Identità e tradizione, vincoli al cambiamento

DI UGO MORELLI.

Celebrata come una finalità e come un mito, l’identità si propone oggi come una sorta di panacea per la soluzione dei problemi nei singoli luoghi e a livello più ampio, giungendo fino a diventare un simulacro per interi popoli e nazioni. Di norma la sua celebrazione è accompagnata da atteggiamenti nostalgici per la tradizione che finisce per diventare sodale all’identità nella costruzione di quella che si configura come un’ideologia del nostro tempo. Due sono tra le altre le considerazioni che conviene fare in proposito. La prima riguarda il fatto che sia l’identità che la tradizione, come dovremmo ormai sapere da tempo, sono il risultato di un processo di continua invenzione e reinvenzione, e come tale possono svolgere certamente una funzione nella creazione di reti sociali e di sensi di appartenenza, a patto che non divengano forme ideologiche di difesa e, come tali, forti vincoli al cambiamento. La seconda considerazione è quella che riguarda i rischi connessi all’ insistenza sulle questioni identitarie tradizionali che, se si possono comprendere mentre cerchiamo di elaborare le ansie che ci procura la globalizzazione, esigono che si consideri l’insieme degli effetti di chiusura e di ostacolo alla progettualità sociale che queste modalità di considerare l’identità e la tradizione possono procurare.

L’identità rappresenta un tema sul quale abbiamo lavorato molto. Vorrei per questo cominciare con un cenno biografico. L’identità è infatti uno dei costrutti che nella mia esperienza di studi ed esistenziale -le due cose ovviamente si connettono- ha vissuto una delle metamorfosi più intense. Ho studiato psicologia in contesti in cui il compito che avevamo era cercare di uscire dal paradigma “comportamentista” per entrare in un nuovo approccio, che oggi -aggiungo purtroppo- definirei cognitivista. In quel contesto identità e cognizione erano questioni cruciali, con una visione viziata dal mentalismo, ovvero dall’idea di un soggetto senza corpo.

Poi l’apporto della neuroscienza ha fatto ci ha fatto comprendere che eravamo dentro una svista profonda -meccanismo umano tipico: quando cerchi di liberarti da una svista ne scegli una altrettanto accecante…-.

Diciamo che l’identità è la struttura elementare del comportamento umano, quella che consente la propriocezione e la definizione dello spazio peripersonale. È essenziale però sostenere che è nel movimento continuo tra ciò che io penso e sento di essere e ciò che introietto dalle relazioni che vivo con gli altri e il mondo che divengo quello che sono. Oggi sappiamo anche che la mente non solo è incarnata, ma la nostra intersoggettività comincia almeno dalla 14° settimana di gestazione del feto, prima con la madre, poi con il resto del mondo attraverso la madre. Vuol dire che dobbiamo riconoscere che la mente è una realtà che emerge dalla corporeità e dalla intersoggettività. C’è poi un secondo aspetto, ed è la verifica della neuroplasticità: il sistema nervoso centrale non è fisso o imperturbabile alle relazioni, in realtà è neurofisiologicamente in evoluzione.

Vorrei dunque proporre un neologismo: la diventità. Noi siamo vivi fintanto che diveniamo. Il costrutto dell’identità scolorisce progressivamente: ciò che abbiamo bisogno di mettere al centro nel processo di individuazione è un continuo divenire. Anche un semplice dialogo ci cambia, pur se impercettibilmente. Che cosa rimane quindi dell’identità? Progressivamente non ha più un correlato neurocognitivo, se non esperienziale e storico. L’identità è un simulacro che noi esibiamo continuamente -lo fanno soprattutto le imprese, alle quali serve per imporre il proprio marchio, che è ricerca di persistenza nel cambiamento-.

Ma il costrutto dell’identità non produce solo cose innocue come la riconoscibilità commerciale. Da un certo momento in poi, dal punto di vista storico, sociale, in particolare per reazione al manifestarsi di una coscienza planetaria, l’identità diventa costrutto difensivo e resistente. Abbiamo cominciato a brandire l’identità come un’arma.

E abbiamo usato l’identità non per sostenere o tutelare l’individuazione, ma come qualcosa contro gli altri. Identità come cifra della dimensione io/te, noi/loro, come tracciamento di confini.

In nome di questo abbiamo trasformato il Mediterraneo in un cimitero.

Questa questione va problematizzata: siamo tutti unici, pur essendo tutti appartenenti. Questa ambiguità è inevitabile, irrisolvibile, è vita abitata.

Abbiamo tutti l’ombelico, e l’ombelico è l’epistemologia originaria: la dimostrazione che siamo tutti figli, la nostra condizione costitutiva. Il resto sono possibilità, scelte. L’ombelico non lo è: per esserci devo essere figlio. L’identità è l’esigenza di riconoscersi in una persistenza: un’esigenza comprensibile, ma che diviene problematica quando si irrigidisce e viene usata non tanto -o solo- il riconoscimento di me e il prosieguo della mia individuazione, ma trascurandone l’aspetto fondamentale: è nell’emergenza che mi reindividuo continuamente.

Il rischio che si corre è dunque quello di ossificare il processo, per dire alla fine “io sono io, voi non siete nulla”. Questa difficoltà a elaborare l’ambiguità del costrutto che chiamiamo identità spinge a scegliere una polarità delle due: io/voi, noi/gli altri. Purtroppo, questo rischio è molto presente, in varie relazioni. Siamo principalmente portati all’immunitas in quei casi, non alla communitas.

Ma se non si dà una comunità senza appartenenza e riconoscimento, quella stessa comunità è destinata al declino senza apertura, adattamento e apprendimento. Siamo simili e non uguali e siamo unici e molteplici, allo stesso tempo.

Io questo rischio lo vedo. Trattiamo l’ambiguità insita nell’identità come struttura difensiva. Nelle organizzazioni, questo rischia di tradursi in deficit di apprendimento dell’ambiente circostante, e magari a replicare strategie che riteniamo consolidate senza comprendere che nel frattempo la domanda è cambiata. Oppure può portare un capo a non cogliere l’aspettativa di crescita e cambiamento di un collaboratore fissandolo in un ruolo.

Chi ha esperienza di campagna sa che in inverno spesso le uova di gallina hanno gusci troppo fragili, il che le rende inutili per la riproduzione. Tuttavia, vale anche il contrario: se il guscio fosse troppo duro da essere rotto, noi non avremmo pulcini. Quello che facciamo oggi è produrre uova con gusci troppo rigidi -e siamo fortemente impegnati a irrigidirli-: usare solo autoreferenzialità relativa, solo risorse interne, e nessuna relazione con il fuori. L’ho visto a livello sociale e l’ho visto nelle organizzazioni, che si sono irrigidite al tempo da perdere contatto con il mercato e le realtà.

Per concludere: se è vero che noi incorporiamo gli altri e il mondo, allora l’intersoggettività è condizione della nostra individuazione. È una questione di misura, che oggi sembra mancare: perché se da una parte è vero che esiste il bisogno di relativa indifferenza, quando questa diviene eccessiva si smette di praticare la capacità di adattamento e di apprendimento dagli altri e dall’ambiente.

E questo è problematico nelle dinamiche sociali, sociopolitiche, e nelle organizzazioni.

È un meccanismo di difesa che produce conformismo (come insegna Freud). Questa istanza conformista è il risultato dell’indifferenza verso il mondo esterno, che però in realtà è condizione stessa della nostra esistenza.

Il problema è che il conformismo satura. Queste sono le problematiche che derivano dalla pratica dell’indifferenza quando l’identità pretende di fissare la realtà, se stessi, il rapporto con il mondo, una strategia, a un momento dato, precludendo ogni forma di cambiamento e di adattamento, vivendolo addirittura come rischio o nemico. Da quella scena scompare la creatività, e scompare l’innovazione, che esige discontinuità, disobbedienza all’ordine costituito.

Quindi grande rispetto per il costrutto “identità”, ma fino a quando è riconoscimento della persistenza. Se perdiamo di vista questa dimensione -e oggi abbiamo molti motivi per farlo- rischiamo di ossificare e fossilizzare il nostro rapporto col mondo.

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