La città e la rivoluzione della competenza

DSCN8222di UGO SANTINELLI.

Di cosa Avellino ha bisogno ora? Alla larga dalle divisioni zoppicanti in Consiglio Comunale, dalla politique politicienne in salsa locale, punterei ad una fondamentale scelta di metodo. Prendiamo il binomio politica e competenze tecniche. Da troppo tempo diamo per scontato, come elementi naturali, l’ondivago procedere della prima e le presunte solidità delle seconde. Presunte perché trasportiamo pari pari, nel governare una comunità, o nel discuterne le ipotesi di governo, i confini accademici delle competenze, gli insegnamenti e le cornici delle facoltà universitarie. Così un problema appare di “competenza esclusiva” di un tecnicismo, piuttosto che di un altro. E nella composizione di una giunta, le deleghe politiche finiscono con il richiamare i confini delle competenze tecniche, presidiati dai singoli assessori. Sta alla formula politica generale, e spesso alla personalità di un sindaco, la debolezza o la forza dei legami tra i singoli assessori.

In un tempo che si proclama “alternativo”, proverei a mescolare gli elementi, con un unico punto che resta centrale, l’essere città. Perché trasporti, urbanistica e lavori pubblici devono continuare ad essere facce separate di un’unica questione? La distinzione tra i singoli aspetti serve all’efficacia delle soluzioni, ma nella realtà la separazione, per competenze e deleghe, è un falso mito costruito da consuetudini ed accomodamenti. Nessuno pensa di poter convincerci che progettare il motore di un’auto sia fin in fondo separato dal progetto della carrozzeria e, grosso modo, dal chiedersi su quale tipo di strada, in prevalenza, viaggerà quell’auto.

Ha senso pensare agli individui che vivono ed animano una città, come ad un tutto intero; non, secondo le circostanze, solo un residente, o un domiciliato, se occupano una casa che normative e scelte urbanistiche hanno un tempo consentito di costruire; e un pedone, se si muovono nello spazio esterno alla casa, o al luogo di lavoro, per le strade e le piazze, a meno che non adoperi mezzi di trasporto: la macchina o il bus?. E quando ha tempo libero da vivere, un fruitore di spazi verdi o di cultura, oppure un’anima in pena il sabato notte, in giro per i bar. In ogni caso gli individui si muovono in spazi limitati, siano la casa o una strada, e devono convivere con altri. E già sarebbe “alternativo” sgomberare gli spazi finiti della città da ingombri, le auto, che inficiano le relazioni umane e lo stato di salute generale.

Per complicare l’esercizio e la ricerca del metodo nuovo, dovremmo immaginare, con i piedi per terra, in carne ed ossa –e sa di ossimoro- una persona che dovesse raggiungerci qui, in via Gramsci, o -poniamo- al 67 del viale dei platani, interno 16. Una persona che non abiti ad Avellino, ma vi giunga per la prima volta, con scarse notizie, per lo più con lo stereotipo della cittadina piovosa tra i monti, lontana.

Che arrivi alla stazione centrale, o all’aeroporto di Napoli, qual è l’impatto con Avellino? La pensilina dei pullman sul retro di piazza Garibaldi o un desolato marciapiedi di Capodichino.

E giunto in città, come si muoverà? A piedi finché gli va bene; ma se avesse bisogno di un autobus, di un mezzo pubblico: dove comprare un biglietto, come destreggiarsi tra i percorsi? E se ha una valigia d’impaccio? E se la meta non fosse via Gramsci o il viale dei platani, centrali, ma ad esempio la città ospedaliera? Quanto tempo? Quali ostacoli o fastidi da superare?

L’alternativa di governo consisterebbe nel seguire, passo dopo passo, questo povero viaggiatore, prevederne i minuti bisogni, vestirne i panni, calarsi nel suo fisico, meglio se debole o invalidato. Ci troveremmo di fronte all’intreccio tra la ricerca di uno sguardo terzo e l’esercizio della socializzazione anticipatoria, alle risposte da dare. A questo punto, apparirebbe ridicolo se ad un assessore imputassimo le scarpe ed un altro presidiasse la giacca del viaggiatore, senza una sintesi.

Tanto più che calarsi nel corpo del viaggiatore immaginario, consente di giudicare meglio l’ordinario fluire di una città, buono o cattivo, la disponibilità di spazi e la velocità dei percorsi. Poi il nostro viaggiatore passerà alle impressioni secondarie, alle note di colore, se per strada intercetta più giovani o più anziani, quante le cicche per terra o lo stato dei lampioni, lordati dai cani. Chi abita da tempo una città non smuove le classifiche, ha piccole strategie consolidate, la conoscenza minuta dei luoghi e delle persone, la previsione del tempo a seguire.

Sarebbe sulla buona via un’amministrazione civica che non proclamasse di aver al centro dell’attenzione solo i cittadini che già vi sono, ma anche quelli che verranno. E la città ne guadagnerebbe.

Ugo Santinelli

2 Comments

  1. Una bella riflessione! Mi sono messo nei panni di un visitatore occasionale ed ho visto la nostra città in tutte le sue carenze alle quali noi residenti ci siamo abituati e che non vediamo più!

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