Il ’68 in Irpinia e il caso san Ciro. ( Estratto)

di ANNIBALE COGLIANO.

ESTRATTO DEL SAGGIO, PUBBLICATO SUL QUOTIDIANO DEL SUD DEL 13/10/2019

Il ’68 irpino è il movimento culturale e sociale che si origina e sviluppa nell’area del dissenso cattolico, con centro pulsante la parrocchia di San Ciro, del capoluogo. Pace e giustizia, dialogo fra i popoli e le culture, critica del neocolonialismo, la fame e le guerre nel mondo: sono i temi del Concilio Vaticano II e delle encicliche più innovative (Pacem in terris, Gaudium et spes, Populorum progressio). Sono temi le cui propaggini dirompenti giungono in una provincia sonnacchiosa, rosa dal sottosviluppo e dall’emigrazione, e la cui economia è caratterizzata: da un’agricoltura povera marginale (estensiva per lo più), in cui domina la piccola proprietà e, in termini minori, la media proprietà a conduzione familiare; da un terziario non specializzato e da un pubblico impiego assunto clientelarmente e dequalificato. Sono temi-valori che si caricano di una critica radicale della guerra in Vietnam, delle gerarchie in società e in famiglia, del maschilismo, del consumismo. Sono altresì temi-valori illuminati e sorretti dai mutamenti internazionali profondi in atto: la rivoluzione cubana e il tentativo di uscita dal sottosviluppo neocoloniale dell’America latina, la rivoluzione cinese, il movimento pacifista e antirazzista negli Stati Uniti. Democrazia di base e rifiuto della delega, in un territorio in cui la politica da sempre è notabilato e interessi corporativi, sono fine e metodo allo stesso tempo.

Soggetti protagonisti sono per lo più sono giovani universitari e studenti delle scuole superiori, appartenenti ai ceti medio-alti della borghesia avellinese e di Atripalda (figli di magistrati, presidi, alti funzionari dello Stato), con influenza che si estende progressivamente ad altri ceti sociali. Alcuni, i più anziani, hanno già maturato negli anni precedenti il 1968 esperienze critiche di lettura del mondo e delle contraddizioni sociali del Paese, anche grazie ad alcuni professori di Filosofia e di Greco del liceo cittadino P. Colletta, scegliendo di militare nel Partito socialista di unità proletaria (Psiup), nato come costola dissenziente dal Partito socialista, quando questi sceglie la strada della collaborazione governativa con la Democrazia cristiana.

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A orientarli e guidarli sono in particolare due giovani sacerdoti, diversi per carattere e formazione: il primo, don Michele Grella, di grande umanità, pastore d’anime, emulo di papa Giovanni XXIII, accusato sovente di essere agente del comunismo (in realtà, simpatizzante di De Mita, che ha caldeggiato la costruzione della chiesa di San Ciro, ed estremamente disponibile al dialogo, senza riserva alcuna verso la sinistra); il secondo, Pio Falcolini, frate francescano di grande levatura intellettuale, formatosi ed espulso dall’università Cattolica della tumultuosa Milano degli anni ’60, personalità carismatica di grande spiritualità, animato da un respiro messianico di cambiamento della Chiesa e del mondo, pedagogo aristocratico che predilige i già iniziati e i più colti. Padre Pio Falcolini, laico rispetto ad ogni ideologia, e con riserve sui singoli partiti, severissimo nella confessione, può essere definito un movimentista, per usare un termine del tempo in voga; don Michele Grella non ha dubbi invece: «Iscrivetevi ad un partito, quale che sia, perché è il solo modo per potere dare un contributo alla trasformazione della realtà». Entrambi escludono la violenza come mezzo di lotta, ma ritengono che sia necessaria la lotta di classe per realizzare obiettivi di giustizia. Entrambi – ed è forse la loro virtù più contagiosa – propongono i contenuti conciliari attraverso il dialogo, il dubbio, la ricerca – la verità è un animale che difficilmente si lascia irretire –, e, non meno, attraverso la generosità e la testimonianza personale. Entrambi, più che padrini politici, sono educatori, lievito di tensioni ideali che sbocceranno nel tempo fra i loro figli spirituali nell’attività politica; Pio Falcolini, in particolare, ha un approccio che potremmo definire socratico con ciascuno di coloro che si avvicinano: ognuno ha i suoi carismi e una verità interiore da far emergere; fra i suoi primi atti simbolici, porta i giovani di San Ciro in gita politica in una baraccopoli romana.

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Violenza ermeneutica è l’espressione che userà, per ricordare l’etica profonda dell’insegnamento ricevuto, un giovane liceale, Domenico Gallo, poi magistrato e senatore in una legislatura con Rifondazione comunista impegnato sia socialmente che politicamente nei decenni a venire(….) Se guardano con moderato scetticismo i partiti o i gruppi extraparlamentari del tempo, importa loro che scelgano la politica come mezzo per trasformare il mondo e farlo diventare più umano e giusto, ossia, per loro, cristiano. Il Concilio Vaticano II e la teologia della liberazione in America latina sono il faro di riferimento, ideale e pratico. L’escathon sarà duplice: la salvezza in cielo, ma non meno la liberazione dalla schiavitù su questa terra; la metafisica a servizio della storia: la politica come mezzo, sorretta e orientata da un’etica religiosa, il cui messianismo sarà l’antidoto ad ogni forma di nichilismo. I giovani sessantottini passati per San Ciro saranno in futuro stimati e generosi dirigenti sindacali e di partito (del Partito comunista, della CGIL, della UIL, dell’arcipelago variegato e generoso della nuova sinistra), in Irpinia o in altre aree del Paese, tutti con un grande rigore morale e capacità di rimodulare il proprio impegno, che non verrà meno né in tempi di revisionismo interessato né in tempi di crisi e di sovvertimento della lezione del ’68.

Il dissenso cattolico non è però il solo sulla scena. Vi sono sì nuovi gruppi politici di sinistra che vi si affacciano, ma sono di corto respiro, e comunque interagenti con l’area di movimento culturale di San Ciro. Fra questi, gli stessi militanti del Psiup.

Altro grande protagonista del ’68 irpino è Fiorentino Sullo, il più giovane deputato della Costituente, eletto ininterrottamente per 7 legislature, che si auto-rappresentava come l’uomo dei fatti che nascono dalle idee. Discusso eretico nel suo partito agli inizi degli anni ’60 per essersi dimesso dal governo Tambroni, che aveva avuto voti decisivi dai fascisti per la sua azione di governo; discusso eretico riformatore (cosa che non esclude il suo acceso clientelismo e, alla fine del suo apogeo politico, il trasformismo, da lui sempre denunciato) per gli innovativi disegni di legislazione urbanistica (poteri di esproprio ai comuni, garanti delle infrastrutture, e diritto di superfice distinto dalla proprietà, per impedire speculazione e proliferazione a dismisura della rendita), proposti in qualità di ministro del Lavori pubblici e sconfessati brutalmente dal governo in carica e dal suo partito, Sullo, nella sua brevissima vita di ministro della Pubblica istruzione – meno di tre mesi, fra il dicembre del 1968 e il febbraio del 1969 –, vara una riforma delle medie e dell’università, che accoglie molte istanze del movimento studentesco, incrinando profondamente il rapporto scuola-società civile strutturato dalla riforma Gentile del 1923, che aveva accentuato il solco di classe dell’istruzione post-unitaria. (…)

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Il murale della pace.

Antecedente straordinario e ponte profetico per il ’68 irpino, evento artistico e politico, è il Murale della pace, dipinto nel 1965 sull’abside (22m x 6,30) della chiesa di san Francesco d’Assisi, costruita di fronte alla stazione, quartiere popolare di recente formazione alla periferia est della città. L’autore, l’irpino Ettore de Conciliis (di 22 anni), con la collaborazione di Rocco Falciano, su committenza del parroco don Ferdinando Renzulli (poi vicario vescovile), ha accolto il messaggio agli artisti di papa Paolo VI alla chiusura del Concilio (…) Questo mondo nel quale viviamo ha bisogno di bellezza per non sprofondare nella disperazione… De Conciliis realizza un murale di grande spessore artistico con realistici quanto simbolici contenuti figurativi, specchio delle contraddizioni e delle speranze di tutto il ‘900. E’ un’arte sacra che, con grande fascino, senza retorica, con qualità estetiche che richiamano Carlo Levi, Guttuso, Picasso. Francisco Goya […], focalizza le grandi tragedie dello sviluppo capitalistico, del nazionalismo militarista e dell’imperialismo: il fungo nero dell’atomica, le morti di massa, le fucilazioni, le forche e le croci cimiteriali, campi di sterminio, i bombardamenti e la devastazione, la schiavitù neocoloniale, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Tragedie tutte raffigurate su una metà del murale, e tutte che si aprono alla speranza, attraverso la figura del papa Pio XII, vestito di bianco, che si apre a mo’ di crocefisso, e un prete sudamericano, simbolo della lotta in atto e del riscatto di un continente.

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L’altra metà è occupata da papi e leader politici di opposte ideologie, da intellettuali italiani e stranieri (Giovanni XXIII, Mao Tse Tung, Fidel Castro, Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira, Palmiro Togliatti, Guido Dorso, Cesare Pavese, Rocco Scotellaro, Alberto Moravia, Bertrand Russel, ecc.), da contadini che lottano per la terra, da partigiani, operai, donne e bambini. Tutti, affiancati, coralmente si rivolgono a san Francesco, simbolo del dialogo e della pace, che giganteggia al centro della folla orante. Il dipinto è «un ottimismo a oltranza, più concettuale che contingente, quello che intride questo immenso cantico, nel quale s’identifica in Francesco d’Assisi il campione dell’Imitatio Christi verso le quali le creature tendono». Fra le due metà, ma quasi senza soluzione di continuità, vi è un Cristo crocefisso, staccato dal murale, quasi un altorilievo sovrapposto ad esso, un Cristo non patiens ma triumphans, un cristo risorto che guarda in alto, in cielo, e che ricorda quello di Michelangelo o dei cristi normanni, antecedenti l’iconografia del Cristo sofferente, promossa da San Francesco. E’ uno scandalo per l’opinione pubblica benpensante irpina, nazionale e internazionale, che i mass media registrano e amplificano (…) La destra attacca a man bassa: non si può accogliere e dialogare con il marxismo; l’artista ha profanato l’arte sacra e ha attentato, allo stesso tempo, al tempio della libertà e della democrazia occidentale. Valgano per tutti i più icastici e allarmati interventi del direttore del “Roma” Alberto Giovannini, San Palmiro in Avellino e di Lucio M. Orazi ( in “Roma”, 26 e 27 ottobre 1965): i comunisti per occupare lo Stato, quale primo passo, invadono i recinti della Chiesa, promuovendo ateismo e decadenza (…) La stampa di centro e di sinistra si prodiga in plauso sul piano estetico e sui contenuti. Da Giuseppe Pisano: «[…] Il giovane pittore ha nel sangue la vis rivoluzionaria dell’antenato del 1820. L’affresco è ispirato al tema della pace. La figura di San Francesco campeggia sul lato sinistro. Ai suoi piedi si snoda una marcia della pace: popolani, operai, contadini. […] La pace non vi è esaltata retoricamente nell’invito formale ad essa, ma è drammaticamente invocata attraverso la rappresentazione della sua stessa negazione. […]».

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Allo scandalo aggiuntivo dell’inaugurazione presenziano autorità civili e militari, i vescovi delle diocesi di Avellino e di Ariano, il sindaco della città, che di lì a qualche giorno pubblicherà un articolo di plauso e di ridimensionamento del clamore suscitato […]. A chiusura dell’inaugurazione, il vescovo di Avellino stronca i detrattori […] Alla fine, lo scandalo si rovescia nel suo contrario: Paolo VI, il giorno precedente l’inaugurazione (22 ottobre), ha inviato la benedizione apostolica a de Conciliis e al suo coautore, Rocco Falciano; riceverà poi l’autore in udienza.

I cattolici di San Ciro

La lezione di Ettore de Conciliis si arricchisce di cultura e prassi politica nel triennio 1968-1970.

Preziosissime alcune note prefettizie al ministro dell’Interno. La prima, forse la più significativa, del 27 dicembre 1968, descrive, quali che siano le finalità informative, la funzione educativa-laboratoriale della parrocchia di San Ciro. La provocazione comunicata è quella che potremmo definire la critica del Natale consumistico, attraverso l’allestimento di un presepe scandalo, che riecheggia il Murale della pace del 1965: Di seguito alla nota p. n. del 9 novembre u.s., relativa alla situazione studentesca in questa provincia, si comunica che i gruppi organizzati di ispirazione marxista e missina, nonostante la notevole attività svolta con manifesti, volantini riunioni ed assemblee, non sono riusciti finora a far proseliti fra le masse studentesche. Infatti nel corso delle agitazioni registratesi in questo capoluogo ed in alcuni comuni della provincia, determinate peraltro da esigenze di edilizia scolastica e da situazioni particolari di alcuni corsi scolastici, vani sono riusciti i tentativi dei predetti gruppi politici di inserirsi con successo nelle manifestazioni stesse.

Di notevole rilievo, invece, è stata l’attività di proselitismo svolta dai “Gruppi spontanei di Giovani cattolici” che hanno il loro luogo d’incontro in un salone della locale parrocchia San Ciro.

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I giovani di tali gruppi, guidati da un padre francescano, don Pio (Serino), oltre a svolgere attività presso le varie scuole, indicono riunioni e organizzano conferenze cui partecipano giovani di ogni età, di ogni condizione sociale e di ogni estrazione politica per “motivare la loro presenza cristiana nella comunità”. Le varie iniziative, nel settore scolastico per contrastare l’attività dei gruppi marxisti e missini, e nel settore religioso gravitano intorno al parroco della chiesa San Ciro, don [Michele] Grella ed al predetto francescano.

Nel campo scolastico merita menzione l’inchiesta che i cennati gruppi cattolici vanno conducendo sui motivi e sulla validità della odierna contestazione. Al riguardo è stato redatto l’allegato questionario, che è stato distribuito presso vari istituti cittadini.

Nel campo religioso si assiste ad un inserimento dei cennati motivi anche nei riti religiosi. Infatti, da alcune settimane, alle ore 19 della domenica, viene celebrata, nel salone annesso alla predetta chiesa, da parte dei due sacerdoti sopra menzionati, una messa con omelia dialogata, cui partecipano in prevalenza giovani. In sostanza, dopo la lettura del vangelo, il celebrante invita i presenti a discutere i temi trattati nell’epistola per poi giungere ad una conclusione. Secondo quanto riferito, i temi trattati e discussi sono i più disparati, come quello della dittatura dei colonnelli in Grecia, dell’intervento americano in Vietnam, le situazioni del Biafra e della Cecoslovacchia, le condizioni di arretratezza di alcune popolazioni del Sudamerica ed altri di attualità.

Il 24 corrente, per la prima volta, a mezzanotte, è stata celebrata il pubblico la Messa dialogata, con canti diversi da quelli tradizionali. Nel dialogo sono stati trattati da parte di alcuni studenti intervenuti argomenti temi religiosi, in cui si è posta in evidenza la necessità che la struttura e la vita della Chiesa si adeguino ai tempi moderni.

Sempre ad iniziativa dei cennati gruppi giovanili è stato allestito nella chiesa di San Ciro un presepe costituito da una grotta con soltanto il Bambino Gesù nella paglia, e da sei pannelli a raggiera convergenti verso la grotta.

Su alcuni di tali pannelli sono raffigurate, con collage e con didascalie scritte a mano, le varie situazioni di guerra che affliggono alcuni Paesi, e per quanto attiene all’Italia, il dramma dei senza tetto e l’egoismo della società borghese e consumistica. In un altro pannello sono riprodotti i visi di Giovanni XXIII, di Bob Kennedy, di Luther King e di Paolo VI, quali testimonianza dei valori perenni dello spirito. Altri due pannelli in bianco e nero sono riservati a coloro che intendono esprimere un giudizio sull’iniziativa. […]

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Il giorno di Natale, nella tarda mattinata, alcuni giovani appartenenti ai gruppi in argomento, hanno sostato per breve tempo su di un marciapiede di questo Corso Vittorio Emanuele [il luogo del sit-in sosta, non menzionato, è lo spazio antistante il supermercato Standa, simbolo del consumo], inalberando alcuni cartelli di cui si trascrive il testo:

La beneficenza non vale a placare la nostra coscienza né a risolvere i problemi della disuguaglianza.

No al Natale borghese.

No al Natale, festa del consumo.

No al Natale del disimpegno.

Natale … io giovane protesto, tu borghesi festeggi, egli padrone mangia, noi contestiamo, voi consumate, loro muoiono. Vietnam, Avola, Biafra, Sud America. […]

Un volantino accompagna la raffigurazione del presepe e la manifestazione lungo il corso:

Invitiamo ciascuno a riflettere per comprendere l’esperienza e le ansie di coloro che, anche nella sofferenza vissuta, cercano di avvicinarsi a Cristo. Cristo nacque in una stalla, fu povero per tutta la vita, fu un umile falegname, non prese alcuna laurea, trascorse la vita avvicinando gli altri per amore del prossimo. (…) Questo deve richiamare ciascuno […] a riflettere sui contrasti del mondo e sulla nostra contraddizione quotidiana: noi diciamo di amare Dio che non vediamo e, nello stesso, tempo, non amiamo il nostro fratello che vediamo affamato, cacciato, sfruttato, ucciso. Teniamo ben presente che non basta far l’elemosina ai poveri per sentirsi a posto con la coscienza; dobbiamo sentirli e assumerli come nostri fratelli e pagare di persona per il riconoscimento dei loro diritti.

Basta col Natale dello spreco, del lusso, dei veglioni, dell’egoismo. Come Cristo “da ricco che Egli era si fece povero, così anche la Chiesa, quantunque per compiere la sua missione abbia bisogno di mezzi umani, non è costituita per cercare la gloria della terra, bensì per diffondere, anche col suo esempio, l’umiltà e l’abnegazione.[…]” (L. G. del Vaticano II).

E’ Falcolini il tramite di teologi e cattolici del dissenso, italiani e stranieri, della Procivitate di Assisi, chiamati a portare le loro idee e le loro esperienze nella parrocchia di San Ciro. La principale accusa mossa dalla stampa di destra (il “Roma”, in particolare), che chiede ripetutamente l’intervento censorio del vaticano, è che la parrocchia di San Ciro collude con il clerico-marxismo e tiene rapporti speciali con l’Isolotto di Firenze, rinomato centro sovversivo di rilievo nazionale, capeggiato dal sacerdote don Mazzi. Ma le accuse non trovano orecchie accoglienti né nella curia romana né nel papa, che benedice e dà via libera, nonostante i conferenzieri chiamati a San Ciro abbiano avuto rapporti burrascosi con le gerarchie ecclesiastiche centrali e periferiche.

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Paolo Giannini, magistrato napoletano, e il sacerdote padre Fabio, studioso di paleologia, dell’ordine francescano, espulso dall’Università cattolica di Milano, tengono nel novembre 1968, nel salone della parrocchia, rispettivamente una conferenza su La contestazione nella Bibbia, e Il marxismo.

Interviene a San Ciro Don Juan Arias (futuro assistente di Giovanni Paolo II nei suoi viaggi nel mondo), prolifico scrittore spagnolo accreditato come giornalista in Vaticano per la stampa spagnola. Il sacerdote porta in San Ciro la sua riflessione sulla dittatura franchista e la sua emblematica storia personale, segnata dalla morte scampata […] un potente ministro, nel Consiglio dei ministri vuole la sua testa per aver pubblicato un articolo sul ruolo della Chiesa spagnola nell’affermazione della dittatura. Segue, a distanza di qualche mese una conferenza di don Mario Cuminetti, teologo e poliedrico pubblicista frequentemente chiamato dalle comunità cristiane di base sparse per l’Italia; già parroco, formatosi all’Università Gregoriana, laureandosi con una tesi sul calvinismo contemporaneo con relatore il prof. Giovanni Witte; chiamato poi in qualità di perito al Concilio Vaticano II; espulso anche lui, nel 1967, per il dissenso con le gerarchie in merito agli inizi della contestazione studentesca, dal Collegio Agostinianum dell’università Cattolica di Milano.

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E’ invitato a San Ciro anche Giovan Battista anche Franzoni (conosciuto come dom Franzoni, dal latino dominus, predicato d’onore fra i monaci benedettini), abate della basilica di San Paolo di Roma e della comunità di base di cui è animatore […]noto per le sue vigorose omelie-denuncia del capitalismo imperante e delle collusioni fra banca e organi vaticani.

Pio Falcolini fa intervenire a San Ciro Raniero La Valle, giornalista, responsabile nel 1962 del quotidiano della Democrazia cristiana, “Il Popolo”, sotto la direzione di Aldo Moro; poi direttore dell’”Avvenire d’Italia”, quotidiano bolognese che segue quotidianamente i lavori del Concilio Vaticano. Lascia il giornale nel 1967, quando le gerarchie ecclesiastiche fanno terra bruciata intorno al cardinale Lercaro e alla sua scuola. Battitore libero, documentarista e autore di inchieste coraggiose per la Rai sui temi scottanti del momento, quando interviene a San Ciro, conferisce sui temi della pace e della guerra in Vietnam, Cambogia, e delle dittature in America latina.

Nella primavera del 1969 è la volta di Adriana Zarri, donna teologa, che allo scandalo di genere associa quello della teorizzazione della diversità del magistero straordinario e del magistero ordinario della Chiesa. […]

All’intervento di Adriana Zarri, segue da parte del gruppo di San Ciro la distribuzione presso le chiese cittadine di un documento sul valore della Pasqua, cui avrebbe dovuto seguire, a sua volta, un dibattito pubblico, che però, per intervento del vescovo di Avellino, non è più tenuto. Meritano essere riportati alcuni passi per cogliere il seme che germoglierà esuberante negli anni a venire:

[…] A Pasqua Cristo portò fino alle estreme conseguenze il suo amore al Padre e agli uomini, passando attraverso la violenza della calunnia morale e religiosa, della condanna politica e della morte. La Chiesa non potrà conseguentemente celebrare la sua Pasqua se non si spoglia di ogni ambizione temporale, se non rinuncia ai privilegi e alle ricchezze, se non si fa solidale con i poveri, pronta a soffrire e a morire come Cristo, per recuperare la libertà e la forza del suo amore. […].

La Lettera a una professoressa di don Lorenzo Milani fa scuola presso alcuni insegnanti che si fanno carico della feroce selezione di classe e portano nelle periferie la questione della lingua che, da barriera all’apprendimento e mezzo di esclusione delle classi popolari, è da capovolgere in strumento di emancipazione. E’ il caso di Ninì Salerno, insegnante elementare alle Selve, campagna avellinese. Già nel 1967, dopo la morte della madre, aveva operato fra gli emarginati di Rione Aversa. L’impegno per una scuola alternativa segna il passaggio dall’assistenza alla promozione del diritto fondamentale all’istruzione per i bambini figli di contadini.

Gennaio 1969: il mese più caldo del movimento

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L’anno scolastico 1968-69 è l’anno della mobilitazione studentesca cittadina, con frequenti cortei per le strade della città. Il primo atto è l’occupazione del liceo scientifico Mancini. Poco dopo, il 23 gennaio, circa 2500 studenti del liceo Colletta, del liceo Mancini, dell’Istituto magistrale, dell’Istituto tecnico per geometri si astengono dalle lezioni e manifestano per le vie della città, chiedendo il varo della riforma dell’esame di maturità, appena proposto da Fiorentino Sullo (inneggiato in alcuni cartelli), a cui è inviato un telegramma di sollecitazione. Gli studenti di Avellino non sono soli, con loro vi sono gli studenti del liceo classico “Pascucci” di Dentecane, che manifestano nella stessa giornata per gli stessi obiettivi. L’indomani, la manifestazione si ripete arricchita dalla presenza degli studenti degli istituti tecnici, professionali e agrari. Alle richieste della giornata precedente si aggiungono quella di una mensa per gli studenti fuori sede che frequentano gli istituti cittadini, e della possibilità di fruire degli ampi locali dell’ex edificio fascista della Gioventù italiana, e della protrazione dell’orario di apertura della Biblioteca provinciale.

Un dirigente pubblicista della Democrazia cristiana, Antonio Di Nunno, con toni pasoliniani irride ferocemente alla contestazione dei liceali avellinesi, pubblicando un articolo dal titolo I licealisti costituiscono una categoria di notabili?, in cui ironizza sugli studenti del liceo classico Colletta: «Come è potuto accadere che il più vecchio e glorioso Liceo della città si è messo alla testa delle proletarie richieste di tutta la gioventù irpina e si è successivamente astenuto dal seguire il passo chiarificatore del Magistrale e del Geometra del capoluogo? Il fatto è che a tirare le fila della contestazione liceale sono stati quei giovani che per posizione sociale, per condizione economica, e per quanto hanno avuto dall’attuale sistema scolastico, sono meno pressati da immediate esigenze… popolari. […] C’è un aspetto prettamente psicologico, inoltre, da considerare in tutta questa storia: il complesso di superiorità e l’esagerato spirito di corpo che hanno sempre fatto capolino fra gli allievi del Colletta. Sulle orme di ministri, parlamentari, docenti e giornalisti di gran livello, gli allievi sentono di essere già classe dirigente. La materia grigia, sui banchi del Colletta, sembra sprecarsi: corteggiati e lusingati fin dagli ultimi anni di studio, rappresentano un’anteprima dell’intellighentia irpina. In Avellino (la città che offre l’80% e passa degli iscritti) non si ha neppure il tempo di maturare che subito si passa a dirigere qualcosa. I De Conciliis, gli Ausania, gli Argenziano, i Tino, i Guarino, i Festa e i tanti altri protagonisti della vita politica del mondo giovanile avellinese, hanno già nelle loro mani grosse fette di potere da poderose organizzazioni religiose e comodi strumenti politici, quali sono oggi i movimenti giovanili dei partiti».

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Alla fine di gennaio, per gli stessi obiettivi di riforma scolastica, una minoranza passa all’occupazione degli edifici del liceo scientifico e dell’istituto tecnico. Le autorità scolastiche e quella prefettizia – ed è una significativa novità che rinvia al clima politico generale del Paese – non ne fanno però una questione di ordine pubblico e accettano il fatto compiuto, limitandosi a interrompere la fornitura di acqua, elettricità e dei servizi telefonici. Né dal ministero dell’Interno e della Pubblica istruzione giungono direttive repressive. Il giorno precedente, un’altra minoranza, ricevuta dal Prefetto, pone per la prima volta una questione di democrazia all’interno della scuola: il diritto all’assemblea e all’autoregolamentazione nel corso dell’anno, senza che vi sia il parere vincolante del capo d’istituto e senza un limite prefissato. Il mese di gennaio si chiude con un’altra novità: gli studenti solidarizzano con i dipendenti dei trasporti in sciopero, astenendosi dalle lezioni e manifestando per le vie cittadine. Con un vistosa crepa però: vi sono gli studenti di tutti gli istituti, tranne quelli del liceo scientifico e classico. Rigurgiti corporativi?

Il ministro della Pubblica istruzione, per illustrare la riforma che sta approntando, il 17 febbraio, lascia Roma e risponde alla chiamata degli studenti irpini, scegliendo un istituto storico simbolo all’estremo lembo orientale della provincia, l’istituto magistrale di Lacedonia, voluto da Francesco De Sanctis. Quando di lì a qualche settimana si dimetterà, avendo comunque fatto varare parti chiave della riforma programmata, gli studenti dello stesso istituto occuperanno l’edificio in segno di solidarietà e di protesta per le sue dimissioni […].

Discorso a sé merita il movimento di contestazione nel liceo simbolo della città, il Colletta, frequentato quasi esclusivamente dai rampolli della borghesia cittadina. Tanti di loro sono allievi del frate Pio Falcolini, che ivi insegna religione, portando, come in San Ciro, i temi del rinnovamento religioso e civile, in un tempio laico che dovrebbe essere della conservazione, la cui vestale, il preside Giuseppe De Feo, è solo cieco nella sua arroganza. La sospensione del frate dall’insegnamento per un anno e la denuncia che ne segue, ne fanno un simbolo della contestazione e riferimento cittadino e provinciale ampio: ben 131 fra professori e presidi di varia estrazione politica, ritenendo il provvedimento adottato “lesivo della dignità e della libertà d’insegnamento”, firmano un documento pubblico di sostegno alla sua mancata riconferma l’anno successivo. Il processo boomerang si chiuderà con non luogo a procedere, ma lo scomodo insegnante di religione comunque non sarà riconfermato per l’anno 1969-70, malgrado la solidarietà espressa con l’astensione ripetuta dalle lezioni degli studenti (non solo liceali, ma anche di altri istituti), con numerose manifestazioni cittadine, con lo sciopero della fame dei più vicini al frate francescano e con la perorazione della sua causa presso il vescovo della diocesi di Avellino, cui aderisce anche il neonato movimento giovanile democristiano. Agli studenti che occupano l’istituto per protesta, il preside risponde con la richiesta di sgombero tramite l’intervento della forza pubblica, chiedendo il placet del corpo docenti. Al diniego, annuncerà le proprie dimissioni e la richiesta di collocamento in aspettativa. Il nuovo ministro della Pubblica Istruzione annuncerà a sua volta un’inchiesta, che poi si concluderà con un nulla di fatto: gli uomini cadono, ma le istituzioni sono salve!ms-10-013.jpg

Gli inizi dell’autunno 1969 segnano un’altra tappa di apertura sociale. La parrocchia-laboratorio di San Ciro, coerentemente ai messaggi del presepe del Natale, promuove iniziative verso gli ultimi della città. L’esempio degli studenti che qualche mese prima hanno solidarizzato con i lavoratori dei trasporti in sciopero fa scuola. Il 2 settembre si ha un blocco stradale del corso cittadino principale: tanti i giovani, diversamente politicizzati e schierati, in modo unitario, si battono per la consegna delle case di nuova costruzione agli abitanti delle fatiscenti zone di San Antonio Abate, che vivono in tuguri sovraffollati . La lotta per la casa si accompagna alla lotta per i diritti e per il salario della nuova classe lavoratrice emersa negli anni ‘60: gli edili sottopagati, privi di protezione sul lavoro e con orari massacranti, a fronte di uno sviluppo edilizio speculativo e selvaggio che le amministrazioni comunali in carica negli anni ’60 hanno favorito e da cui hanno tratto lucro e voti. I quartieri di recente formazione (San Tommaso – dove spicca come animatore l’assistente sociale Ennio De Franco –, Rione Mazzini, Rione Aversa) sono anche teatro di comitati popolari cittadini che ripropongono le esperienze di partecipazione popolari dei grandi centri del Nord o della capitale. Che ciò porti a esiti non sempre significativi non toglie che per la prima volta il lavoro e l’abitare si associno all’aspirazione di una diversa qualità della vita (servizi sociali primari, verde, trasporti). […] Lo svecchiamento culturale passa anche attraverso il cinema: in un suggestivo altopiano d’estate si tiene un festival, il Laceno d’oro (Camillo Marino e Giacomo D’Onofrio gli animatori), che diventa luogo d’incontro di cineasti di grido e riferimento culturale nazionale.

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Tale fermento vede i partiti tradizionali assenti e l’amministrazione comunale in carica ostile. Sola eccezione fra i vecchi partiti è il Psiup, che fa i conti con il ’68, e che ha accolto già qualche anno prima i fermenti e le contraddizioni della modernizzazione in atto in provincia e nel Paese. Seguiamone qualche passo. A fine 1966, a qualche giorno dal Natale, il Psiup promuove una manifestazione studentesca cittadina contro la visita del ministro della Pubblica istruzione, on. Luigi Gui, cui seguono denunce e ammende al segretario provinciale della Federazione giovanile, Andrea Preziosi, e ad altri tre studenti universitari. La manifestazione – che oggi leggeremmo come ingenua e primitiva – e la contestazione del ministro, invitato ad Avellino per inaugurare il Museo irpino, hanno ad oggetto un’idea della cultura diversa da quella della celebrazione dell’antichità classica, stigmatizzata come borghese: “la vera cultura è quella del proletariato”. E’ evidente il richiamo alla rivoluzione cinese in corso e alla furia iconoclastica delle guardie rosse, tanto che sono etichettati come cinesi i militanti del Psiup. Agli inizi del 1968, a cura della Federazione giovanile, si ripubblica il periodico “L’impegno”, con una tiratura di 1000 copie, irregolare però nell’uscita e senza un vero e proprio corpo redazionale.

Sul finire del ’68 […], unitamente alla Federazione giovanile del Partito comunista, il Psiup tenta di costituire un comitato permanente di agitazione degli studenti, che avrà però uno scarso seguito[…]

Dopo alterne vicende e una presenza tangenziale al movimento degli studenti e alle iniziative politiche sul territorio del gruppo di San Ciro, il Psiup si arena e si frantuma quando, contro il nuovo corso espresso da Dubcek, una parte di esso sostiene l’invasione sovietica di Praga. […] Molti, di lì a poco, malgrado un commissario straordinario inviato dal centro, passeranno in blocco al Partito socialista. Il Partito comunista, assente quasi del tutto in Avellino città, fa vita grama dagli inizi degli anni ’50, quando le lotte per l’occupazione della terra in Alta Irpinia – dove resiste ancora con sezioni e governo di amministrazioni comunali assediate – hanno esaurito il loro ciclo e la Democrazia cristiana ha egemonizzato con la spesa pubblica e il controllo delle assunzioni […] l’intero territorio provinciale. Le sue iniziative politiche sono dirette a denunciare il sottosviluppo della provincia […] e l’occupazione democristiana dello Stato, attraverso l’uso spregiudicato della spesa pubblica. La marcia degli esclusi (2.000 partecipanti dall’intera provincia, annota la Prefettura), da Atripalda ad Avellino, organizzata il 16 aprile del 1967, è realtà e metafora della sua linea politica per la fine degli anni ‘60 e per tutti gli inizi degli anni ’70, sino a quando vi sarà un rinnovamento del gruppo dirigente. Il movimento del ’68 o gli sarà estraneo o sarà letto come fatto sovrastrutturale che non morde la realtà. Non che non vi siano altre azioni politiche con spessore ideale. Costante, ad esempio, è la propaganda per l’uscita dal Patto atlantico e la denuncia dell’intervento americano in Vietnam e, per la cui causa la federazione comunista “della provincia più povera d’Italia” raccoglie anche fondi consistenti […]. Pesa, oltre la ghettizzazione sociale, l’anticomunismo religioso che ha da tempo confinato gli iscritti e l’adesione al Partito comunista dei contadini e degli artigiani del lontano passato di lotte.ms-10-021

Ghettizzazione che cresce fra fine ’68 e inizi ’69 con la sospensione dal Partito per due mesi del direttore responsabile del periodico “Il Progresso irpino”, prof. Luigi Anzalone, e del prof. Federico Biondi, entrambi membri della segreteria provinciale, «per aver redatto e pubblicato, senza che alcun organismo dirigente della federazione ne fosse a conoscenza», un articolo in cui si criticava l’espulsione di autorevoli dirigenti e intellettuali che avevano fondato la rivista critica de “Il Manifesto” (Aldo Natoli, Luigi Pintor, Rossana Rossanda, Lucio Magri). Inoltre, l’articolo accostava l’espulsione del gruppo del “Manifesto” all’arresto del direttore di Potere operaio e all’invito al romanziere Solgenitsin da parte dell’Associazione degli scrittori sovietici a lasciare Unione sovietica. Piuttosto, il ’68 agirà sul Partito comunista irpino indirettamente, attraverso esperienze metropolitane d’importazione di giovani studenti che frequentano le università fuori provincia. E’ il caso esemplare del futuro segretario della Federazione comunista, Michele D’Ambrosio. […]

La Dc di Sullo

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Discorso a sé va fatto per la Democrazia cristiana di Sullo, che ha una maggioranza schiacciante sul territorio, grazie al controllo pluridecennale delle leve della spesa pubblica e dell’occupazione, attraverso la cassa per il Mezzogiorno: infrastrutture viarie e sanitarie; autostrade; servizi ospedalieri; elettrificazione; scuole e asili; il Consorzio idrico dell’Alto Calore […] E’ una maggioranza fatta anche di una politica di asservimento del Partito socialista, che, se rivendica una propria autonomia, è immediatamente surrogato dai partiti del centro-destra. Il solo limite è interno, limite che poi sarà fattore chiave delle dimissioni di Sullo da ministro della Pubblica istruzione: la feroce lotta personale ingaggiata almeno da un decennio con l’ex delfino Ciriaco De Mita, che gli contende il potere. […]Alla lotta interna senza esclusione di colpi, sul piano nazionale, invece, entrambi leader provinciali e nazionali di rilievo, gareggiano per presentarsi come chi occhieggia al Partito comunista e per l’apertura al nuovo che emerge nel Paese. Apertura che, nel caso del ’68, vede alla ribalta Sullo riformatore […]Se come ministro del Lavori pubblici è stato sconfessato dal suo partito, rovinosamente caduto e rimosso da ogni incarico sia di partito che di governo, con la riforma della Pubblica istruzione cade sì ugualmente, ma l’impianto che potremmo definire illuministico e la maggior parte dei contenuti innovativi restano in piedi. […]Con il decreto-legge che vara la riforma della scuola il suo blocco oggettivo di riferimento è l’ampio movimento di massa del ’68 […]. Movimento di massa cui fa da sfondo l’incertezza politica o quasi paralisi del suo partito al governo, che, in una sorta di rivoluzione passiva, per dirla con Gramsci, può tutt’al più far cadere il suo ideatore, ma non può liquidarne i contenuti proposti, se non vuole andare ad uno scontro frontale con la parte di società più progressiva nel Paese. La riforma interviene sia sulla scuola secondaria che sull’università, ma è sulla prima che è dirompente. Cardine della storica scuola gentiliana è l’esame di stato all’ultimo anno delle superiori, volto ad attestare la maturità e premessa indispensabile dell’accesso all’università. […] Esame facile? Università di massa? Dequalificazione dell’istruzione e del sistema formativo? Sono le critiche e le accuse mosse negli anni a venire. Obiezione di fondo, figlia della cultura del movimento del ’68, che Sullo recepisce in parte, imponendo la svolta al suo partito recalcitrante: l’istruzione secondaria va considerata come un mezzo di promozione culturale di tutti e un mezzo per formare il cittadino, non un tramite per riprodurre gerarchie sociali e di potere; la formazione generale della persona ha un primato sulla formazione data da ogni singola disciplina: spetterà all’università il compito della specializzazione professionale. […]

 

 

Le foto sono tratte dal sito http://www.avellinesi.it

 

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