle immagini, e in particolare di alcune immagini simboliche, basata sulla nozione di memoria culturale collettiva. Il paesaggio è di fatto memoria culturale e esperienziale collettiva. Questa trasmissione ha un fondamento antropologico-espressivo. Per questo motivo Aby Warburg conierà il termine pathosformel (formula di pathos) al fine di indicare questa particolare tipologia di immagini, in grado di travalicare i confini geografici e cronologici della storia dell’arte e del paesaggio, proprio in virtù del loro contenuto connesso alla passione. Il paesaggio diviene al tempo stesso simbolo e testimonianza non solo della progressiva emancipazione nei confronti dei vincoli della tradizione e del modello di sviluppo dominante, così pervasivo e distruttivo, ma anche il fondamento proprio nella carica vitale che il paesaggio custodisce. La lettura del paesaggio ci può così restituire un quadro incredibilmente complesso e sfaccettato, capace non solo di arricchire la nostra percezione del mondo, spesso quasi interamente assorbita da sterili nozioni esteriori, ma anche di spiegare perché, una modalità di vivere innovativamente il paesaggio può trasformare il nostro immaginario condiviso.

*Ugo Morelli, docente di Scienze Cognitive Applicate all’Università Federico II di Napoli. Scrittore e saggista. ugo.morelli@gmail.com

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