L’Irpinia degli anni ’70 (1)

di ANNIBALE COGLIANO.

Gli anni ’70 in Irpinia sono i migliori anni della sua storia per la dialettica che si apre fra le forze politiche e la società civile: per la prima volta, dalla formazione dello Stato unitario, vi è una partecipazione di massa alla vita politica. Una prima svolta democratica e di rottura dell’egemonia moderata e notabilare vi era stata nel secondo dopoguerra con le lotte per la terra, dirette dal nascente Partito comunista; ma essa era restata confinata ad una sola area territoriale della provincia (l’Alta Irpinia), segnandone la memoria, pur nella sconfitta. Negli anni ’70, la svolta riguarda l’intera provincia. E ciò in consonanza con il grande processo di trasformazione in atto nel Paese, che segue la stagione ricca di promesse dell’autunno caldo sindacale e del ‘68 studentesco, che anche in provincia ha avuto il suo momento d’oro e che è stata la fucina in cui si sono formati quadri generosi che animeranno il rinnovamento della sinistra politica e sindacale negli anni a venire. Sono gli anni del tentativo più organico di uscita dal sottosviluppo e dall’emigrazione secolare, del rinnovamento del sindacato e della sinistra, nonché del tentativo della Democrazia cristiana di passare dalla infrastrutturazione primaria a uno sviluppo complessivo per un nuovo ordine sociale ed economico. Sono gli anni più luminosi del Partito comunista e delle lotte della nuova classe operaia, che il parziale e distorto sviluppo ha generato. Sono gli anni, infine, della crescita della società civile, scanditi dalle battaglie per il divorzio, per l’aborto, per l’uguaglianza dei sessi, per una scuola di massa formatrice di cittadinanza attiva.

È un ciclo che si chiuderà con la fine del decennio con grandi strozzature fra le attese generate, e i magri o fallimentari risultati conseguiti. Sono gli anni del compromesso storico fra centro e sinistra, che abbozzerà alleanze di corto respiro temporale e programmatico, cui porranno fine la crisi economica internazionale e il terrorismo, che avrà anche code locali. Va da sé che non tutto il nuovo emerso muore; la crescita culturale e di democrazia resterà un patrimonio diffuso, ma dovrà fare i conti con uno scollamento profondo rispetto al quadro strutturale socio-economico, scollamento dovuto a ragioni sia endogene che di crisi nazionale e internazionale, di cui si faranno interpreti il vecchio e il nuovo notabilato, che non potranno che riproporre assistenzialismo e clientelismo parassitario.

Il terremoto del 1980 darà il colpo mortale alle speranze di cambiamento, e, proiettando la provincia sul terreno nazionale (per antonomasia il terremoto irpino), sarà l’emblema tragico dell’inizio di un grande degrado socio-economico e culturale, nonché della fine politica della questione meridionale e della solidarietà nazionale: l’ingente spesa pubblica darà la casa a centinaia di migliaia di persone e creerà numerose infrastrutture, ma non promuoverà sviluppo e occupazione, lasciando dietro di sé sfascio urbanistico, speculazioni di ogni sorta, devastazione dei centri storici e del tessuto sociale, deserto culturale, cittadine fantasma, servizi fatiscenti, nuova e più massiccia emigrazione senza ritorno (giovanile soprattutto). Sarà la morte civile senza anticorpi democratici sociali, culturali e politici.

***

Il quadro socio-economico della provincia, all’alba degli anni ’70, è in netta continuità con il passato di sottosviluppo[1], che la qualifica, per usare il linguaggio del tempo, come area depressa. Rosa dall’emigrazione, la provincia ha un’economia caratterizzata da un’agricoltura povera marginale, in cui domina la piccola proprietà e, in termini minori, la media proprietà a conduzione familiare, con una zootecnia di autoconsumo;  alcune aree (Alta Irpinia e Arianese) sono caratterizzate da una cultura estensiva che ha subito pochissime modifiche dal dopo Unità, tanto da poter essere designata con un ossimoro, latifondo contadino, anche dopo la liquidazione, contestualmente  e per effetto delle lotte per la terra, dei grandi demani feudali e della grande proprietà privata nel secondo dopoguerra.  Non mancano zone a coltura intensiva e di colture specializzate (nocciolo nell’Avellinese, ortofrutta nel Montorese e Valle Caudina, vini pregiati nella media Irpinia, castagne in Bagnoli e Montella), ma il loro apporto al reddito complessivo della provincia è molto basso (solo molti anni dopo, tre tipi di vini, vere eccellenze produttive, avranno la qualifica di DOC, e con la loro commercializzazione apporteranno una discreta quota di reddito e di occupazione). Come non mancano aree di industrializzazione, alcune più antiche, quali il centro conciario di Solofra e i centri minerari di zolfo di Tufo e Altavilla, a conduzione familiare, ed altre più recenti, quali il nucleo industriale di Pianodardine (periferia di Avellino e territorio di Montefredane) e le aziende localizzate in Mercogliano. Ma le prime sono in via o di scomparsa o di forte decremento produttivo e occupazionale, asfissiate dalla concorrenza delle produzioni de paesi in via di sviluppo[2]; le seconde hanno il fiato corto (tessili e abbigliamento, Imatex, Amuco e Gatti), analogamente per la concorrenza estera. Una sola azienda, la più consistente sul piano numerico, il calzaturificio Bianchini con 700 addetti, per lo più donne, e la più produttiva, nel 1971 ha licenziato centinaia di operaie, non per assenza di mercato (esportazione media di ben 100.000 paia di calzature al mese), ma perché il sistema medievale di produzione e di sfruttamento è saltato, appena vi è stato un processo di crescita sindacale e di coscienza operaia.  Per il resto, la provincia ha un terziario in gran parte dequalificato e un pubblico impiego assunto clientelarmente. In complesso, l’indice di arretratezza ufficiale è del 53% rispetto alla media nazionale.

Eloquente è l’indicatore emigrazione: dal censimento del 1951 a quello del 1971, l’Irpinia, in termini assoluti, ha una perdita di popolazione di 181.408 abitanti, pari a poco meno di 10.000 persone l’anno[3]. Sul piano tecnico statistico, applicando “il metodo dei residui” alla misurazione dell’emigrazione, il quoziente di emigrazione è del 39,32%, ossia un’eccedenza di emigrati su immigrati di 39 unità per ogni 100 abitanti. Tale percentuale colloca l’Irpinia al quarto posto in Italia per tasso emigratorio (preceduta dalle province di Rovigo, Enna e Campobasso). Se poi si scompone il dato per comuni, si hanno cifre da vero e proprio esodo di massa perdita di popolazione fra il 73 e il 91% in Lacedonia, Monteverde[4], Cassano Irpino, Sant’Angelo a Scala, Bisaccia, Aquilonia, Savignano, Teora, Calabritto, ecc. (per lo più terre dell’Alta Irpinia); del 40% in Tufo, S. Martino Valle Caudina, S. Mango sul Calore. Tranne in particolare il capoluogo, Avellino, che ha un forte incremento di popolazione (terziario e pubblico impiego) passando a circa 42.000 abitanti nel 1971, nei restanti 118 comuni si ha un decremento di popolazione, compresi in quelli dove esiste un tessuto produttivo più solido (Solofra, Montella, Serino, Cervinara, S. Martino Valle Caudina). Inoltre, le rimesse degli emigrati, spesso senza ritorno, non incidono sull’economia del territorio. Interessante annotazione del Prefetto sul nuovo carattere dell’emigrazione:«A differenza di quanto avveniva in passato, l’emigrazione non viene più accettata come una inevitabile necessità, sia perché non rappresenta più quella fonte di entrata, e quindi di benessere che un tempo costituiva il lato positivo del fenomeno, e sia perché, oggi, molti emigrati, dopo un breve periodo di ambientamento, si integrano nella nuova società[5]».

Il reddito pro-capite irpino è aumentato in termini assoluti dal 1963 agli inizi degli anni ’70, passando da lire 225.447 a 384.869, ma è diminuito rispetto al reddito medio nazionale, passando dal 46,5 al 44,9%. In dati disaggregati: nel 1968, il reddito irpino è metà di quello nazionale e un quarto di quello di Milano.

Un altro indicatore, apparentemente paradossale: «Su 1000 lire di reddito prodotto in Italia nel 1970, ne sono state risparmiate 37, in provincia di Avellino 111[6]».

Altra spia non meno eloquente del sottosviluppo è il dato delle principali voci di spesa dell’INPS dal 1963 al 1967[7]. Si passa dagli 11 miliardi del 1963 ai 17 del 1967, di cui per pensioni dai 6 miliardi e 731 milioni a 11 miliardi e 309 milioni; per assegni familiari, da 3 miliardi e 158 milioni a 3 miliardi e 761 milioni; per indennità di disoccupazione, dai 773 milioni a 1 miliardo e 632 milioni (dal 30% agli agricoltori nel 1963 al 20% nel 1967).

La voce pensioni ci dice semplicemente questo: chi non ha occupazione o ha un’occupazione a reddito basso, a prescindere dall’età pensionabile e da una eventuale malattia invalidante, può ottenere un sussidio statale integrativo. Oggi lo chiameremmo reddito di cittadinanza, all’epoca, e per molto tempo passato e avvenire, era la versione italiana cristiana populista del Welfare State a conduzione democristiana (e satelliti politici), che legge come poveri da assistere i cittadini che non possono accedere al lavoro e all’autonomia politica. Conduzione che non va demonizzata né nazionalmente né tantomeno provincialmente per chi governa sviluppo e sottosviluppo, l’approntamento delle infrastrutture e dei servizi primari, le campagne (coltivatori diretti, contadini poveri dai mille mestieri, braccianti), i nuclei industriali, lo sviluppo urbanistico, l’occupazione (e non meno l’emigrazione, effetto della disoccupazione strutturale). La Democrazia Cristiana è un partito di governo a vocazione interclassista, formazione politica egemone e perno del potere dal secondo dopoguerra, molto variegato nelle sue correnti, quasi partiti nel partito, con vocazioni di destra e di sinistra. In Irpinia ha due grandi leader riformatori di spessore nazionale, entrambi della sinistra democristiana, rivali da oltre un quindicennio: Fiorentino Sullo, ministro più volte nonché deputato sin dalla Costituente di cui è stato membro illustre, e Ciriaco De Mita, figlio politico del primo, ora nella corrente Sinistra di base che, nel congresso del luglio 1971, scalza dalla guida provinciale del partito il suo padrino, a poco più di un anno dopo la più grande riforma da questi effettuata (scuola secondaria e università)[8].

I due leader sono stati anche spregiudicati fagociti delle forze di destra, che hanno traghettato a loro seguito (prima fascisti, liberali e poi i monarchici), neutralizzandole, fra porte generosamente aperte e blandizie elettorali, sin dall’immediato dopoguerra. Il 1958 è stato l’anno della massima espansione provinciale democristiana (superiore a quella dello stesso 1948), quando supera con il 6% i voti ottenuti nel 1953 (30.000 voti in più provenienti dai monarchici e missini). Gli anni ’50 sono gli anni del grande arretramento del movimento operaio e contadino (dura repressione e sconfitta alla Fiat, esaurimento della stagione dell’occupazione delle terre), che la Democrazia cristiana coniuga con il capitalismo di Stato (poli di sviluppo, incentivi agli imprenditori del Nord, interventi straordinari dell’IRI e delle Partecipazione Statali) e la filosofia del piano programmatore, proponendosi come nuova classe dirigente: non più dunque come forza repressiva nelle campagne, ma come forza statuale-assistenziale (mediatore il parlamentare e il dirigente democristiano) del mondo contadino (Coldiretti, ACLI, consorzi vari che operano in agricoltura, CISL, INPS), supportata dalla mediazione politica con altre forze (la formula del centro-sinistra in Irpinia è fra le prime ad essere proposte in Italia). Sul piano culturale vi è , da un lato la lezione di Guido Dorso (che Sullo ha frequentato alla fine degli anni ‘30): cento uomini d’acciaio, tecnocrati illuminati e riformatori; e, dall’altro, la sociologia cattolica e anglosassone (De Mita ha studiato giurisprudenza all’università Cattolica del Sacro Cuore di Milano), che, pur nell’interclassismo, non respinge il conflitto sociale e relativamente al sottosviluppo elabora una risposta efficientista con lo Stato centro propulsore.

Perché non demonizzare? Per la semplice ragione che il clientelismo, il parassitismo, la speculazione edilizia, lo sviluppo economico parziale, distorto e spesso effimero, l’insediamento di fabbriche altamente inquinanti altrove rifiutate, la sudditanza diffusa, la pessima qualità della vita, sono il punto d’intersezione, in Irpinia come nel Mezzogiorno, di un dualismo territoriale, settoriale e sociale che procede ininterrottamente sin dall’Unità, e con cui i progetti riformatori debbono fare i conti. È un dualismo che, nel secondo dopoguerra, da diverse angolazioni, hanno affrontato la Democrazia Cristiana, l’opposizione comunista e socialista, la generosa azione sindacale, ma che, pur nella riduzione dello squilibrio delle varie aree territoriali, giganteggia ancora, appena scalfito, nella vita del Paese. La Cassa per il Mezzogiorno, la Riforma agraria, la Politica dei redditi, i Piani economici quinquennali ne rappresentano i mezzi istituzionali e politici, i successi e i fallimenti. Gli anni ’70 in Irpinia, come nel Mezzogiorno, nella crisi internazionale dirompente del decennio (fine della convertibilità del dollaro, reaganismo e il thatcherismo che minano radicalmente lo Stato sociale, ristrutturazione capitalistica produttiva e finanziaria, delocalizzazione delle aziende nel Terzo mondo e globalizzazione incipiente), sono lo specchio amplificato di una strozzatura di un modello di sviluppo, cui né governo né opposizione hanno messo o saputo mettere argine. Ogni tentativo riformistico è inesorabilmente votato al fallimento in un’area socio-economica debole, ancor più con una politica economica centrale in affanno.

LE FOTO SONO DI UGO SANTINELLI


[1] Cfr. A. Cogliano, La transizione dal Fascismo alla Costituente, Quaderni Irpini, Avellino 1988, cap. I in particolare; ACS, Min. Int. Gabinetto, Quadriennio 1967-1970, b. 168, “Avellino, situazione economica industriale1967-1969”; Sezione Gramsci di Avellino, Proposte per lo sviluppo economico e civile di Avellino, 1973. Per alcuni dati, ringrazio il dottor Antonio Carrino, ex dirigente della Camera del Commercio di Avellino, che mi ha gentilmente fornito alcune sue elaborazioni.

[2] La riduzione occupazionale e di domanda dello zolfo irpino, prodromo della chiusura degli impianti, è già rilevante agli inizi degli anni ’70. Al dicembre 1971, sono solo 62 i dipendenti della SAIM di Altavilla Irpinia (cfr. la nota del prefetto Lamorgese, del 2 dicembre 1971, occasionata dallo sciopero a tempo indeterminato), aderenti 52 su 62 – proclamato dagli operai per il licenziamento di un loro compagno). Un decreto interministeriale del 18 marzo 1972, “Dichiarazione della condizione di crisi economica locale delle miniere di zolfo operanti in provincia di Avellino”, dispone l’intervento straordinario di integrazione salariale della Cassa integrazione guadagni per gli operai delle miniere di zolfo sospesi dal lavoro o lavoranti ad orario ridotto. Decreto del 2 maggio 1972: integrazione salariale (su disposizione del decreto interministeriale del 18 marzo 1972) per gli operai dipendenti delle miniere di zolfo operanti nella provincia di Avellino (cfr. Gazzetta ufficiale del 12 maggio 1972).   Ancora un decreto ministeriale (ministro Donat Cattin) dell’8 ottobre 1973: proroga per un secondo trimestre del trattamento speciale di disoccupazione per i lavoratori licenziati delle miniere di Tufo (cfr. Gazzetta ufficiale del 31 ottobre 1973). Cfr.  ACS., Min. Int., Gabinetto 1971-1975, b. 229.

[3] Nel 1951 la popolazione è di 495.095 abitanti, 427.509 nel 1971: 67.586 in meno. Ma, se, nello stesso arco di tempo, a questa ultima cifra si aggiunge l’eccedenza dei nati sui morti, l’Irpinia, al 1971, avrebbe dovuto avere una popolazione di 608.917 abitanti.

Luogo privilegiato di emigrazione è il Piemonte, dove si trasferisce 1 irpino su 4. Seguono nella misura dal 16 al 20% il Lazio, la Lombardia e l’Emilia Romagna. Più del 50% dell’emigrazione estera è diretta verso i paesi d’oltreoceano (percentuale ancora maggiore se ci si limita al periodo 1951-1962) e il resto in Europa.

[4] Cfr. Censimento generale della popolazione, 4 novembre 1951, Istat 1954-58; Censimento generale della popolazione 24 ottobre 1971, Istat 1972; relazione di Bassolino all’XI congresso provinciale del Partito comunista con cifre leggermente inferiori. Cfr. Istituto Gramsci, Archivio Partito Comunista (d’ora in avanti IG, APC), F 038, gennaio 1972).

Nel marzo del 1970, Monteverde va alla ribalta nazionale in una trasmissione televisiva per lo stato di abbandono: è esclusa dal piano di sviluppo industriale della provincia, è in via di estinzione come comunità per il continuo esodo, manca addirittura di una farmacia e di un medico condotto, e non ha aule scolastiche. Cfr. ACS, Min. Int. Gabinetto, Quadriennio 1967-1970, b. 168, “Avellino, situazione economica industriale1967-1969”, nota prefettizia del 4 marzo 1970.

[5] ACS, Min. Int. Gabinetto, Quadriennio 1971-1975, b. 15800/9, nota prefettizia dell’estate 1971.

[6] Cfr. IG, APC, F 038, gennaio 1972, relazione di Bassolino, cit.

[7] Cfr. Banche dati del Centro studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne, Roma [l’istituto è parte del SISTAN, Sistema Statistico Nazionale], “Atlante della competitività delle Province e delle Regioni” e “Osservatorio sulla competitività dei territori italiani”, sub voce Avellino.

[8] Al congresso DC (3 e 4 luglio 1971) si presentano tre liste: la lista n. 1, Sinistra di base (De Mita) con 12.850 preferenze e 19 seggi; la lista n. 2, Nuova sinistra (la nuova corrente capeggiata da Sullo), con 4.950 preferenze e 9 seggi; la lista n. 3, Autonoma, che fa riferimento a Gava e che si è costituita in seguito all’intesa non condivisa fra Sullo e De Mita, con 1340 preferenze e 2 seggi. In realtà, la resa dei conti è avvenuta già l’anno precedente, il congresso segna piuttosto un compromesso con un ‘intesa di massima fra il vincitore e lo sconfitto. Al congresso del 1973 si registrano più o meno gli stessi rapporti di forza: alla Sinistra di Base va il 68% e a Nuova Sinistra va il 28,6. Cfr. ACS, Min. Int. Gabinetto, Quadriennio 1971-1975, b. 15800/9, note del Prefetto, del 13 luglio 1971 e dell’aprile del 1973; Cfr. A. Cogliano, Il ’68 cinquanta anni dopo visto da Sud, ESI, Napoli 2019.

Alle elezioni provinciali del 27 ottobre 1964, i rapporti di forza (i nomi delle rispettive correnti erano diversi) sono pressoché inversi (il 60% Sullo, il 40% De Mita); solo l’intervento di un membro della Direzione nazionale riesce a stabilire una mediazione per la suddivisione dei 30 collegi, attraverso candidature uniche concordate. Cfr. nota prefettizia del 27 ottobre 1964. Cfr. ACS, Min. Int., Gabinetto 1964-1966, b. 447, 17191/9.

Il decennale contenzioso fra i due leader avrà fine nel 1974, dopo il referendum sul divorzio (prime dimissioni, poi rientrate, erano state presentate già agli inizi dell’anno): Sullo, che aveva votato in Parlamento contro la legge Fortuna-Baslini, prima si astiene da qualsiasi pronunciamento durante la campagna elettorale, e poi, di lì a poco, divorzierà dalla Democrazia cristiana, confluendo nel Partito socialdemocratico (cfr. ACS, Min. Int., Gabinetto 1971-1975, fascicoli15800/9). Ma la sua peregrinazione non terminerà qui; nel PSDI non troverà l’accoglienza attesa, sino a che, al congresso della primavera 1970,  unitamente agli altri esponenti della cordata (corrente facente capo a Romita), sarà escluso dalla dirigenza provinciale.

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