Il ’68 e Avellino: memorabili quegli anni?(4)

di GENEROSO PICONE.

IN PREPARAZIONE DEL CONVEGNO ORGANIZZATO DALL’ASSOCIAZIONE “CONTROVENTO” DEL 18 OTTOBRE 2019: IL ’68 IN IRPINIA E IL CASO SAN CIRO.

Le varie puntate sono state pubblicate su “Il Mattino”, edizione di Avellino, il 29 maggio, il 5, il 13 e il 19 giugno 2018.

Se il 1968 fu l’anno dei giovani, il 1969 divenne l’anno degli studenti. Dalle stanze della parrocchia di San Ciro e dalle sedi dei gruppi dove si tesse la trama del confronto e della consapevolezza, la mobilitazione e la protesta si conquistano lo spazio negli istituti scolastici. I licei scientifico “Mancini” e classico “Colletta” e il Tecnico industriale “Volta” si conquistano la scena in un passaggio che non è automatico né lineare, ma che avviene con fatica e contraddizioni. “Nella prima fase, diversamente da ciò che avviene nel resto dell’Italia – sottolinea Franco Festa – non vi è saldatura tra le battaglie del mondo della scuola e quelle che agitano altri settori della vita della città. Ciò avverrà soltanto negli anni successivi, probabilmente perché i giovani si trovano a impegnarsi più su tematiche di carattere generale che su quelle del territorio in cui operano”.

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Intanto, la contestazione al Natale consumista davanti ai magazzini Standa e con il presepe di San Ciro parve dare il via a quanto accadde nell’inverno tra il ’68 e il ’69: manifestazioni sempre più affollate con cortei che sfilavano per le strade cittadine sui temi della lotta all’autoritarismo e all’istruzione di classe, invocando una riforma in grado di cogliere le espressioni di rinnovamento che la società non soltanto italiana stava esprimendo. Venne prima occupato il liceo “Mancini”, e la faccenda produsse un grosso impatto sull’opinione pubblica avellinese. Eclatante anche l’altra al “Volta”, in una rivendicazione relativa ai trasporti e alle prospettive occupazionali. Non quanto, però, come quella per l’infuocata contestazione al liceo “Colletta”.

Qui, il preside Giuseppe De Feo aveva rimosso dall’insegnamento Padre Pio Falcolini, con don Michele Grella l’animatore del gruppo di San Ciro, accusandolo di portare all’interno dell’Istituto le questioni che proprio lì, nelle assemblee della parrocchia e poi nella città, avevano smosso l’immobilità. Erano argomenti che sarebbe stato agevole trovare nell’agenda del Concilio Vaticano II, che però vennero ritenuti l’architrave di una pericolosa eterodossia eversiva. La solidarietà verso Falcolini non fu soltanto studentesca: oltre cento professori firmarono un documento a suo sostegno e l’anno successivo sarebbero stati addirittura portati in Tribunale in un processo che fece storia. Il segnale che qualcosa si stava muovendo e del resto Antonio Aurigemma, sul “Il Mattino”, aveva mostrato concreta attenzione verso i dibattiti e le iniziative di Viale Italia. Nel tradizionale consuntivo di fine anno ’68 avvertiva che l’emergere del soggetto dei giovani si imponeva come l’autentico fatto nuovo dei trascorsi 12 mesi. Che cosa volevano i giovani? Per Aurigemma la risposta era “nella nuova condizione umana che essi rappresentano; nel bisogno e nella testimonianza di contemporaneità che essi pongono in faccia a tutto ciò che è vecchio, ch’è orditura paziente e superata di anni tramontati, ch’è ordine costituito dalla voglia di privilegio di ceti, classi, mentalità, luoghi comuni”.

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La posizione di ascolto e di interesse – se non proprio di sostegno – assunta da Antonio Aurigemma e da “Il Mattino” e dal “Corriere dell’Irpinia” allora diretto da Gianni Festa fu un’eccezione nel panorama rigidamente sospettoso degli organi di informazione provinciali. Padre Pio Falcolini si ritrovò al centro della contrapposizione tra il vecchio e il nuovo, giusto nei modi in cui la disegnava Aurigemma, in una divisione del campo che ormai si stava allargando bel oltre gli ambiti di San Ciro e delle sue lotte, della scuola e delle sue occupazioni, del costume e delle sue epifanie. Il 1968-1969 poneva interrogativi che avevano una natura precisamente politica e comunque riguardavano l’ambito del Potere e della sua gestione nella città e nell’Irpinia. Era la cosiddetta dimensione orizzontale del rinnovamento che prendeva progressivamente quota e dall’ambito dell’esperienza di San Ciro, dove aveva convissuto nel dettato conciliare intrecciata all’altra verticale e religiosa, si proiettava all’esterno: non per caso, l’immagine simbolo di quella fase non fu più quella di don Michele Grella e Padre Pio Falcolini insieme, ma di Falcolini da solo. Lui nelle battaglie che verranno sul referendum per il divorzio, lui presente anche quando verrà trasferito in Sardegna, lui vigile e attivo nel dialogo con gli amici avellinesi fino all’ultimo periodo della sua vita a Sorrento.

Don Michele Grella avrebbe continuato la sua opera a San Ciro, interpretando la sua funzione evangelica e intessendo rapporti con quegli esponenti politici che nell’area cattolica puntavano a rinnovarne la proposta anche alla luce della svolta conciliare: Ciriaco De Mita e Nicola Mancino. Alfonso Iandolo oggi ammette: “Pio andò fino in fondo, Michele non fu un Don Tonino Bello”. Forse anche per questo motivo nella parrocchia di Viale Italia la comunità proseguì a essere un riferimento, ma coloro che ne avevano animato l’attività soprattutto orizzontale andarono a confluire nel Pci e nelle altre organizzazioni della sinistra parlamentare ed extra.

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In questo modo, il ’68 avellinese ebbe il suo riverbero politico. La Dc era attraversata da tensioni profonde, De Mita nell’aprile del 1969 al convegno della Sinistra di Base a Firenze lanciò il progetti di un patto costituzionale aperto anche al Pci, la città di Avellino diverrà – con l’amministrazione di Palazzo De Peruta guidata proprio da Antonio Aurigemma – laboratorio di quello che Federico Biondi, uno dei protagonisti sul versante comunista, “un minicompromesso avant lettre”. Il discorso d’insediamento da sindaco del 3 agosto 1970 venne accolto dal capogruppo del Pci, Francesco Capone, come “nuovo e di larga apertura” soprattutto l’affermazione di un diverso senso da conferire all’autonomia locale e di un ruolo del Comune come motore di programmazione e di sviluppo: altro, insomma, dalla distribuzione delle licenze edilizie di Angelo Scalpati nel nefasto 31 agosto 1968, il giorno del sacco edilizio autorizzato.

La fase che si aprì non fu semplice e, per molti versi, assai contraddittoria. Se nella Dc i basisti erano all’attacco della direzione sulliana, con De Mita, Mancino e Gargani e il gruppo di giovani di Enzo Venezia, Antonio Di Nunno, Antonio Argenziano, Nunzio Cignarella, nel Pci scoppiò il caso de “Il Progresso Irpino”, il settimanale animato da Biondi e Luigi Anzalone che si schierò a sostegno della posizione assunta dal gruppo de “Il Manifesto” dopo l’invasione sovietica a Praga. La censura fu grave e pesante, Biondi e Anzalone vennero sospesi per poi essere reintegrati, “Il Progresso Irpino” chiuse. “La scomparsa definitiva segnò l’inizio di un ulteriore stadio di un processo di decadimento e di invecchiamento del partito”, avrebbe scritto Federico Biondi, constatando che mentre nel mondo democristiano fiorivano le palestre di dibattito e di formazione – le pubblicazioni “Cronache Irpine”, “Voce dell’Irpinia”, “Cronache Sud”, “Politica Irpina” – tra i comunisti si agiva soffocando un giornale che al di fuori degli obblighi dell’obbedienza e della propaganda tentava di confrontarsi con le suggestioni politiche e culturali del momento.

Gli anni ’70 iniziarono così. Come spiegano i manuali di sociologia, dopo i movimenti nascono le Istituzioni. Il problema è conservarne la memoria.

(4-fine)

LA SCHEDA DELL’ANNO

I giovani prendono la parola. Alla Camera di Commercio di Avellino si discute dell’ipotesi di una seconda sede universitaria campana nel capoluogo e nel confronto tra gli esponenti del Centro Sociale Universitario, del Movimento studentesco e anche della “Giovane Italia” di destra le posizioni divergono tra coloro che auspicano un’unica struttura regionale altamente qualificata e gli altri che invece vedono nel decentramento la soluzione del problema del sopraffollamento napoletano. Ma il dibattito è animato anche durante lo svolgimento del Festival “Laceno d’oro”, la rassegna di cinema neorealista promossa da Camillo Marino e Giacomo D’Onofrio giunta con la solita fatica alla decima edizione: vince il film “Il gatto selvaggio” di Andrea Frezza che ha per argomento la contestazione globale. Piovono le accuse di filocomunismo, anche se Carlo Franciosi, il leader di “Lotta Proletaria”, stigmatizza l’assenza di un legame con la classe operaia. Il festival premierà anche Nelo Risi, Gian Maria Volonté, Antonella Lualdi e Franco Interlenghi.

Nella parrocchia di San Ciro si intensificano le assemblee che porteranno alla manifestazione presso la Standa e al presepe anticonsumista. Il Comitato di quartiere di San Tommaso minaccia di presentare una propria lista alle prossime elezioni amministrative. Fiorentino Sullo diventa ministro della Pubblica Istruzione nel governo di Mariano Rumor, 106 anni dopo Francesco De Sanctis. Ciriaco De Mita sottosegreterio agli Interni.

Schiaffi nella notte tra giovani del Psiup e del Msi. In Comune è approvato il bilancio di previsione della giunta di Angelo Scalpati – maggioranza Dc-Pli – con il voto decisivo della destra missina.    

Molto neorealista è l grido di dolore che parte dai quartieri periferici di Avellino senza fognature. A Rione Parco l’assegnazione degli alloggi Iacp è inspiegabilmente ferma, via Del Balzo è già assediata dal traffico. Sulla Collina dei Cappuccini viene progettata la casa per anziani del “Roseto” e parte la sottoscrizione avviata da Padre Innocenzo Massaro per realizzarla. L’Avellino cede il suo bomber Giampiero Ghio alla Lazio per 80 milioni di lire, il presidente Annito Abate lo aveva acquistato dalla Sampdoria e l’attaccante si era rivelato un autentico talento per la C. In seguito, giocherà anche nell’Inter. Il centravanti dei biancoverdi sarà Fortunato Cesero.

Ge. Pi.

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